giovedì, Ottobre 29

Russia, Gazprom alla ribalta per più motivi Il colosso del gas, potente arma economica di Putin, è forse troppo sfruttata per finalità politiche. Almeno dal punto di vista dei suoi azionisti

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Ciò che va bene per General Motors va bene per il Paese”, si diceva oltre oceano in tempi piuttosto lontani, con qualche ironia ma tutto sommato sul serio. Era comunque escluso, o altamente improbabile, che la Casa bianca e altri centri del potere adottassero decisioni contrarie agli interessi della più importante o una delle più importanti industrie degli Stati Uniti. Oggi essa soffre anche per la concorrenza straniera e Donald Trump deve accorrere in difesa sua e della produzione automobilistica domestica in generale. Ma la palma di campione nazionale è passata ormai in altre mani, quelle della technology ovvero industria informatica in primo luogo.

Nell’odierna Russia, invece, il vecchio adagio americano potrebbe applicarsi a Gazprom, il colosso energetico primo al mondo nella produzione di gas naturale, praticamente monopolista sul mercato interno e grande protagonista su quello estero, nonché pilastro di un’economia nazionale complessivamente sottosviluppata per come è strutturata. L’altro pilastro è il gigante petrolifero Rosneft, però meno predominante nel suo settore e messo un po’ in ombra dal fatto che, mentre le enormi riserve russe di gas non hanno uguali al mondo, quelle di petrolio sono in via di esaurimento sia pure non imminente e l’”oro nero” è destinato al declino anche perché inquinante, a differenza del “blu”, benchè i pareri non siano unanimi a quest’ultimo proposito.

Trattandosi di un’azienda in prevalenza statale, il paragone con GM, privata come quasi tutto negli USA, è naturalmente azzardato. Ferma restando tuttavia la somiglianza di base, il significato dell’adagio potrebbe anzi essere tranquillamente capovolto. Gazprom, infatti, godrà anche di particolare favore da parte del regime che fa capo a Vladimir Putin, il che non piace affatto, per principio, ai critici interni ed esterni del sistema politico-economico russo da posizioni liberali e liberistiche. Un po’ come in Italia non piaceva a molti il favore governativo di cui godeva, almeno fino a qualche tempo fa, la Fiat della dinastia Agnelli.

Ma i critici russi di analoga ispirazione, che non mancano neppure in alto loco, denunciano addirittura uno spietato sfruttamento economico di Gazprom a dispetto (ma se si vuole anche a giustificazione) della sua ampia e multiforme tutela in quanto principale strumento, vitale ancor più che prezioso, della politica interna ed estera del regime. Critiche, denunce ed accuse, fino a ieri piuttosto latenti od ovattate, sono emerse alquanto clamorosamente in superficie nelle scorse settimane, in non casuale concomitanza con un accentuato protagonismo della gigantesca società su ogni fronte e soprattutto in campo internazionale.

Non è certo un sua esclusiva la sanzione personale inflitta dagli USA nello scorso aprile, tra vari altri “oligarchi”, ad Aleksej Miller, suo capo supremo e uno dei notabili da sempre più vicini e più fedeli a Putin. Punito proprio per tale vicinanza, con la preclusione dal suolo americano e da ogni contatto diretto con enti e personalità yankee, Miller non se l’è presa più di tanto e ha anzi espresso soddisfazione per essere stato finalmente incluso nella lista nera a comprova di “avere fatto tutte le cose giuste”. Una reazione, insomma, proprio da combattente per la patria, alla testa di una potente macchina da guerra economica per la conquista di nuovi mercati e in difesa dei vecchi, comunque largamente utilizzata dal Cremlino nella prova di forza con l’Occidente in corso da un quinquennio.

A Gazprom viene rimproverato in particolare, e non solo dagli USA, il pieno appoggio ad un’ingiustificabile aggressione russa all’Ucraina mediante manipolazioni delle forniture e dei prezzi del gas e soprattutto un costante impegno a promuovere accordi per la costruzione di nuovi gasdotti destinati ad approvvigionare numerosi Paesi dell’Europa occidentale, sostituendo quelli che attraversano il territorio ucraino e privando quindi il governo di Kiev dei relativi proventi. Sul primo punto è sorto un complesso contenzioso legale sul quale si è pronunciata, nello scorso febbraio, una corte arbitrale svedese, condannando la società russa a risarcire Naftogaz, sua controparte ucraina, con 2,5 miliardi di dollari. Anziché eseguire, Gazprom ha però ricorso in appello, mentre Naftogaz ha chiesto ed ottenuto il congelamento giudiziario dei suoi beni in Gran Bretagna, Svizzera e Olanda.

