venerdì, Aprile 26

Russia e Georgia di nuovo in rotta di collisione O almeno così sembra, ma non manca qualche motivo per contare sulla ragionevolezza delle due parti e l’influenza di terzi interessati

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Che cosa può legare due Paesi piccoli e lontani tra di loro come la Nuova Zelanda e la Georgia, intesa come Repubblica transcaucasica già sovietica? Molto poco, quasi nulla, benchè entrambi appartengano ad un mondo che spesso viene ormai paragonato ad un grande villaggio. O almeno era così fino a venerdì scorso, prima cioè dell’attentato contro due moschee di Christchurch che ha distrutto una cinquantina di vite umane aggiungendo la Repubblica oceanica alla lunga lista dei Paesi colpiti da terrorismi di ogni colore.

In un altro elenco quasi altrettanto lungo, contenente le figure ispiratrici dell’attentatore, in questo caso nemico dell’Islam, erudito quanto feroce, si ritrovano anche due protagonisti della storia ultramillenaria della terra del mitico Vello d’oro. Il più famoso, il re cristiano David IV detto il costruttore, ebbe soprattutto il merito, agli occhi del criminale ‘suprematista’ australiano, di sgominare miracolosamente il poderoso esercito musulmano dei selgiuchidi nella battaglia di Didgori del 1121, salvando così la Georgia, almeno per qualche secolo, dalla dominazione turca.

Alla quale seguirono, nell’800, quella della Russia zarista e nel ‘900 quella sovietica, dopo un’effimera riconquista dell’indipendenza della quale, insieme con la nascita di un primo Parlamento repubblicano, si è celebrato nei giorni scorsi il centenario. Un settantennio più tardi la Repubblica federata di Georgia fu la prima dell’URSS a ribellarsi con successo ad un regime non più devoto da tempo alla memoria di un altro suo figlio ancor più famoso, Iosip Vissarionovic Dzhugashvili detto Stalin. Che oltre a dettare legge in una grossa fetta del mondo aveva assicurato alla propria terra d’origine un posto di riguardo.

I nostalgici del pur controverso (per dire il meno) ‘padre dei popoli’ non mancano neppure a Tbilisi e dintorni come in Russia e altrove, ma il grosso dei georgiani ci tiene alla nuova e più duratura indipendenza, messa però a dura prova, oltre che dall’oggettivo incombere del grande vicino, dal multiforme problema di numerose minoranze etniche, in parte musulmane e trattate non proprio con i guanti, nonché, indirettamente, da una pervicace conflittualità e conseguente instabilità politica.  

Grazie alla protezione anche militare russa, due minoranze particolarmente indocili, gli abchasi e gli osseti, sono riuscite a secedere e a proclamare a loro volta una sedicente indipendenza, priva di significativi riconoscimenti internazionali e sostenuta praticamente solo da Mosca. Gli osseti georgiani, del resto, sono apparentati con quelli che nella Federazione russa godono, al di là del vecchio confine, di una quanto meno formale autonomia.

La loro secessione è stata suggellata, nel 2008, da un breve conflitto tra Russia e Georgia, facilmente vinto dall’ex Armata rossa, provocato anche dall’avvicinamento di Tbilisi alla NATO e causa iniziale, prima ancora della crisi ucraina, del progressivo inasprimento dei rapporti tra Mosca e l’Occidente. La crisi locale è stata poi in qualche modo tamponata, grazie anche alla destituzione di un presidente georgiano, Mikheil Saakashvili, accesamente antirusso nonché nemico giurato (e pienamente ricambiato) di Vladimir Putin.

La pericolosa precarietà della collocazione internazionale della Georgia non è tuttavia venuta meno. Si è semmai accentuata benchè il Paese abbia potuto confermare impunemente la propria vocazione filo-occidentale stipulando un accordo di associazione con l’Unione europea dopo avere disertato tutte le organizzazioni multilaterali dell’area ex sovietica più o meno dominate da Mosca.

