mercoledì, Settembre 30

Russia e il nuovo scontro Est-Ovest

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Il crescere della tensione, sostanzialmente verbale, tra USA e Russia, sta riproponendo, come già osservavo qualche giorno fa, il vecchio schema dell’Occidente contro l’Oriente. Addirittura, se sono vere le cronache dei giornali, alcuni responsabili politici occidentali hanno violato una delle regole più importanti della diplomazia: la cortesia e il rispetto reciproco, magari solo formali, ma visibili.

Leggo da una cronaca de ‘La Repubblica’ che il Primo Ministro canadese, Stephan Harper avrebbe detto a Putin, stringendogli la mano per salutarlo: «Ti stringo la mano ma ho una cosa sola da dirti: vattene dall’Ucraina». Tanto valeva che gli desse direttamente un ceffone. Altri responsabili avrebbero rincarato la dose, Angela Merkel in testa, a proporre altre sanzioni (poi i würsteln se li cucina con il carbone della Ruhr).

Vero o false che siano le notizie, magari solo esagerate, certo non sono ciò che ci si aspetterebbe da un incontro importante come il G20, che dovrebbe servire a porre sul tappeto problemi di carattere economico e predisporre gli strumenti per affrontarli, e magari risolverli, a livello mondiale (globale direbbero i raffinati, ma io non sono raffinato). Ma ciò che colpisce è che, sempre a sentire le cronache, tutte le tensioni del mondo deriverebbero da una presunta aggressione (così, pare…, sempre pare, abbia detto Obama) della Russia all’Ucraina. Come se l’Occidente mai avesse fatto cose del genere. Come se non fossero in atto in molte parti del mondo situazioni di conflitto gravissime rispetto alle quali sembra che il mondo occidentale sia incapace non di reagire, ma anche solo di capire.

Non soltanto, dunque, con riferimento all’Ucraina (che è un problema davvero marginale e di secondaria importanza), ma al ribollire sempre più tempestoso e preoccupante del Medio Oriente, dove, e sarà questa la mia ultima considerazione ‘politica’, la collaborazione della Russia sarebbe fondamentale, come si è dimostrato quando l’intervento russo, se ha costretto il mondo occidentale ad arretrare di fronte alla pretesa di attaccare la Siria, ha potuto indurre Assad a desistere dall’uso delle armi chimiche, il cui possesso rischiava, da un lato di ripetere il riferimento ad esse come scusa per intervenire militarmente e, dall’altro, ad infliggere ulteriori gravi danni ad una popolazione civile già duramente colpita dal conflitto.

Conflitto, appunto, cioè guerra, in senso stretto, rispetto alla quale lo strumento inventato dopo la seconda guerra mondiale, le Nazioni Unite, è impotente, anzi, peggio, inattivo. Le Nazioni Unite, infatti, avevano come compito (e lo avrebbero ancora, sia chiaro) quello di intervenire in situazioni di conflitto internazionale (cioè, tecnicamente parlando, di conflitto che, di per sé, metta in pericolo la pace internazionale) per garantire la pace o, al caso, per ‘imporla’. Ciò mediante l’uso di strumenti militari, attivi, previsti agli articoli 43 e seguenti della Carta: strumenti mai realizzati e messi in opera.

Le Nazioni Unite, in altre parole, sono state, deliberatamente, sterilizzate dagli stessi Stati che le hanno costituite. Ciò, ovviamente, a causa del confronto tra Est e Ovest, appunto. Nessuno si fidava di nessuno, e quindi gli strumenti non furono messi in opera, tanto più che l’unico caso in cui le Nazioni Unite, sia pure in maniera confusa, agirono, portò all’uccisione, resa pubblica il 12 febbraio 1961, del leader del Katanga (una provincia del Congo Belga), Patrice Lumumba … sarà un caso: comunista.

