sabato, Dicembre 14

Russia e curdi, un tradimento non scontato L’invasione turca della Siria potrebbe favorire una convergenza di fatto tra Mosca e l’Occidente anche a beneficio di chi ha maggiormente contribuito a sconfiggere l’ISIS

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Ce lo si chiedeva già tre anni fa: finirà anche la grande e generosa Russia, capace di intervenire d’autorità in Siria per salvare un regime amico (e anche altri nei dintorni) dall’attacco degli islamisti più sfrenati ed efferati, per abbandonare poi al loro destino i poveri curdi, che tanto hanno contribuito al successo di quell’intervento, come stanno facendo adesso i perversi Stati Uniti, salvo ripensamenti sempre in agguato con Donald Trump?

Già nell’estate del 2016, infatti, ci si chiedeva altresì (e si sarebbe continuato a farlo per tre anni) se non fosse imminente un’invasione turca della Siria settentrionale. Dove era sorta la socialisteggiante ‘repubblica’ curda di Rojava, osteggiata ma in qualche modo tollerata dal governo di Damasco in lotta con un comune nemico. 

E invisa, invece, a quello di Ankara, alle prese da decenni con la più indomabile minoranza interna e timorosa che da lì potesse nascere quel grande Kurdistan indipendente estensibile anche ai curdi dell’Irak e dell’Iran e sognato invano dal crollo dell’Impero ottomano in poi nonostante le promesse iniziali dei vincitori della prima guerra mondiale. 

Un’irruzione turca in territorio siriano era già stata paventata l’anno prima come possibile contraccolpo dell’intervento russo, e uno scontro aperto tra Ankara e Mosca era sembrato per un attimo imminente in seguito all’abbattimento di un aereo militare russo da parte turca.

Poi però la tensione tra le due maggiori potenze regionali si era placata lasciando anzi il posto ad un multiforme avvicinamento, con contestuale allontanamento di Ankara dall’Occidente (pur ferma restando l’appartenenza turca alla NATO) in seguito al fallito colpo di Stato contro il regime di Recep Tayyip Erdogan, con qualche complicità rimproverata in particolare agli USA di Barack Obama, sostenitore delle ‘primavere arabe’.

Neppure il ‘nuovo sultano’ poteva tuttavia permettersi di sfidare apertamente il principale alleato prima che la collettiva e variopinta campagna contro l’ISIS fosse terminata, o apparisse sufficientemente vittoriosa, stando comunque a cuore a Mosca come a Washington in misura pressocchè uguale. Tanto più che, tra l’altro, su Ankara gravavano non pochi sospetti di avere fornito aiuti alle milizie del califfato. 

Perché Erdogan rompesse gli indugi si è dovuto perciò attendere che Trump preannunciasse, una settimana fa, il ritiro del migliaio o poco più di militari USA rimasti a presidiare la zona di confine controllata dai curdi e loro alleati nelle SDF (Forze democratiche siriane), ponendo così fine ad una delle tante «guerre ridicole», secondo The Donald, in cui il suo Paese si era impegolato.

La decisione americana, forse più credibile di analoghi propositi precedentemente manifestati, si colloca, va ricordato, in una direzione già additata e in parte imboccata da Obama (in Libia, ad esempio, oltre che nella stessa Siria) sia pure con una maggiore preoccupazione di predisporre adeguati rimpiazzi dei singoli impegni americani in modo da mantenerli, semmai, in forma più che altro indiretta, come avevano già fatto, in passato, altri inquilini della Casa bianca.

Nelle attuali circostanze, l’unico rimpiazzo concepibile era rappresentato, almeno per quanto riguarda la protezione dei curdi (o, se si vuole, la gratitudine per il ruolo chiave da essi svolto in Siria e altrove), proprio dalla potenza sotto vari aspetti più rivale degli USA su scala planetaria e più in grado di reggere il confronto con essi se non altro a livello politico e soprattutto militare. 

La Russia, naturalmente, protesa comunque a prendere il loro posto nel Medio Oriente in generale e a sollecitare apertamente il loro sgombero dalla Siria (non si sa, per la verità, quanto credibilmente in questa particolare fase). La Russia che, prima zarista, poi sovietica e infine ibridamente postcomunista, ha storicamente protetto e al tempo stesso strumentalizzato ai propri fini i curdi ben più degli Stati Uniti.

Mosca è stata sopravanzata in proposito da Washington solo in questi ultimi anni, avendo preso le armi in difesa del regime di Bashar Assad da un ampio e variegato schieramento di suoi avversari, interni ed esterni, rimasti tendenzialmente tali anche dopo la sconfitta, chissà quanto definitiva, del comune nemico di tutti o quasi, e che tutti sembrava, inizialmente, in grado di travolgere.