Ciò ha incoraggiato i successori di Saakashvili a ribadire l’obiettivo di aderire alla NATO e anzi a perseguirlo in modo concreto quanto ostentato, stabilendo varie forme di cooperazione militare con l’alleanza atlantica comprese esercitazioni comuni e l’apertura di un centro di addestramento delle proprie forze armate da parte di suo personale. Il tutto in aggiunta all’ormai annosa partecipazione di reparti georgiani alle operazioni NATO in Afghanistan e ad altre missioni internazionali all’estero, e accompagnato da una sistematica contestazione della permanente violazione russa dell’integrità territoriale del Paese.

L’ulteriore inasprimento e la recente estensione dello scontro tra Russia e Occidente creano adesso un contesto tale da domandarsi se non renda inevitabile e persino imminente una nuova resa dei conti tra Tbilisi e Mosca. Cominciando proprio da quelle che, da parte georgiana, non possono non suonare come oggettive provocazioni, alle quali i governi occidentali in generale danno del resto corda. Dopotutto, a Tbilisi si ha ben ragione di temere, ad esempio, un’esplosione a tutto campo del conflitto sinora indiretto tra Russia e Ucraina, del quale anche la fiera ma minuscola Georgia farebbe rovinosamente le spese a prescindere dai propri comportamenti.

Uscita vittoriosa dalla burrascosa competizione elettorale dello scorso autunno, la nuova presidente Salome Zurabishvili era sospettata ed è tuttora accusata da oppositori interni di tendenziale arrendevolezza verso Mosca ovvero di doppiogiochismo tra Russia e Occidente. Sta però facendo del suo meglio per dimostrare il contrario, o quanto meno di non discostarsi dalla linea del predecessore, Giorgi Margvelashvili, che invocando ‘pazienza strategica’ con la Russia esortava a non cadere nella trappola delle sue provocazioni e ricerca di pretesti per ricorrere nuovamente all’uso della forza.

Nei suoi primi cento giorni in carica la Zurabishvili ha esordito con immediate visite a Bruxelles, Parigi e Berlino, compreso, nella capitale belga, il quartier generale della NATO, dove ha ribadito l’aspirazione ad entrare nell’alleanza atlantica pur “non diretta contro alcuno”. Nata e cresciuta a Parigi da genitori emigrati nonché in servizio per vari anni presso il ministero degli Esteri francese, ha elogiato i propositi di Emmanuel Macron di dare vita ad una nuova Europa “aperta a tutti”, riscuotendo a sua volta gratitudine per la partecipazione georgiana alla missione militare transalpina di stanza nella Repubblica Centroafricana per mantenervi la pace.    

Per quanto riguarda l’Unione europea, Federica Mogherini ha invece lodato nei giorni scorsi gli importanti progressi compiuti dalla Georgia verso la trasformazione del rapporto di semplice associazione (in vigore dal 2016) in una piena integrazione economica e politica nella UE, mentre il premier Mamuka Bakhtadze si compiace per quello che definisce un “pieno appoggio alla sovranità e integrità territoriale della Georgia” da parte di Bruxelles e per l’attività di controllo in difesa della pace che un’apposita missione europea svolge da un decennio nel Paese.

Quanto alla NATO, non mancano le assicurazioni dei suoi esponenti che all’ammissione della Georgia la porta è sempre aperta, come ama ripetere in particolare il segretario generale Jens Stoltenberg. Il quale, tuttavia, non si astiene dal precisare che essa rimane “eventuale”, così come l’aveva prospettata un vertice atlantico del 2008 e hanno continuato a farlo quelli successivi.