Per contro, a Miller e compagni è andata meglio con l’Unione europea, dove il colosso russo riversa circa due terzi del proprio export coprendo oltre un terzo del mercato continentale e staccando di parecchio i principali concorrenti, la norvegese Statoil e l’algerina Sonatrach.  Qui è stata risolta in via negoziale, nello scorso maggio, una disputa con le autorità di Bruxelles che durava da sette anni. La Commissione della UE minacciava di multare pesantemente Gazprom accusandola di pratiche commerciali scorrette e in particolare di imporre a otto Stati clienti dell’Europa centrorientale prezzi esosi e restrizioni al libero uso del gas venduto. Anche qui si faceva sentire la crisi ucraina, in quanto Mosca non gradiva la rivendita di una parte almeno del combustibile in questione a Naftogaz, per compensarla del negato o comunque mancato approvvigionamento diretto.

Bruxelles ha rinunciato a multare Gazprom, che in cambio si è impegnata a desistere dalle pratiche suddette, presumibilmente indotta a cedere sia dal netto miglioramento recente della situazione di mercato sia dalle nuove e favorevoli prospettive apertesi sul fronte dei gasdotti. Una grande vittoria, o quanto meno un significativo successo apparentemente irreversibile benchè tuttora contrastato, è stato infatti l’accordo con la Germania per la realizzazione del Nord Stream 2, il secondo gasdotto nel Mar Baltico che tra breve (essendo i lavori già iniziati) dovrebbe consentire il raddoppio dell’afflusso di gas russo nell’Europa centro-settentrionale.

Osteggiato in partenza da Polonia e repubbliche baltiche nonché, più di recente e con durezza, dagli USA, per ragioni sia commerciali che politiche, anche questo progetto ha durato qualche fatica a riscuotere il via libera da Bruxelles, se non altro per la conseguente accentuazione della dipendenza energetica da Mosca. Al superamento dei residui ostacoli ha contribuito il consenso strappato a Gazprom a non chiudere del tutto il flusso attraverso l’Ucraina, altrimenti vittima anche di questo rafforzato legame tra Russia e Occidente europeo.

Resta infine da vedere se ad un analogo successo russo si arriverà anche nel sud del vecchio continente, dopo la bocciatura del Southstream da parte della UE. Un gasdotto alternativo ad esso dovrebbe o potrebbe essere il Turkstream destinato a collegare la Russia (e l’Azerbaigian) ai Balcani e poi all’Italia attraversando la Turchia, appunto, e il Mar Nero. Se l’avvicinamento turco-russo resisterà agli ulteriori e sempre imprevedibili (o fin troppo prevedibili) sviluppi della conflittualità mediorientale, la già operativa intesa al riguardo tra Mosca e Ankara dovrà misurarsi con un’altra problematica tradizionalmente complessa: quella balcanica, resa forse ancora più spinosa, oggi, proprio dal ritorno di un attivo interesse russo per la regione, contraccambiato da vari governi e forze politiche locali.

Gazprom, ad ogni buon conto, è già da tempo all’opera anche qui per quanto le compete.  Al centro delle sue attenzioni rimane sempre la Serbia, il Paese europeo forse più in bilico tra Russia e Occidente e apparentemente propenso, per la verità, a mantenervisi, sbilanciandosi il meno possibile verso l’uno (ossia UE e NATO) o l’altra. Oltre a coprire il suo fabbisogno di gas, Gazprom collabora allo sviluppo della rete distributiva e degli impianti di stoccaggio. Presente nel Paese anche attraverso la succursale serba (NIS) della propria sezione petrolifera (Gazprom Neft), ha in corso trattative con Belgrado per l’acquisto di una parte dell’industria petrolchimica serba.

Fornitrice praticamente unica di gas alla Moldavia, e non solo alla sua provincia secessionista della Transnistria, presidiata da quasi un trentennio da truppe russe, Gazprom vorrebbe far pagare al governo filo-occidentale di Chisinau anche l’approvvigionamento della seconda, a evidente scopo di pressione politica strumentale. Da un altro governo attualmente filo occidentale della regione, quello di Sofia, è riuscito ad ottenere a fine maggio la definitiva concessione di un punto di entrata per Turkstream sulla costa di un Paese membro della UE la cui popolazione, tuttavia, è largamente filorussa.  

A nord dei Balcani, non stupisce che l’Ungheria guidata da un leader quanto meno euroscettico e ammiratore di Putin come Viktor Orban si appresti a consolidare la propria dipendenza energetica da Gazprom mentre un altro pezzo forte dell’economia russa, Rosatom, annuncia l’avvio della costruzione, nel 2020, di due nuovi blocchi della centrale nucleare magiara di Paks. E non sorprende neppure, dopo la correzione di rotta politica avvenuta in Austria, che in concomitanza con la recente visita di Putin, accolto a Vienna con tutti gli onori, sia stato concordato un prolungamento fino al 2040 degli accordi per l’importazione di gas russo oltre a commemorarne il cinquantenario, essendo stata proprio l’Austria neutrale la prima in Europa occidentale ad attingere alla fonte dell’allora Unione Sovietica.

