martedì, Agosto 4

Russia: giallo Boris Nemtsov

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L’oppositore russo Boris Nemtsov sarebbe stato seguito da almeno tre auto il giorno in cui è stato freddato da ignoti killer a poche decine di metri dalla piazza Rossa. Questo il quadro fornito dalla tv ‘LifeNews‘, che cita fonti anonime all’interno dei servizi di sicurezza russi. Secondo l’emittente, a sostegno della dichiarazione ci sarebbero diversi video ripresi da alcune telecamere di sicurezza e ora al vaglio degli investigatori. La stessa, ha inoltre diffuso un filmato che riprenderebbe i primi minuti della fuga in auto del killer e dei suoi complici per le vie del centro di Mosca. Al momento, tuttavia, una svolta nelle indagini appare comunque lontana in quanto non si conoscono né gli esecutori né i mandanti dell’omicidio che ha scosso la Russia e il mondo intero.

Il rapporto sul coinvolgimento di Mosca nell’est dell’Ucraina su cui Boris Nemtsov stava lavorando prima di essere ucciso venerdì sera a Mosca sarà comunque pubblicato. Lo ha annunciato Ilya Yashin, uno dei dirigenti del partito di Nemtsov, in una intervista al Times. Il rapporto quindi non sarebbe andato interamente perdutoHo alcune idee su come mettere insieme i pezzi del rapporto, anche se non si può fare in pochi giorni» ha successivamente precisato Yashin. Un sondaggio, condotto dall’Istituto indipendente Levada, dimostra che la maggioranza dei russi, il 53 per cento, ritiene che non ci siano militari russi in Ucraina mentre solo un quarto degli intervistati sostiene il contrario. In ogni caso, secondo gli ultimi sondaggi, il 45 per cento della popolazione sarebbe favorevole all’invio di militari russi al fianco dei separatisti e solo il 35 per cento sarebbe contrario.

Intanto, mentre ancora non si placano le proteste e l’indignazione internazionale per l’omicidio, il premier italiano Matteo Renzi si trova in viaggio istituzionale in Russia dopo una breve tappa a Kiev, dove ha incontrato il presidente ucraino, Petro Poroshenko, a cui ha assicurato che l’Occidente vuole «il
rispetto e l’indipendenza della sovranita’ dell’Ucraina
» e ha chiesto «il ritorno della pace». Renzi è atteso in serata a Mosca con un duplice obiettivo: ‘responsabilizzare‘ la Russia sia sulla polveriera ucraina che sulla lotta dell’Isis. Il tutto in nome delle buone relazioni che storicamente Italia e Russia hanno sempre avuto, e mentre si intensifica l’impegno dell’Italia per ottenere un seggio non permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu nel biennio 2017-2018. «Ci aspettiamo che siano colloqui, come è caratteristico delle relazioni russo-italiane, costruttivi e fruttuosi sulle questioni d’attualità internazionali e bilaterali d’interesse per i nostri due Paesi» ha dichiarato il Ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov, in un’intervista rilasciata ai media italiani alla vigilia degli incontri di Renzi con il premier russo Dmitri Medvedev e il presidente della Federazione, Vladimir Putin.

Continuano nel frattempo gli screzi tra Washington e Tel Aviv riguardo il programma nucleare dell’Iran, con il premier israeliano Benyamin Netanyahu che, da Israele, risponde al Presidente statunitense per spiegare l’alternativa al ‘cattivo accordo‘ con Teheran. «L’alternativa da un lato prevede l’allungamento ad alcuni anni del lasso di tempo necessario all’Iran per avanzare verso le armi atomiche se decidesse di infrangere gli accordi». «Dall’altro lato» -ha aggiunto- «ho anche proposto che le sanzioni non siano rimosse in maniera automatica finche’ l’Iran non cessi di diffondere terrorismo nel mondo, di comportarsi in maniera aggressiva con i suoi vicini e di minacciare di cancellare Israele». Toni duri ma concilianti quelli di Netanyahu nei confronti di Barack Obama: «apprezzo quello che fa per Israele, e gli sarò sempre grato per l’appoggio che ci ha dato». Ma è l’unica concessione all’alleato di Washington, mai troppo sopportato.