Il motivo della cautela non viene normalmente spiegato ma è trasparente. Esponenti e governi membri dell’alleanza sanno bene che in caso di attacco russo la NATO sarebbe automaticamente obbligata ad intervenire in difesa della Georgia, come di qualsiasi altro Paese membro, in base al celebre articolo 6 del trattato di Washington del 1949.  Preferirebbero perciò essere sicuri che non si ripeterà quanto accadde nel 2008, quando ad attaccare nell’Ossezia meridionale fu proprio Tbilisi, sia pure cadendo in un denunciato tranello russo teso però in risposta a molteplici provocazioni georgiane non solo verbali.

Intanto, ad ogni buon conto, le cose si muovono ugualmente nella direzione che sta a cuore ai dirigenti georgiani, all’insegna di una partnership certo non priva di apprezzabili contenuti. Stoltenberg ha preannunciato una sua nuova visita a Tbilisi entro la fine del mese, in concomitanza con un’esercitazione militare iniziata proprio oggi, per una durata di 12 giorni, con la partecipazione di piccole unità di 23 Paesi membri della NATO, inclusi naturalmente quello ospitante e gli USA, più Svezia e Finlandia neutrali (ma a Stoccolma, soprattutto, si ventila un’adesione all’alleanza) nonché il vicino Azerbaigian, altra repubblica ex sovietica alquanto indocile verso Mosca.

Scopo dell’esercitazione, cui non partecipa invece l’Italia, è quello di addestrare una brigata multinazionale capeggiata da ufficiali georgiani e in grado di fronteggiare una crisi non tale da far scattare l’art. 5. Si tratta ovviamente di uno strumento di deterrenza eminentemente simbolico ma di valore politico non irrilevante e che infatti sembra non essere sfuggito al Cremlino. Del malumore russo si era fatto interprete già alla fine dello scorso febbraio il vice ministro degli Esteri Grigorij Karasin, impegnato da tempo in regolari consultazioni periodiche, a Praga, con un incaricato speciale georgiano, Zurab Abashidze, delle quali si diceva piuttosto soddisfatto, nel complesso, perché utili per migliorare i rapporti bilaterali in vari campi nonostante le divergenze di fondo.

Karasin non aveva però nascosto che secondo Mosca le manovre militari con la NATO non contribuivano a garantire la stabilità regionale né la reciproca fiducia, tanto più a causa dei tentativi georgiani di coinvolgervi i vicini. Ossia, oltre all’Azerbaigian, anche l’Armenia, finora in migliori rapporti con la Russia ma teatro di un recente cambiamento di dirigenza provocato da impetuosi moti popolari.

Per essere più chiaro, il vice di Sergej Lavrov aveva quindi lanciato un monito alquanto allarmante: se Tbilisi non si mostrava più attenta nel curare le relazioni con Mosca rischiava di andare incontro a “possibili sorprese spiacevoli, e tali per entrambi i Paesi”. Appositamente interrogato al riguardo, Abashidze aveva risposto di non sapere che cosa il suo interlocutore intendesse per simili sorprese. Ma forse qualche idea ce l’aveva, dati i precedenti.

Nei giorni scorsi, poi, anche a Tbilisi si saranno drizzate le orecchie prendendo visione di quella che potrebbe anche essere un’ordinaria fake news ma probabilmente non lo è, e comunque non sembra sia stata diffusa a caso. Lo ‘Sputnik’, organo della propaganda russa online su scala planetaria, ha rivelato l’esistenza di un rapporto dei servizi segreti estoni redatto sulla base di osservazioni delle esercitazioni militari russe negli ultimi vent’anni.

Gli esperti di Tallinn ne avrebbero dedotto che se qualche “rivoluzione colorata” abbattesse il regime bielorusso di Aleksandr Lukascenko il rischio di una pronta reazione russa sarebbe forte, come proverebbero gli antecedenti con la Georgia nel 2008, l’Ucraina nel 2014 e la Siria nel 2017. Tra Mosca e Minsk si è registrata nelle ultime settimane qualche nuova fibrillazione, forse più marcata delle precedenti, ma l’avviso sembra implicitamente valere anche per Tbilisi, se non altro perché lo ‘Sputnik non si è preoccupato di commentare quanto rivelato denunciando l’ennesima calunnia antirussa.

