venerdì, Novembre 15

Russia, Giappone, Cina e altri scaricano quantità massicce di titoli di Stato Usa Il mondo comincia a prendere contromisure alla politica di Washington

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Si rinfocola il confronto internazionale focalizzato sul commercio. Recentemente, gli Stati Uniti e la Cina hanno ripreso a imporre pesanti tariffe sulle importazioni reciproche dopo un periodo di relativa stabilità che aveva indotto diversi analisti a ritenere che si stessero creando le condizioni per un accordo di massima tra Washington e Pechino.

Meno note sono state le recenti manovre sui mercati finanziari, che hanno visto la Russia guidare una variegata ‘coalizione internazionale’ di detentori di debito pubblico statunitense scaricare sul mercato un quantità ragguardevolissima di Treasury Bond. Nel mese di marzo, si è verificato il maggior ‘alleggerimento’ di titoli di Stato Usa dal gennaio 2016. Nello specifico, la Russia si è sbarazzata di oltre 47 miliardi di dollari di Treasury Bond (circa la metà dei titoli di Stato Usa che deteneva a marzo) in appena un mese, il Giappone di 35 miliardi tra gennaio ed aprile, la Cina l’Irlanda e il Lussemburgo rispettivamente di 5, 17 e 8 miliardi tra marzo ed aprile. È probabile che una parte consistente del debito Usa sia stato scambiato presso la camera di compensazione Euroclear, visto e considerato che ad aprile il Belgio – dove Euroclear ha sede – ha registrato un aumento di titoli Usa in proprio possesso di ben 12 miliardi di dollari, e sia stata acquistata dagli hedge fund statunitensi domiciliati presso le Isole Cayman, che hanno incrementato di 15 miliardi le proprie riserve in titoli Usa.

Secondo l’esperto Tom Luongo, la manovra russa andrebbe interpretata come una ritorsione per le sanzioni applicate mesi fa dagli Stati Uniti nei confronti del gigante dell’alluminio Rusal, e allo stesso tempo come una forma di supporto per il colosso metallurgico che aveva importanti obblighi legati al dollaro in bilancio a causa della mole del suo commercio condotta in valuta statunitense. Non a caso, «la Russia ha appena venduto Treasury Bond sul mercato, raccolto dollari e scambiato i titoli di Rusal, trattenendoli come garanzia per un Repo». Anche il Giappone potrebbe verosimilmente aver deciso di alleggerire la propria posizione rispetto al debito Usa come forma di pressione sull’amministrazione Trump, di cui Tokyo non apprezza la svolta neo-protezionista. Le ragioni della Cina vanno probabilmente ricercate nello stesso terreno economico.

Per gli Stati Uniti, si tratta di un avvertimento da prendere molto sul serio, dal momento che «la domanda estera è fondamentale per sostenere il sempre più consistente fabbisogno di liquidità del governo federale. Il Dipartimento del Tesoro ha necessità di continuare a finanziare l’enorme spesa pubblica nonostante i tagli delle tasse approvati dal Congresso nel dicembre 2017». In tale contesto, il pericolo principale per la tenuta finanziaria degli Stati Uniti è la possibilità che i maggiori detentori di debito pubblico Usa si accordino tra loro per riversare sul mercato, in maniera coordinata e senza preavvertire Washington, centinaia di miliardi di dollari di Treasury Bond. Il materializzarsi di una prospettiva simile farebbe schizzare verso l’alto la redditività dei titoli di Stato Usa comprimendone allo stesso tempo la quotazione. Per gli Stati Uniti, ciò si tradurrebbe in una vera e propria esplosione degli oneri sul debito.

Uno scenario simile si sarebbe potuto verificare nel 2008, quando, nel pieno della crisi dei mutui, Mosca propose a Pechino di riversare senza preavviso sul mercato centinaia di miliardi di dollari di bond della Freddie Mac e della Fannnie Mae; se le autorità cinesi avessero accettato, si sarebbe sprigionato un caos tale da far seriamente vacillare la tenuta del sistema finanziario Usa. La dirigenza cinese declinò la proposta riservandosi tuttavia la possibilità di farvi ricorso in futuro nel caso in cui le circostanze lo avessero richiesto. Sergeij Glazijev, consigliere economico del Cremlino collocato su posizioni fortemente eterodosse, ha suggerito di imboccare questa strada già nel giugno 2014, quando in un articolo per il quotidiano russo «Argumenti Nedelij» scrisse che «la superiorità economica degli Stati Uniti si basa su una piramide debitoria che da tempo ha raggiunto dimensioni insostenibili. Affinché essa crolli, occorre che i principali creditori degli Usa scarichino sul mercato i dollari e i Treasury Bond in loro possesso. Il collasso del sistema finanziario statunitense infliggerebbe indubbiamente grossi danni ai detentori di dollari e di titoli azionari Usa. Ma le perdite che subirebbero Russia, Cina e Europa saranno comunque di gran lunga più lievi rispetto a quelle patite a causa della strategia geopolitica portata avanti da Washington dalla fine della Seconda Guerra Mondiale in poi. E le ripercussioni negative saranno tanto meno pesanti quanto più rapidamente si verificherà il crollo del mercato obbligazionario Usa. L’implosione della piramide finanziaria costruita sul dollaro fornirebbe inoltre l’opportunità di riformare il sistema finanziario internazionale su basi di giustizia e rispetto degli interessi di tutti».

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