Fuori dall’Europa l’attivismo di Gazprom non è meno sostenuto e a tutto campo ma semmai ancora più frenetico, sempre sotto la spinta di motivazioni sia economiche che politiche. Solo negli ultimi due mesi si sono segnalati accordi, preaccordi e iniziative di vario genere comunque promettenti in e con India e Corea del sud, Bolivia e Venezuela, Iran e Irak, in quest’ultimo caso impostando, affiancata da una società canadese, una partnership con la semiautonoma regione curda in materia di petrolio. Il tutto senza negarsi neppure un incipiente impegno nella produzione e nello smercio di gas liquefatto, in tendenziale concorrenza con i due attuali dominatori del settore, Qatar e Stati Uniti.

Contemporaneamente, sono nettamente migliorati i conti societari che in precedenza avevano sofferto parecchio sotto i colpi della crisi economica nazionale e di quelle esterne, e soprattutto a causa del crollo dei prezzi del petrolio, con relativa ricaduta automatica su quelli del gas, oltre che per le difficoltà di ordine politico. La ripresa, documentata dai risultati del primo trimestre dell’anno, è stata superiore, a quanto pare, alle previsioni degli esperti. Sono sensibilmente cresciuti sia la produzione sia il volume delle vendite e i conseguenti ricavi e profitti, e il trend favorevole appare destinato a protrarsi.

C’è un dato, tuttavia, che rimane vistosamente e pervicacemente depresso. Un dato tutt’altro che secondario, per cui qualche osservatore si sente autorizzato, sia pure un po’ avventatamente, a definire Gazprom un classico “colosso dai piedi di argilla”. Si tratta della sua capitalizzazione in borsa, che non supera i 55 miliardi di dollari, un livello quasi incredibilmente basso se confrontato con i circa mille miliardi che risulta valere una società di dimensioni e rango paragonabili come la saudita Aramco, ormai vecchia regina dell’”oro nero”. Nel non tanto lontano 2008, del resto, la sovrana dell’”oro blu” aveva raggiunto un record di 367 miliardi, e Miller sognava che fosse invece lei la prima al mondo a raggiungere il traguardo di quei mille miliardi.

Cosa è successo nel frattempo? Lo ha pubblicamente spiegato nello scorso maggio, a proprio rischio e pericolo, Alex Fak, autorevole analista di Sberbank, principale banca russa. Secondo un suo rapporto, Gazprom si sarebbe letteralmente svenata con sistematici investimenti giustificabili solo politicamente ma economicamente per nulla redditizi, come la costruzione dei gasdotti con in testa quello siberiano diretto in Cina (costo: 55 miliardi di dollari), seguito dal Nord Stream (21 miliardi) e dal Turkstream (17 miliardi). I profitti sarebbero andati invece alle due maggiori società costruttrici, entrambe capeggiate da “oligarchi” vicini a Putin almeno quanto Miller: Gennadij Timcenko e Arkadij Rotenberg.

Fak, che in passato aveva già osato criticare per motivi analoghi Igor Secin, numero uno di Rosneft, ha scontato stavolta la propria audacia con il licenziamento in tronco da parte del presidente di Sberbank, il pur liberale German Gref, che ha anche dovuto presentare le sue scuse a Miller. Non è detto, tuttavia, che la faccenda finisca lì. L’analista ha probabilmente parlato anche a nome di altri, compreso lo stesso Gref, che dissentono sia pure più sommessamente dal tipo di gestione, autoritario e clientelare, del sistema economico-finanziario della Federazione russa e, anche ad alto livello, ne invocano adeguate riforme.

La sortita di Fak, inoltre, fa eco al malcontento, anch’esso trapelato sui media, degli azionisti di Gazprom, liquidati con dividendi rimasti esigui nonostante l’ascesa dei profitti. La pressione su Putin per un cambiamento di rotta potrebbe insomma crescere e non rimanere vana, benchè ne esista e si faccia sentire anche un’altra di segno opposto, sostanzialmente nostalgica in qualche misura del modello sovietico.

Qualcosa, in effetti, il “nuovo zar” potrebbe rivelarsi disposto cedere, nel suo ruolo di arbitro supremo, ai fautori di una più libera concorrenza anche tra grandi imprese possibilmente sane ed efficienti, per il bene di un’economia nazionale il cui rafforzamento è dopotutto necessario anche ai fini di una politica estera ambiziosa e comunque sostenibile. Un indizio interessante al riguardo è rinvenibile nella crescente concorrenza che Gazprom sta incontrando su vari mercati internazionali del gas da parte di Rosneft, anche se lo stesso Secin, tempo fa, aveva ottenuto la destituzione e persino una condanna penale probabilmente di comodo di un importante ministro che l’aveva contrariato.

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