lunedì, Settembre 28

Russia, elezioni con sorpresa Inatteso successo dell’opposizione nel cuore di Mosca, ma con immediate denunce di intollerabili influenze occidentali sul voto

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Non capita spesso che dell’esito di una consultazione elettorale tutti i maggiori interessati, per quanto distanti tra di loro, si dichiarino contenti. E’ accaduto in Russia all’indomani del voto amministrativo di due domeniche fa. Comprensibilmente atteso con moderato interesse e ancor minore suspense dentro e fuori del Paese, ha richiamato più attenzione dopo l’apertura delle urne, che qualche sorpresa l’ha effettivamente riservata pur senza provocare o preannunciare epocali cambiamenti di scena.

Tutto resta come prima, insomma, ma il quadro politico della Federazione guidata da Vladimir Putin si presenta ora più mosso e variegato di quanto si credesse. E se il trono del nuovo zar certo non comincia per questo a traballare con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali della prossima primavera, il non ancora confermato aspirante ad un quarto mandato avrà probabilmente qualche motivo in più per non essere sicuro di una trionfale investitura, ammesso che avesse proprio bisogno del responso delle urne per apprenderlo.

Il test elettorale del 10 settembre si presentava decisamente probante sotto il profilo numerico. Si è votato infatti in 82 degli 85 ‘soggetti’ della Federazione, ossia le regioni, le repubbliche autonome e i territori che la compongono, per il rinnovo di sei loro assemblee e l’elezione di 16 tra governatori e presidenti nonché di numerosi consigli cittadini con in testa quello di Mosca. In totale dovevano essere assegnati oltre 36 mila seggi da parte, almeno sulla carta, di 46 milioni di elettori, scegliendo tra rappresentanti di 42 partiti e sei associazioni pubbliche. Con in più un tocco di democrazia diretta grazie alla concomitanza con 230 referendum locali.

Al di là di cifre così imponenti, tuttavia, la democrazia alla russa ha complessivamente confermato il suo carattere anomalo, ovvero non impeccabilmente democratico anche se i russi spesso rivendicano il diritto di ogni popolo di darsi un proprio tipo di democrazia anziché attenersi a modelli stranieri. Un prototipo, se si vuole, nella fattispecie, di quella ‘democrazia illiberale’ che alletta in particolare, ma non solo neppure in Europa, gli attuali dirigenti dell’Ungheria postcomunista.

Sta di fatto che anche stavolta la volontà popolare ha potuto esprimersi solo in modo condizionato, plurimanipolato e al limite falsato in misura comunque rilevante, e ridimensionata solo dall’apparente impossibilità di dubitare che la grande maggioranza dei russi approvi la gestione putiniana dello Stato. Il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha assicurato che l’imperativo della ‘tolleranza zero’ per qualsiasi abuso è stato rispettato e ha disinvoltamente minimizzato le infrazioni sostenendo che sono state rapidamente stroncate.

In realtà, la principale organizzazione indipendente russa per il monitoraggio elettorale, Golos, ha registrato non meno di 1600 denunce di frodi, irregolarità e incongruenze varie, e talvolta macroscopiche, sia in sede di votazione sia negli scrutinii, riscontrate anche da una parte dei 27 osservatori stranieri, provenienti da 12 Paesi tra cui l’Italia, ammessi presso i seggi in 11 regioni.  Più sobria di Peskov è stata del resto Ella Pamfilova, presidente della Commissione elettorale centrale e già alla guida della lotta anticorruzione, che si è limitata a promettere adeguati controlli sui casi denunciati o lamentati.

Poco o nulla era cambiato, poi, a monte della prova delle urne. Pienamente in vigore era rimasta la sottoposizione delle candidature ad un filtro di comodo per i partiti più o meno ligi al Cremlino e grazie al quale sono stati nuovamente esclusi dalla competizione numerosi rappresentanti delle formazioni extraparlamentari e oppositori più o meno dichiarati e attivi. Per non parlare ancora una volta del più noto anche all’estero, Aleksej Navalnyj, vittima di un’incessante persecuzione giudiziaria, il caso di maggiore risonanza al riguardo è stata la bocciatura preventiva, e alquanto pretestuosa, del popolare sindaco di Ekaterinburg (quarta città russa), Evgenij Rojzman, che intendeva concorrere per il governatorato della sua regione.

In simili condizioni e con simili premesse, non sorprende che i candidati governativi abbiano agevolmente prevalso in tutte le contese per le cariche di governatore e nelle elezioni dei consiglieri comunali di tutte le città. Compresa, in quest’ultimo caso, la capitale, dove Russia unita, il partito di maggioranza capeggiato dal premier Dmitrij Medvedev, ha conquistato il 76% dei seggi. Proprio a Mosca, tuttavia, si è registrato un risultato relativamente eclatante e comunque inatteso.

Al secondo posto si sono infatti piazzati, con quasi il 12%, i Democratici uniti, una coalizione di vecchi e nuovi partiti e gruppi di opposizione, fino a ieri indeboliti e screditati dalle loro divisioni apparentemente insanabili, dalle loro simpatie per l’Occidente e da uno scarso mordente. In alcuni distretti centrali della metropoli hanno sbaragliato il campo, appropriandosi addirittura di tutti i seggi in quello intitolato a Jurij Gagarin, primo cosmonauta del mondo, dove ha votato anche Putin. In un altro è stato eletto col massimo dei suffragi Ilya Yashin, il contestatore più vicino a Boris Nemzov, l’ex vice premier liberale assassinato da sicari nel 2015 sotto le mura del Cremlino.

Yashin si è baldanzosamente presentato come un ‘nuovo sceriffo’ di Mosca e come i suoi compagni conta di lanciare una sfida meno disperata del solito, nelle elezioni cittadine del prossimo anno, a Sergej Sobjanin, sindaco un tempo popolare ma più di recente messo in cattiva luce dall’abbattimento di molti edifici abitativi nelle aree centrali e da lavori stradali interminabili, secondo una vecchia moda sovietica. Ma le ambizioni di questa parte politica sembrano anche più ampie, all’indomani del successo di una prima campagna unitaria accuratamente preparata col contributo, fra gli altri, di Vitaljj Shkljarov, già collaboratore negli USA di Barack Obama e poi di Bernie Sanders, l’anziano esponente della sinistra democratica protagonista di una spettacolare mobilitazione soprattutto giovanile contro i due maggiori concorrenti nell’ultima elezione presidenziale americana.

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