Ieri, durante il suo discorso al Congresso americano Netanyahu era andato immediatamente al sodo: quello che le grandi potenze mondiali stanno tentando di chiudere con Teheran è «un cattivo accordo» che porterà il regime degli ayatollah a dotarsi della bomba atomica. E che scatenerà inevitabilmente una corsa agli armamenti nucleari nella regione mediorientale. Una «grave minaccia» non solo per Israele, «ma per il mondo intero». «Non un addio alle armi, dunque, ma un addio al controllo delle armi». Ecco perché l’America dovrebbe fare di tutto per fermare quell’intesa: «Si può ancora tornare indietro», è stato l’appello-sfida lanciato da Netanyahu, che ha sottolineato come «l’alternativa a questo cattivo accordo con l’Iran non è la guerra, ma un accordo migliore».

In Siria e Iraq si continua intanto a morire. Secondo l’Ansa, dopo alcune settimane di tregua, intensi scontri si sono registrati oggi nella Siria centrale tra forze lealiste e jihadisti dello Stato islamico per il controllo di alcuni pozzi di gas naturale nella provincia di Shaer, a est di Homs. Stesso scenario a sud di Damasco e a ridosso del confine con le alture del Golan occupate da Israele, dove un numero imprecisato di miliziani libanesi, soldati governativi siriani e insorti antigovernativi sono morti in seguito a pesanti scontri a fuoco. I combattimenti tra jihadisti e forze lealiste, sostenute da Pasdaran iraniani e miliziani sciiti libanesi, sono intensi anche nel triangolo tra la capitale Damasco, Daraa e Qunaytra, i capoluoghi delle due omonime regioni nel sud della Siria confinanti rispettivamente con la Giordania e Israele.

In Iraq, Il capo della polizia federale irachena, generale Raed Shaker Jawdat, ha informato oggi il ministro dell’Interno, Mohammad Salem al Ghabban, che si è «conclusa con successo» la prima fase di un’offensiva lanciata dalle forze di Baghdad, appoggiate da volontari delle milizie sciite, per strappare la città di Tikrit al controllo dell’Is. A riferirlo in una nota è lo stesso ministero, affermando che i miliziani dello Stato islamico sono stati «espulsi da 97 distretti e sotto-distretti nella provincia di Salahuddin», di cui Tikrit è il capoluogo. Fonti della sicurezza irachena hanno inoltre dichiarato come siano nel frattempo ripresi i raid aerei della Coalizione internazionale a guida americana sulle postazioni dell’Isis intorno a Mosul, 200 chilometri a Nord di Tikrit, che potrebbe essere l’obiettivo della prossima offensiva contro lo stato islamico nel Paese.

Drammatica la situazione anche in Libia
, dove lo Stato Islamico avrebbe preso il controllo di un altro campo petrolifero, quello di Al Dahra, a sud di Sirte. Fonti militari libiche, riprese dalle agenzie internazionali, riferiscono che le guardie del campo si sono ritirate dopo aver finito le munizioni in violenti combattimenti con i jihadisti che hanno attaccato Al Dahra fin dal mattino. Fonti libiche confermano inoltre, come emerso ieri, che l’Is si è impadronito anche dei campi petroliferi di Al Mabrouk e Al Bahi,tutti facenti capo alle autorità al potere a Tripoli. Secondo l’Ansa, che riprende fonti militari libiche, sarebbero in corso violenti combattimenti fra esercito e jihadisti dell’Is anche «al centro di Bengasi», la seconda città della Libia, adesso quasi interamente sotto il controllo delle forze armate regolari, ma che ha ancora al proprio interno sacche di resistenza dello Stato islamico e dei suoi alleati del gruppo Ansar al Sharia.

Dal Brasile grosse novità riguardo il caso giudiziario di Cesare Battisti: l’ex terrorista rosso potrebbe essere espulso dal Paese sudamericano. Un giudice federale di Brasilia ha infatti accolto una richiesta della Procura federale per considerare nullo l’atto del governo per la concessione del soggiorno a Battisti. Il magistrato ha quindi deciso che si può iniziare la procedura di espulsione verso la Francia o il Messico, i due paesi in cui Cesare Battisti aveva soggiornato prima di entrare in Brasile. Ad annunciarlo è stato il sito Estadao, che cita fonti giudiziarie. «Siamo stati informati della decisione ma ancora non c’è una data», ha detto l’avvocato di Battisti, Igor Sant’Anna Tamasauskas, raggiunto dal giornale brasiliano. Il legale ha poi sottolineato come con questa sentenza si cerchi di «modificare una decisione del Tribunale Supremo federale e del Presidente della Repubblica» riferendosi al rifiuto di Lula di concedere l’estradizione di Battisti verso l’Italia durante il suo ultimo giorno di presidenza.

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