Ma non basta, perché nemmeno si può dimenticare che, grazie ad un ‘colpo di mano’, gli USA riuscirono a farsi autorizzare dal Consiglio di Sicurezza (Risoluzioni n. 83 e 84 del Consiglio di Sicurezza, Giugno Luglio 1950) ad intervenire militarmente in Corea, per impedire (guarda caso) la caduta della stessa sotto un governo comunista, quello del Nord, già (concordemente in margine alla seconda Guerra Mondiale), sotto il controllo della URSS e della Cina.

Appunto, ‘autorizzare’. Non furono, dunque, le Nazioni Unite direttamente ad agire, ma gli Stati (gli USA in realtà) ad agire su autorizzazione: l’URSS era assente dalla discussione, per la nota diatriba sulla rappresentanza della Cina alle Nazioni Unite. Da quel momento, ogni tentativo da parte del Consiglio di Sicurezza di agire direttamente in situazioni di conflitto venne bloccato grazie al veto espresso dall’una o l’altra delle Grandi Potenze. Solo dopo lo scioglimento dell’URSS e il cambiamento di regime politico in Russia, il Consiglio ha potuto agire, ma sempre e soltanto autorizzando gli Stati interessati ad agire: le risoluzioni, sia chiaro, non indicano quali Stati debbano o possano intervenire, ma solo che ‘Stati’ possano farlo.

Per lo più sono gli USA e qualche ‘alleato’ europeo, e, da qualche tempo, alcuni Paesi ‘minori’, specie in Africa. La cosa, tra i giuristi, è molto discussa, dato che la Carta non parla affatto di autorizzazioni, ma diazioni dirette. Sta in fatto che, sia prima che dopo il cambiamento del regime sovietico, non poche furono le azioni intraprese dagli Stati direttamente, a prescindere spesso dalle stesse Nazioni Unite: Repubblica Dominicana, Guatemala, Panama, Grenada, Cile, ecc., per parte USA; e Ungheria, Cecoslovacchia e Afghanistan per parte sovietica.

Il lungo e drammatico conflitto in Vietnam ha accompagnato il mondo dagli anni Cinquanta (13 Marzo 1954, la famosa battaglia di Diem Bien Phu, a seguito della quale i francesi abbandonarono – leggi ‘fuggirono’ – il Vietnam) fino alla fine degli anni Settanta, quando (30 Aprile 1975, occupazione di Saigon) furono gli statunitensi a “fuggire”, dopo avere tentato la pace a Parigi nel 1973, quando (è questa la cosa che intendo sottolineare) al tavolo della trattativa sedettero, con piena parità di diritti, i rappresentanti dei “guerriglieri” cosiddetti Vietcong, fino ad un momento prima considerati terroristi, imprigionati come terroristi, fucilati come terroristi, ecc.

Dal punto d vista del diritto internazionale, intendo dire, si riproduce in maniera evidente la situazione per la quale un “popolo in lotta” può diventare (e diventa) un soggetto di diritto internazionale, perfettamente paragonabile in termini di diritti, ad uno Stato.

Se, però, gli Stati se ne accorgessero prima, si eviterebbero massacri e attentati. I Protocolli del 1977 alle Convenzioni di Ginevra furono scritti (e regolarmente ignorati) proprio per quello. Sarà questa, comunque, un situazione che si ripeterà moltissime volte nella storia del diritto internazionale (e quindi del mondo), dove sempre più spesso i popoli in lotta per la propria autodeterminazione, cioè per la realizzazione dell’indipendenza politica sul “proprio” territorio, rappresentati da Movimenti di Liberazione Nazionale, agiscono come soggetti di diritto internazionale e come combattenti, così come durante la seconda guerra mondiale accadde per le forze “partigiane” in Italia e in Francia.