Raggiunto (salvo smentita) l’obiettivo locale, Mosca ha dovuto passare come previsto, anche per perfezionare e consolidare il successo, al perseguimento di quello ben più ampio ed ambizioso: trasformare sotto la propria regìa, da proverbiale vespaio ovvero inesauribile focolaio di crisi e guerre in un’area di più pacifica e stabile convivenza, un Medio Oriente che nonostante la sconfitta del califfato non cessa invece di promettere l’aggravamento di collisioni già latenti, come quella tra Iran e Arabia saudita, o il ridivampare del pluridecennale conflitto israelo-palestinese.

Conflitto che vede la Russia odierna, a differenza dell’URSS antisemita quasi per vocazione, in posizione già neutrale, di potenziale mediatrice e persino massima garante dello Stato ebraico in sostituzione degli USA, specie se dovesse fare fiasco l’improbabile grande piano di Trump (o di suo genero) per pacificare la Terrasanta. 

Analogie fino a ieri imprevedibili con lo scenario siriano e il problema curdo comunque non mancano, al di là del duplice fatto nuovo e questo invece prevedibile. Regna alquanta oscurità, nonostante le molteplici e non troppo convincenti dichiarazioni delle parti, su come si sia arrivati all’offensiva militare turca dopo l’annuncio del ritiro americano.

Ma neppure interessa tanto sapere se Washington e Mosca ne siano stati preavvertiti e cosa e quanto abbiano eventualmente detto e fatto per dissuadere Erdogan. Un compito, questo, verosimilmente proibitivo. Per quanto riguarda la Russia, è credibile che il tentativo sia stato compiuto, quanto meno ammonendo a non oltrepassare questa o quella ‘linea rossa’.

Ad Ankara si tende a bollare quasi tutti i curdi come terroristi reali o potenziali, benchè si tratti di un insieme di popolazioni e loro espressioni politiche con connotati parecchio diversi anche all’interno di ciascuno Stato ospitante, se così si può dire. E anche a Mosca, del resto, non si esita ad affibbiare quella taccia a qualsiasi soggetto, personale o di gruppo, che sia ufficialmente malvisto per questo o quel motivo. 

Il Cremlino non poteva perciò negare alla nuova semiamica Turchia il diritto di cautelarsi, anche con i modi più bruschi, contro il rischio di veder nascere presso i propri confini un’inedita entità statale apparentata con una propria minoranza degnamente rappresentata nel parlamento di Ankara, per un verso, ma anche macchiata a lungo, per un altro, dal ricorso al terrorismo per sostenere le sue rivendicazioni.

Tutto ciò aiuta a spiegare perché Mosca, ancora una volta affiancata da Pechino, e stavolta anche da Washington, non abbia sottoscritto al Consiglio di sicurezza dell’ONU una mozione di condanna dell’attacco turco proposta da altri membri occidentali, europei, ma si sia limitata a raccomandare moderazione tenendo conto della più ampia problematica in cui si inserisce il fatto nuovo.

Il quadro, tuttavia, si presenta più complesso di così. Mentre tutto lascia presumere che la mossa americana sia stata in qualche misura concordata con il Cremlino, si ritiene altrettanto probabile che una spinta, quanto meno, a quella turca sia venuta da un’imminente scadenza di evidente importanza.

Il 30 ottobre, infatti, dovrebbe riunirsi per la prima volta, a Ginevra, una commissione preparatoria di una nuova Costituzione siriana necessaria per ristabilire la pace nel Paese soddisfacendo, se possibile, le esigenze e le aspirazioni di tutti, o quasi, i gruppi e fazioni in lotta da otto anni anche tra di loro oltre che contro il regime di Assad e poi soprattutto l’ISIS, esclusa naturalmente quest’ultima. Proposta inizialmente da Putin nel gennaio 2018, la sua convocazione ha ricevuto, non senza fatica, il sostegno dell’ONU dopo essere stata sottoscritta dal trio (Russia, Turchia e Iran) di Astana, la capitale del Kazachstan poi ribattezzata Nur-Sultan, che ha ospitato la sua formazione operativa.

Tra i 150 membri finora designati che compongono la commissione, aperta anche alla società civile, ossia non solo ai politici, figurano alcuni rappresentanti curdi, ma non del gruppo principale che guida le SDF nonostante la sua disponibilità per una riconciliazione con Assad, naturalmente nel quadro di istituzioni più democratiche di quelle esistenti e così aspramente contestate in Siria. 