Naturalmente la Georgia non è l’Ucraina, “piccola Russia” del passato legata a quella “grande” come nessun altro Paese, eccettuata la sola Bielorussia, dall’etnìa e dalla storia, dalla cultura e da sentimenti tuttora vivi benchè, probabilmente, ormai minoritari. E’ però una porzione importante del “vicino estero”, ossia di quell’area adiacente che circonda la Federazione russa e sulla quale Mosca tende a rivendicare un’influenza prevalente se non proprio esclusiva, ovvero un potere egemonico a tutti gli effetti.

E l’importanza della patria di Stalin tende semmai a crescere, nell’era della pur controversa o quanto meno problematica globalizzazione. Passano o passeranno obbligatoriamente attraverso il suo territorio, oltre alla vecchia Strada militare zarista, unico collegamento tra Russia e Armenia, tutti gli oleodotti o gasdotti (compreso il TAP ben noto anche in Italia) necessari per portare nel cuore dell’Europa gli idrocarburi di concorrenti della Russia come l’Azerbaigian, il Kazachstan e il Turkmenistan.

La costa georgiana conta ben cinque porti, uno dei quali, Anaklia, promette di diventare il più internazionale del Mar Nero grazie ad un ambizioso progetto finanziato da numerosi Paesi e organizzazioni, con in testa la Cina interessata ad ogni possibile snodo della Via della seta. Quando sarà dotato di acque profonde, il porto di Anaklia assumerà un ruolo di primo piano nel traffico dei container, ma potrà ospitare anche navi militari, come Mosca pare tema, battenti bandiere della NATO, protesa ad impedire che il Mar Nero cada sotto totale controllo russo-turco.

In prospettiva, una solida presenza della Cina, già oggi terzo partner commerciale della Georgia, potrebbe per un verso controbilanciare i crescenti legami del Paese con l’Occidente in modo da ridimensionarne il peso agli occhi di Mosca. Per un altro, renderebbe comunque più difficilmente immaginabile un ricorso russo alla forza contro un piccolo Paese nel quale si concentrassero cospicui interessi di un altro ben più grande nonché amico della stessa Russia.

Ma esiste anche un altro e per ora più attuale motivo per non ritenere necessariamente inevitabile una nuova collisione tra i due ineguali vicini, al di là dei dubbi circa la reale disposizione occidentale a morire per Tbilisi come un tempo si credeva o si temeva di dover morire per Danzica o per Berlino, insomma a proteggere la Georgia ad oltranza. Dubbi che, d’altronde, potrebbero valere anche per Kiev e per l’Ucraina.

L’annuvolamento del cielo sopra l’antica Colchide del Vello d’oro avviene in concomitanza con la crisi che infuria nel Venezuela, altro Paese lontanissimo dalla Georgia ma non estraneo alla sua problematica. A Caracas e dintorni, infatti, la Russia sta sfidando gli Stati Uniti, come già aveva fatto l’URSS, anche e forse soprattutto per affermare i propri diritti e interessi di grande potenza a raggio planetario.

Ma proprio per questo motivo il Cremlino potrebbe stabilire che tali diritti e interessi sono in gioco più nel Centroamerica che in Transcaucasia, o che la loro difesa richiede e merita maggiore impegno nell’una piuttosto che nell’altra. Ne potrebbe quindi scaturire una sorta di scambio, con vantaggio reciproco ma anche della pace nel mondo, tra Mosca e Washington.

E non tanto dissimile, in fondo, da quello che, quasi sessant’anni fa, vide i successori sovietici di Stalin ritirare i missili da Cuba, a poche braccia di mare dalla Florida così come la Georgia sta a due passi da Soci, pur di salvaguardare il regime di Fidel Castro e i suoi legami con l’URSS. Può anche capitare, talvolta, che la politica imbocchi la strada della ragionevolezza, quanto meno nei dettagli.

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