venerdì, Febbraio 21

Russia-India, un asse in pericolo

0

Nata dal movimento indipendentista guidato da Mohandas Karamchand Gandhi detto il mahatma (‘grande anima’), l’India contemporanea non ha tardato a dimenticare l’esempio del suo padre fondatore, apostolo e praticante, tanto coerente quanto pittoresco, della non violenza. I suoi successori hanno usato le armi, nel corso dei decenni, soprattutto per difendersi, con successo (col Pakistan) o avendo la peggio (con la Cina), ma in un paio di occasioni anche di propria iniziativa, a spese di antagonisti più deboli.

Oggi, la più grande delle ex colonie dell’ex Impero britannico sta mettendo a frutto una crescita economica seconda, tra i grossi calibri, solo a quella della Cina (pur rimanendo ancora indietro sulla strada verso il benessere), anche per dotarsi di un apparato bellico di tutto rispetto, all’altezza delle proprie dimensioni e delle  ambizioni dei propri governanti. In un mondo nel quale, nonostante mutamenti anche epocali, ma non necessariamente di segno positivo, ciò continua ad apparire, a torto o a ragione, indispensabile per tutelare adeguatamente la sicurezza esterna nazionale.

Secondo il recente rapporto del SIPRI, l’istituto svedese da tempo più autorevole in materia, negli ultimi cinque anni l’India è stata il massimo importatore mondiale di armi, giungendo a coprire una quota del 13% del relativo commercio globale.  Quantitativamente l’incremento è stato del 43% rispetto al quinquennio precedente, molto inferiore a quelli fatti segnare dall’Arabia saudita e dal Qatar ma molto superiore a quelli dei due più grandi Paesi suoi confinanti nonché suoi rivali regionali: la Cina e il Pakistan.

Sotto il governo dell’attuale premier, Narendra Modi, in particolare, si è accentuato lo sforzo di potenziare e ammodernare l’industria bellica nazionale, senza dare però, finora, grandi risultati, mentre la Cina, ad esempio, è riuscita a diventare anche un importante esportatore. La dipendenza indiana dall’estero è rimasta perciò predominante, e si tratta di una dipendenza soprattutto dalla Russia (seconda esportatrice mondiale dopo gli Stati Uniti), in piena continuità col passato poiché durante la “guerra fredda” il fabbisogno era coperto in gran parte dall’Unione sovietica.

Oggi, ovvero sempre nel 2012-16, la Russia fornisce il 68% delle armi importate dall’India; il resto proviene dagli USA (14%), Israele (7,2%) e altri ancora. Secondo il SIPRI è improbabile che nel prossimo futuro sopravvengano sensibili mutamenti al riguardo. Va comunque sottolineato, intanto, che si può parlare di una dipendenza reciproca benchè disuguale, essendo l’India anche la maggiore acquirente di armi russe, in quanto destinataria del 38% delle relative esportazioni (e del resto, altresì, del 41% di quelle israeliane).

Per il momento è prevedibile solo un ulteriore rafforzamento di questo specifico legame tra New Delhi e Mosca. Lo spazio disponibile non manca e neppure la comune volontà di utilizzarlo, a giudicare da grosse novità recentissime: l’accordo per lo sviluppo e la produzione in comune di un aereo da combattimento multiruolo (caccia di quinta generazione), ad esempio, e un altro per la fornitura russa di sistemi missilistici antiaerei S-400, in base ad un contratto che dovrebbe essere firmato entro la fine dell’anno corrente per consegne a partire da due o tre anni più tardi.

Gli affari nel settore militare costituiscono tuttavia solo l’aspetto più concreto di un rapporto bilaterale tradizionalmente importante anche se lascia alquanto a desiderare per quanto concerne gli scambi commerciali nel loro complesso. Qui entrambe le parti si dichiarano insoddisfatte di un volume che non arriva a 10 miliardi di dollari, per cause di vario genere, e si ripromettono di fare del loro meglio per ampliarlo.

L’interesse viene però richiamato soprattutto dall’aspetto politico, che assume particolare rilievo da quando i due Paesi fanno parte, insieme con Cina, Brasile e Sudafrica, del gruppo BRICS. Di un quintetto, cioè, che aspira a svolgere un ruolo di primo piano sulla scena internazionale se non altro in virtù del peso demografico dei suoi membri, reso almeno potenzialmente più incisivo da una comune ascesa economica, forse solo temporaneamente frenata dalla periodica crisi russa, da quella più grave brasiliana e dal rallentamento cinese.

Un ruolo sostanzialmente equilibratore, quello dei BRICS, impegnati a controbilanciare la preminenza planetaria della cosiddetta ‘unica superpotenza’ planetaria rimasta in campo dopo il crollo dell’URSS, reso a sua volta compatibile, tutto sommato, sia con la diversità delle loro singole posizioni nei confronti degli USA sia con la certo non perfetta armonia esistente tra di essi.