Il successo dell’iniziativa sta altamente a cuore al Cremlino perché coronerebbe nel modo migliore e, si spera, duraturo i multiformi quanto costosi sforzi profusi dalla Russia per salvaguardare i suoi legami politico-militari con la Siria imperniati sulla vecchia base navale di Tartus e su quella nuova, aerea e non solo, di Latakia, nonché rilanciare presenza e influenza di Mosca in tutto il Medio Oriente e rafforzare di conseguenza il proprio status internazionale. 

L’attacco turco mette a prima vista in pericolo l’appuntamento di Ginevra ma al tempo stesso può favorire la pressione russa su Assad affinchè accetti un minimo di collaborazione, se non proprio una piena riconciliazione con i curdi che più contano. Pressione che, a quanto pare, ha dato i primi frutti se è vero che truppe governative e reparti russi si sono portate a Kobane per spalleggiare le forze curde nella difesa o comunque a presidio della città simbolo della vittoriosa campagna curda contro i jihadisti del califfato.

I rischi impliciti anche in questa mossa o contromossa sono evidenti quanto l’opportunità, in alternativa al peggio, di ricorrere alle armi della diplomazia per sciogliere i nodi di un contrasto che minaccia di degenerare nuovamente in un conflitto stavolta ben più grave per tutti.

Per dialogare e negoziare, anziché combattere, bisogna essere notoriamente almeno in due, e la parte turca non lascia molte speranze in proposito. Erdogan sembra sordo a qualsiasi invito alla moderazione, monito a fermarsi e persino minaccia come quella di Trump di distruggere l’economia turca, per non parlare di quella europea di tagliargli le vendite di materiale bellico.

Sottoposto, però, ad una maggiore pressione concentrica di Mosca e dell’Occidente, potrebbe anche venire a più miti consigli accontentandosi ad esempio della concessione da parte di Assad, ai curdi come eventualmente ad altre minoranze siriane, di una sostanziosa e credibile autonomia in cambio di una confermata e altrettanto garantita integrità territoriale della Siria. 

Se a Mosca riuscisse l’impresa di estendere alla Turchia una stabile riconciliazione tra il signore di Damasco e i suoi avversari interni, coinvolgendo Ankara in una convergenza trilaterale apparentemente approvata, fra l’altro, dall’Iran, la diplomazia russa potrebbe a buon diritto vantarsi di avere regalato al mondo l’”accordo del secolo”, come ha definito nei giorni scorsi ‘The Guardian” quella che, al momento, deve comunque considerarsi una pura ancorchè valida ipotesi.

Rimane infatti all’orizzonte, naturalmente, la pur meno accattivante alternativa che il Cremlino, costretto a scegliere tra Turchia e curdi, con Ankara già in rotta di collisione con la NATO come finora Mosca, approfitti della circostanza per strappare definitivamente all’Alleanza atlantica uno dei suoi maggiori baluardi. 

E ciò anche a costo di macchiare una reputazione che la Russia sta cercando di costruirsi o migliorare e di compromettere in qualche misura il ruolo di arbitro supremo e rispettato che punta ad assumere soprattutto nel Medio Oriente. Per quanto riguarda più strettamente il rapporto con i curdi, il suo collegamento con tale aspirazione non è probabilmente ignorato né sottovalutato a Mosca.

Vadim Makarenko, un accademico specialista in materia regionale, sostiene che il compito della Russia nello scacchiere mediorientale, reso più complicato dal ritiro USA, consiste anche nel tenere a bada la Turchia pur non avendo particolari interessi nell’area della Siria controllata dai curdi e priva di apprezzabili riserve di petrolio, e quindi neppure bisogno di interventi militari in loco.

Nikita Isaev, direttore di un istituto di studi economici vicino al Cremlino, oltre a vedere in pericolo la solidità del trio di Astana, giudica “estremamente importanti” per Mosca le relazioni con la Turchia anche per via dei gasdotti che l’attraversano e quanto ai curdi afferma che, ora abbandonati da tutti, “potranno contare solo sull’attiva neutralità della Russia”. 

Che cosa questa neutralità attiva potrà significare e ottenere, resta da vedere. Tenendo presente, ad ogni buon conto, che se la Turchia è certamente un osso duro per tutti, proprio la sua forza e le sue ambizioni potrebbero finire con l’isolarla e favorire indirettamente una convergenza tra Mosca e l’Occidente a danno suo, o almeno del suo attuale regime, e a vantaggio dei suoi piccoli o grandi avversari. 

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