L’esempio attualmente più noto di un Movimento del genere è l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, a suo tempo riconosciuta dalla stessa Israele come soggetto capace di trattare da pari a pari. Ciò che, in qualche maniera, distingue il conflitto ucraino da altri è che, sfruttando il precedente del Kossovo, l’Ucraina orientale (oltre la Crimea che, però, rivendica una sua autonomia preesistente, essendo stata illegittimamente “ceduta” dall’URSS all’Ucraina, sia pure come provincia indipendente), con i tentativi in corso si tenderebbe a determinare una divisione del territorio dell’Ucraina, una secessione, sempre guardata con ostilità degli Stati e dal diritto internazionale (che ne è, in ultima analisi, l’espressione: qualunque società, infatti, genera il proprio diritto) ma “difendibile” sulla base di una rivendicata (e, secondo me verosimile) identità culturale specifica di quelle popolazioni (più russe che ucraine, sempre che una identità ucraina esista), oggi difficilmente negabile per almeno due ragioni: il manifestarsi di forme repressive delle aspirazioni delle popolazioni dell’Ucraina dell’Est, e il consolidarsi di una identità nazionale molto forte.

E questa è una delle novità di questi anni, su cui torno tra un secondo, perché prima aggiungo che la Russia (ovviamente nel proprio interesse, non diversamente da quello di altri in altri casi, basterebbe citare la devastazione della Libia) “difende” le popolazioni ucraine, come a suo tempo altri ne hanno “difeso” altre, in nome (ma questo è un altro discorso, troppo lungo da fare qui) dello stesso diritto internazionale.

Ma, come dicevo, si manifesta, sempre più fortemente, una importante novità, che dovrebbe indurre gli “alti strateghi occidentali” (sempre più visibilmente molto al di sotto dei problemi reali, che non conoscono, o che gestiscono con un bagaglio culturale vecchio di venti anni, che nel mondo moderno è come dire un millennio) a riflettere bene, a mettere da parte le abitudini vecchie e “rassicuranti” e guardare le cose con maggiore attenzione e magari competenza.

Da molti anni, ormai, (lo osservò uno studioso americano, Samuel Hutchinson e, nel mio piccolo, io stesso nei primi anni 2000) il “mondo islamico” si sente parte di una comunità unitaria, tendenzialmente unitaria, e (e questo è il punto su cui bisognerebbe saper riflettere, ma non mi faccio illusioni, con questo ceto politico) fortemente conscia (magari esageratamente, ma si tratta di convinzioni soggettive) di essere, essere stata, di rischiare di continuare ad essere, fortemente discriminata dal  … mondo occidentale.

Non è un caso, che da Bin Laden a Saddam Hussein (che più lontano dal primo non si poteva immaginare … finché il mondo occidentale non ha reso l’Iraq terra di conquista di Al Qaida), da Rohani (Iran) a Al Baghdadi – cito deliberatamente persone all’opposto le une dalle altre – per non parlare di Abdullah (tecnicamente: Abd Allāh bin ʿAbd al-ʿAzīz Āl Saʿūd, re dell’Arabia Saudita) o di Hussein (tecnicamente: ʿAbd Allāh II ibn al-Husayn, re di Giordania), non è un caso dicevo che queste persone culturalmente lontane e ostili, parlino tutte di “crociata” contro l’Islam.

Forse non è vero, non è completamente vero (il colonialismo mica lo hanno inventato loro, e l’autodeterminazione dei popoli nasce proprio, o almeno anche, per opporsi ad esso), ma la tendenza a considerarsi, tra seguaci dell’Islam in tutto il mondo, come un popolo discriminato e maltrattato, dovrebbe fare riflettere e fare capire che la Russia, prima che “potenza del male” è certamente interessata ad evitare che da queste sensazioni nasca e si affermi una sorta di rivoluzione mondiale, che sarebbe interesse di tutti evitare: la Russia è piena di gruppi musulmani, si pensi solo alla Cecenia.

Ma, se vi fosse, non essendo giuridicamente del tutto infondata (“tiro”, sia chiaro, il discorso all’estremo), conviene affrontarla con le armi del diritto (e ci sono) piuttosto che dei bombardieri. So che rischio di essere accusato di ogni bruttura, ma da giurista non ho, per cultura e per mestiere, l’abitudine di coprirmi gli occhi, sia pure di prosciutto!

 

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.