Un ruolo, d’altronde, che aveva già una sorta di precedente nella posizione assunta dall’India durante la guerra fredda tra Est e Ovest. Snobbata dapprima da Stalin, che non credeva all’utilizzabilità del mondo coloniale o post-coloniale contro quello capitalista, e corteggiata invece da Nikita Chrusciov e dai suoi successori al Cremlino dopo la scoperta che coltivare l’amicizia con il “terzo mondo” poteva essere conveniente, l’India di Jawaharlal Nehru e dei suoi eredi diventò un capofila dello schieramento afroasiatico e poi di quello altrettanto affollato dei Paesi non allineati, grosso modo neutrale tra i primi due mondi, più vicino a quello “socialista” ma senza mai sbilanciarsi troppo nel suo complesso.

Le cose si complicarono alquanto quando l’altro colosso asiatico, la Cina, ruppe con l’URSS in nome di un comunismo più estremista e aggressivo all’esterno come all’interno. Una scelta che, culminata nell’apocalisse della ‘rivoluzione culturale’, la spinse fin sull’orlo del conflitto armato con l’URSS stessa e, per reazione, alla già vituperata distensione con gli USA, sfociata in una quasi alleanza in funzione antisovietica.

L’India, nel frattempo, aveva rinunciato alla pianificazione economica conservando un sistema di libero mercato più consono alla sua immagine, pur discutibile quanto si voglia, di “più grande democrazia del mondo”. New Delhi mantenne ugualmente, però, l’affiatamento preferenziale benchè non esclusivo con Mosca, tanto più prezioso in presenza di un’acuita minaccia cinese, non del tutto svanita, nella percezione indiana, con il successivo ripiegamento di Pechino sulla priorità dello sviluppo domestico in chiave, anche qui, di una quanto meno parziale liberalizzazione.

Permase del resto pressocchè immutato, malgrado la rappacificazione finale e il ritorno ad una quasi alleanza tra Mosca e Pechino, un singolare incrocio di opposte convergenze al di sopra dell’inimicizia tra India e Pakistan, non meno inguaribile della faida arabo-israeliana: la prima sempre sostenuta dalla Russia sovietica e post-sovietica, il secondo non più bastione del sistema di alleanze planetarie allestito dagli Stati Uniti ma sempre appoggiato dalla Cina non più nemica giurata degli USA e affiancata a India e Russia anche nel gruppo BRICS.

Era uno schema non solo duro a morire ma destinato a tornare di piena attualità con la graduale transizione verso un assetto mondiale multipolare, sospinta anche dal relativo e multiforme indebolimento della superpotenza americana e tendente adesso ad accelerarsi per effetto dei disimpegni preannunciati dal nuovo inquilino della Casa bianca. I reali propositi di Donald Trump restano molto bisognosi di chiarimenti, ma la stessa incertezza induce tutti gli interessati a premunirsi contro ogni possibile e temuta eventualità. È una cerchia che comprende l’India, dove il rafforzamento militare appare evidentemente necessario di fronte al pericolo che vengano meno o si indeboliscano appoggi e contrappesi a livello internazionale.

Timori o dubbi del genere sembrano aleggiare a New Delhi anche per quanto riguarda la Russia, proprio nel momento in cui si prospetta un ulteriore ampliamento del ricorso a Mosca in materia di armamenti. Il governo indiano non ha nascosto il suo malumore per la fornitura, lo scorso anno, di armi russe al Pakistan, l’avvio di consultazioni tra Mosca e Islamabad su questioni di difesa compreso lo svolgimento di manovre militari congiunte.

Si tratta di primizie da ricollegare al crescente dispiegamento di iniziative russe nel Medio Oriente dopo il successo dell’intervento armato in Siria, che comprendono anche un’apertura politico-diplomatica alla fazione talebana in Afghanistan, ugualmente sgradita a New Delhi dove l’ostilità nei confronti dell’estremismo islamico in tutte le sue forme e volti è recisa. Per la cronaca, si parla già, in proposito, di una corrente ‘islamofila’ che a Mosca starebbe prendendo il sopravvento su una ‘indofila’ fino a ieri prevalente

Il governo indiano, dal canto suo, sta già reagendo a tutto ciò non solo verbalmente. Ha anche inscenato un’inedita apertura nei confronti dell’Ucraina, i rapporti con la quale erano praticamente cessati dopo lo scoppio della crisi politica a Kiev e del conflitto con Mosca conseguenti ripercussioni internazionali. C’è stata una ripresa dei contatti ufficiali, a livello ministeriale, accompagnata da proposte di lancio promozionale di Bollywood sul mercato cinematografico ucraino. Niente di sensazionale, dunque, almeno per ora, pur ricordando che lo storico disgelo USA-Cina iniziò con l’aiuto del pingpong.

Si tratta tuttavia di una reazione presentata apertamente come tale e quindi interpretabile senz’altro come un avvertimento. Il quale difficilmente preluderà a contraccolpi sugli affari in materia di armamenti, che stanno verosimilmente troppo a cuore a entrambe le parti e a quella russa, in particolare, per motivi economici.

Potrebbe però preannunciare, se l’avvertimento rimanesse inascoltato, una seria incrinatura di un rapporto bilaterale la cui collaudata resistenza all’usura del tempo contribuiva, pur con i suoi limiti, a salvaguardare certi equilibri di fondo preziosi per una regione oggi tra le più minacciate dalla destabilizzazione. Tenendo conto, naturalmente, anche della diretta tensione tra India e Pakistan riacutizzatasi, di recente, una volta di più.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore