martedì, Novembre 12

Russia in Siria, una vittoria di Pirro La sconfitta dell’ISIS ha reso ancora più esplosiva la situazione nel Medio Oriente. La conflittualità si estende anziché attenuarsi

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Anche se in qualche modo reggerà, la tregua umanitaria faticosamente partorita dal Consiglio di sicurezza dell’ONU non basterà certo neppure ad alleviare la gravità sotto ogni aspetto del conflitto che infuria in Siria ormai da sette anni, provocando un’ecatombe di vite umane, distruzioni di dimensioni incalcolabili, sofferenze, guasti e lacerazioni di ogni genere.

Un conflitto che nel periodo iniziato con la cosiddetta ‘fine della storia’, la conclusione pressocchè indolore della lunga ‘guerra fredda’ planetaria tra Est e Ovest, trova un parziale precedente solo in quello che insanguinò e disintegrò la Jugoslavia. A differenza del quale, come di ogni altro conflitto finora avvenuto e sofferto, quello siriano non contrappone solo due contendenti o (come nel caso jugoslavo) più coppie di contendenti, ma una molteplicità di partecipanti o comunque di soggetti più o meno pesantemente e apertamente coinvolti. Ciascuno dei quali, poi, persegue proprie finalità, per di più mutevoli, non sempre condivise da altri nonostante convergenze e legami apparentemente solidi in partenza. Un guazzabuglio, insomma, che poteva prodursi solo in una regione come il Medio Oriente, dove non c’è conflitto che possa divampare senza innescarne altri o interagire con altri e dimostrarsi non isolabile dal suo contesto geopolitico.

I contendenti iniziali, come si conviene ad un’ordinaria guerra civile nata da un’insurrezione, erano due: il regime autoritario benchè laico di Bashar Assad, e un ampio e variopinto schieramento di formazioni ribelli comprese alcune provenienti dall’esterno con in testa le milizie dell’ISIS ovvero del sedicente califfato, le più organizzate e più temibili anche dal punto di vista delle maggiori potenze straniere.

La molteplicità era dunque già marcata in partenza tenuto conto che altre componenti di questo schieramento erano invece figlie di una di quelle ‘primavere arabe’ di ispirazione liberaldemocratica guardate perciò con simpatia in Occidente e in particolare dagli Stati Uniti, pronti a prestare un appoggio non solo morale. Benchè restii, con Barack Obama, ad oltrepassare la soglia della ‘linea rossa’, ossia dell’intervento diretto, nonostante il contestato ricorso di Assad, almeno in una o due occasioni, alle armi chimiche.

La molteplicità era comunque destinata ad accentuarsi ulteriormente con l’emergere di una componente siriana ben distinta: quella dei curdi locali, più o meno saldamente collegati con i consanguinei turchi e iracheni e destinati, a loro volta, a svolgere un ruolo di punta nella guerra contro l’ISIS, confusamente affiancatasi a quella contro il regime di Damasco dietro spinta soprattutto delle potenze esterne, inizialmente accomunate da una simile ‘giusta causa’.

All’inverso di quanto era successo in Libia, dove Muammar Gheddafi avrebbe schiacciato gli insorti della Cirenaica se in soccorso di questi non fosse pesantemente intervenuta l’aviazione franco-britannica, in Siria Assad è stato salvato dall’analogo intervento russo che però, nel settembre 2015, ha altresì segnato il passo decisivo verso la piena internazionalizzazione del conflitto.

Il secondo è stato infatti immediato. La vicina Turchia, che si era tenuta in disparte benchè tutt’altro che simpatizzante per il dittatore di Damasco, limitandosi a fornire qualche aiutino alle milizie del Califfato, dimostrò subito il proprio malcontento per la mossa di Mosca abbattendo senza esitazioni un aereo militare russo che aveva sorvolato il proprio territorio e provocando così una tensione che rischiava di degenerare in scontro aperto.

Il rischio è stato sventato solo dalla crisi esplosa tra la Turchia e i suoi alleati atlantici, con gli USA in testa, in seguito al fallito colpo di Stato ad Ankara, alle accuse di Recep Tayyip Erdogan a Washington di avere ospitato e protetto i golpisti e alle drastiche epurazioni interne che ne sono seguite. Anziché ad uno scontro, si è così assistito, per contraccolpo, ad uno spettacolare avvicinamento tra Ankara e Mosca, anche nei rapporti economici e militari oltre che politico-diplomatici.

Di tutta rilevanza non solo sullo scacchiere mediorientale, la novità ha poi acquistato ulteriore peso con l’estensione della convergenza russo-turca ad un terzo nuovo o crescente protagonista esterno del conflitto in atto: l’Iran degli ayatollah, già amico e in qualche modo protettore di Assad e della minoranze sciite della Siria oltre che in buoni rapporti con Mosca. Un inedito quanto imponente terzetto, dunque, apparentemente in grado di assumere un ruolo egemonico nella regione in contrasto con quello dell’Arabia saudita e delle altre monarchie del Golfo storicamente sostenute dagli Stati Uniti.

Un sostegno, questo, che con Obama si era parecchio indebolito se non proprio svuotato ma che con Donald Trump alla Casa bianca ha ripreso vigore anche a causa del tendenziale cambiamento di campo della Turchia, conferendo nuova carica allo stesso impegno americano in Siria, naturalmente incentivato col trascorrere dei mesi dal sopravvento militare preso dallo schieramento a tutela di Assad.

Si è così completato il processo di internazionalizzazione del conflitto e connessa moltiplicazione dei suoi protagonisti, compreso alla fine anche Israele seriamente allarmato, nonostante i suoi buoni rapporti con la Russia, dall’ascesa in primo piano di un suo nemico giurato come l’Iran, sempre più presente in Siria, e quindi più pericolosamente vicino ai confini dello Stato ebraico, attraverso proprie milizie e quelle di un altro avversario irriducibile di quest’ultimo come l’Hezbollah libanese.

Su questo sfondo si colloca un evento certo non minimizzabile ma che da parte russa si è enfatizzato più del giusto col rischio di attribuirgli un valore ovvero effetti opposti a quelli reali e sin d’ora concretamente riscontrabili. Vladimir Putin in persona, col pensiero verosimilmente rivolto soprattutto al vicino appuntamento elettorale che dovrebbe prolungare la sua permanenza al Cremlino, si è affrettato a celebrare ed esaltare la sconfitta ormai acquisita dell’ISIS dando perciò per compiuta la missione russa con conseguente rimpatrio quanto meno del grosso della spedizione.

I fatti, a loro volta, non hanno tardato a smentire il ‘nuovo zar’ e a dare ragione, semmai, a Obama quando pronosticava che la Russia avrebbe trovato in Siria il suo Vietnam (o, si potrebbe aggiungere, ritrovare il suo Afghanistan). La stessa sconfitta del Califfato, certo non immaginaria, potrebbe ancora rivelarsi non totale né definitiva, anche perché proprio essa facilita l’inasprimento di altri conflitti collaterali o addirittura la comparsa di nuovi, essendo venuto meno, forse, un avversario comune da combattere, più o meno prioritariamente e sinceramente, per quasi tutti gli altri belligeranti diretti o indiretti.

Il ‘quasi’ lo si deve soprattutto alla Turchia, che per i motivi ben noti non ha mai nascosto di considerare i curdi il nemico principale e che solo ora si ritiene costretta a penetrare in Siria per impedire il loro consolidamento statuale sul suo territorio. Provocando, in tal modo, la reazione politica e militare di Assad che conta, chissà fino a che punto, sulla protezione russa anche sul versante settentrionale.

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