mercoledì, Marzo 20

Russia e Bielorussia, unificabili o no? L’unica repubblica ex sovietica europea candidabile a riunificarsi con Mosca le resta sempre amica ma non senza condizioni e riserve

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Tra le terre di frontiera concretamente o potenzialmente coinvolte nell’ormai annosa tensione tra Russia e Occidente, così grave da apparire a molti una riedizione della lunga guerra fredda tra Est e Ovest del secolo scorso, c’è, a suo modo, anche quella che viene spesso bollata come l’ultima dittatura d’Europa. Forse un po’ ingiustamente, per la verità, nel senso che la Bielorussia, più correttamente considerata altresì la più sovietica delle repubbliche ex sovietiche, quanto a carenza di democrazia non sembrerebbe proprio così isolata nel vecchio continente, sin d’ora e ancor più in prospettiva.

Istituzioni e riti tipicamente democratici, esistenti anche a Minsk e dintorni come quasi dovunque, non brillano certo per un inappuntabile funzionamento, contraddistinto però da dosi di autoritarismo e repressione non molto più elevate che, ad esempio, nella grande “sorella” russa. Alla quale, del resto, la Bielorussia è rimasta legata, più di qualsiasi altra erede dell’URSS, sotto ogni aspetto. Non solo, cioè, dalla geografia e dalla storia, dalla comunanza o stretta parentela etnica, dalla lingua e dalla religione, e così via, ma anche politicamente.

La Russia cosiddetta bianca, infatti, collaborò sì, nel 1991, con quella inizialmente capeggiata da Boris El’zin e con l’Ucraina già allora centrifuga rispetto a Mosca nel decretare il decesso dell’Unione sovietica governata da un unico partito comunista. Ovvero nel provocare, quindi, quella che Vladimir Putin avrebbe più tardi stigmatizzato come la peggiore catastrofe nazionale, deleteria anche per il resto del mondo.

Otto anni dopo, tuttavia, proprio in concomitanza con l’avvento al Cremlino del futuro ‘nuovo zar’, la Bielorussia, passata per prima sotto una dirigenza politica più “nostalgica”, stipulò con la Russia, unica in tutta l’area post-sovietica, la creazione di una nuova Unione bilaterale, facilmente vista dall’esterno, ma presumibilmente concepita anche dai due contraenti, come prima pietra per la ricostruzione di un raggruppamento più ampio. E meno evanescente, comunque, di quella Comunità degli Stati indipendenti della quale oggi si fatica persino a ricordare la sopravvivenza anche a prescindere dalle numerose defezioni.

Immancabilmente destinato a diventare così una sorta di nuovo ed unico “satellite” della Russia quanto meno sul suolo europeo, il Paese ha svolto questo ruolo, normalmente non dei più gratificanti, in modo tutto sommato dignitoso, mostrando una fondamentale fedeltà al “grande fratello” ma difendendo contemporaneamente i propri diritti e interessi non senza, finora, un relativo successo.

Sotto la guida inamovibile di una personalità forte quanto colorita come quella di Aleksandr Lukascenko, già direttore di un colcos (azienda agricola collettiva) nell’era sovietica, l’allineamento con Mosca in politica estera è stato inappuntabile ovvero a malapena scalfito da qualche ricorrente accenno a propri particolari posizionamenti o proverbiali giri di valzer con gli avversari.

Nella crisi ucraina, ad esempio, tanto più scottante a causa della vicinanza e delle molteplici analogie tra i due Paesi, il governo di Minsk ha fatto del suo meglio per promuovere o almeno agevolare una soluzione pacifica, ospitando nella capitale i colloqui multilaterali a questo scopo che vi si trascinano da anni, senza esiti apprezzabili, e ostentando spesso, in tale sede e altrove, una vocazione mediatrice presumibilmente gradita a Mosca come agli interlocutori occidentali.

Nel frattempo non è mai venuto meno neppure l’interesse bielorusso a stabilire proficui rapporti con l’Unione europea, benchè frustrato finora soprattutto dalla disapprovazione da parte di Bruxelles di vistose violazioni dei diritti umani imputate al regime di Minsk, con conseguenti misure sanzionatorie Inflitte a partire dall’inizio del secolo e prorogate per un altro anno appena pochi giorni fa.

Tutto ciò non ha impedito la messa a punto, dopo due anni di trattative, di un accordo per l’inclusione della Bielorussia nel programma di Partnership orientale della UE, riguardante anche altre cinque repubbliche ex sovietiche non candidate a diventare membri della comunità dei 27 ma disposte ad impegnarsi insieme ad essa per lo sviluppo dei contatti interpersonali, la tutela dell’ambiente, la cooperazione economica e in altri settori ancora compresa la stessa causa dei diritti umani.

Ritardato da un incidente di percorso, il definitivo varo dell’accordo è stato probabilmente ostacolato anche dal deterioramento del clima generale tra Russia e Occidente per effetto di più o meno massicce e “provocatorie” esercitazioni belliche da entrambe le parti, con la Bielorussia puntualmente partecipante a fianco della Federazione russa (ma ostentatamente restìa a concedere a Mosca basi militari, forse, però neppure richieste) e dell’inarrestabile spinta della NATO ad estendersi ulteriormente nel Sudest europeo.

Se ce n’era bisogno, l’attrazione di Minsk per il vicinato occidentale è stata comunque ampiamente compensata dalla piena adesione bielorussa, sin dal primo momento, all’integrazione (o reintegrazione) economica sul versante opposto imperniata sulla giovane Unione eurasiatica nata per volere russo. Un’adesione scontata fin che si voglia ma tanto più significativa in quanto la Bielorussia, oltre ad essere l’unico Paese europeo reclutato da Mosca per l’ambiziosa impresa, figura altresì tra le poche eredi dell’URSS in generale che abbiano risposto finora all’appello.

Va naturalmente considerato che Lukascenko e compagni non avevano alternative, anche a prescindere dal pericolo che il Cremlino reagisse ad una loro diserzione non meno duramente che alle scelte compiute dall’Ucraina dopo la “rivoluzione di Maidan”. La dipendenza economica del Paese dalla “sorella maggiore” è oltremodo pesante e solo in parte controbilanciata dalla dipendenza russa dalla “sorella minore” per il transito degli oleodotti verso occidente e la lavorazione di una quota rilevante del greggio russo.

L’apparato produttivo nazionale ha il suo punto di forza negli impianti per la raffinazione dell’”oro nero” ereditati dal sistema sovietico. La loro produzione, destinata in gran parte all’estero, finanzia un quinto del bilancio statale, ma deve contare su forniture di greggio russo affluite sinora a prezzi di favore sia pure calante. Anche così, tuttavia, il Paese resta gravato da un debito estero che esponenti dell’opposizione definiscono “enorme” e che tende a crescere di anno in anno. Solo in quello corrente la somma totale da sborsare in conto interessi e restituzione di capitale ammonta a circa 5 miliardi di dollari.

Per il resto, le risorse naturali sono scarse mentre l’agricoltura tuttora collettivizzata e il predominante controllo statale dell’industria e delle banche non giovano all’efficienza della loro gestione e rendono il sistema nel suo complesso il meno adatto sia ad una crescita sana (anche se il PIL è aumentato non poco negli ultimi anni) sia ad un’intensificazione dei rapporti con economie di mercato.

Lukascenko, comunemente chiamato batka, cioè paparino, non si mostra affatto propenso a cambiare strada, neppure in direzione di uno Stato di diritto abbastanza genuino da incoraggiare l’iniziativa privata e gli investimenti, e il suo paternalismo più o meno benevolo dovrebbe semmai trattenerlo nell’orbita russa. Sempre che, poi, non sia proprio Mosca a mutare rotta, per quanto la riguarda, al fine di un necessario potenziamento economico, operando una svolta di sistema per la quale sembra stia premendo il grosso dell’establishment russo. Nel qual caso, Minsk dovrebbe verosimilmente accodarsi piuttosto che cercare alternative.

Per il momento, tuttavia, indicazioni e prospettive si presentano alquanto diverse benchè tutte da chiarire. La fedeltà di fondo di Minsk a Mosca non aveva impedito finora ai rispettivi dirigenti di bisticciare spesso e volentieri proprio sul punto cruciale del rapporto bilaterale: in ultima analisi, sul prezzo delle forniture russe di petrolio, con esiti, fino a ieri, magari insoddisfacenti per entrambe le parti ma sufficienti per scongiurare rotture ancora più indesiderabili.

Adesso invece, ossia negli ultimi mesi o settimane o addirittura giorni, è successo qualcosa di inedito anche se non abbastanza trasparente, sullo sfondo probabilmente non irrilevante di un ribollimento che accomuna, non solo in Europa, più parti dell’area ex sovietica e dell’Unione europea, con reciproche influenze e ripercussioni nonché esiti, naturalmente, ancora imprevedibili.

Per quanto riguarda la Bielorussia tutto sembra essere cominciato con la decisione russa, in vigore dal 1° gennaio scorso, di elevare il prelievo fiscale sulla produzione di petrolio greggio, con conseguente aumento del suo costo e grave danno per i suoi acquirenti stranieri in generale e in particolare per i membri dell’Unione eurasiatica.  Impossibilitati ora, i secondi, a lucrare abbondantemente sugli scambi al suo interno, esenti da dazio, e le esportazioni a prezzi di mercato al di fuori di essa, dello stesso prodotto greggio oppure raffinato. Si calcola che per la Bielorussia la perdita, intorno a 300 milioni quest’anno, potrebbe salire fino a 12 miliardi in totale nel 2024.

Le scontate reazioni di Minsk sono state tanto vivaci, ancor più che in precedenti occasioni analoghe, quanto confuse e mutevoli, suscitando repliche di Mosca a loro volta non facili da interpretare, e i tentativi di venire a capo dell’ennesima ma più aspra diatriba sembrano non essere serviti neppure a chiarire come stiano veramente le cose. Soprattutto, si direbbe, da parte russa.

Nello scorso dicembre Lukascenko e Putin si sono incontrati tre volte, due delle quali a pochi giorni di distanza l’una dall’altra, a Mosca, con l’aggiunta di un colloquio tra i rispettivi capi di governo a Brest, in Bielorussia, a metà mese. Ne è seguito quello che da molte parti è stato percepito come un ultimatum, lanciato dal premier russo Dmitrij Medvedev, dichiarando che la continuazione degli aiuti finanziari al socio minore richiede passi avanti verso la concreta attuazione del già citato trattato del 1999 per un’unione statale tra i due Paesi, rimasto finora quasi tutto sulla carta.

Lukascenko non ha tardato a replicare accusando Mosca, in una conferenza stampa, di voler annettere la Bielorussia attentando alla sua sovranità, mentre Dmitrij Kiselev, pezzo da novanta dei media russi, sembrava dargli ragione avvertendo Minsk che qualsiasi suo tentativo di allontanarsi dalla Russia metterebbe a rischio l’esistenza stessa del Paese. Tutte parole e toni, questi ed altri consimili, che hanno ulteriormente alimentato una ridda di voci, ipotesi e polemiche già ovviamente scatenatasi sulla questione.

Passate le festività di fine anno, il Batka è parso voler sdrammatizzare la situazione bollando come “molto stupide” e “fuori luogo” certe supposizioni e speculazioni emerse nel pubblico dibattito, e alcuni giorni più tardi gli ha fatto eco il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, dicendosi sorpreso per l’”eccessivo chiasso” sollevato intormo all’argomento e ad una situazione, a suo avviso, “assolutamente normale”, non esistendo alcun “programma geopolitico segreto”.

Se così era, ed è, c’è da domandarsi perché Lukascenko abbia sentito il bisogno di tornare in Russia già la settimana scorsa, o di esservi chiamato da Putin per trascorrere due giorni a Soci intrattenendosi con ogni evidenza sullo stesso argomento. E, per di più, inscenando una conferenza stampa conclusiva nella quale i due presidenti hanno fatto letteralmente a gara nel dire e non dire, girando a ruota libera (o fin troppo controllata) intorno ad esso, col risultato di lasciare aperto ogni possibile interrogativo e plausibile qualsiasi sospetto.

Perché dovremmo discutere di sovranità russa e bielorussa?”, ha domandato Lukascenko, rispondendosi da solo che la sovranità è “sacra come un’icona”. Ma dopo avere assicurato che “non abbiamo problemi di sovranità, non ne abbiamo neppure parlato”, ha aggiunto che i due Paesi sono pronti a “rivedere” le loro relazioni. E Putin, dal canto suo, deve avere dato un ulteriore apporto a confondere le idee dei sovranisti italiani e altri suoi ammiratori dichiarando che “Stati completamente indipendenti non esistono” essendo tutti “interdipendenti”.

La revisione accennata dal Batka può significare quasi tutto o quasi niente e comunque ricollegarsi ad un’altra sua dichiarazione, meno evanescente, fatta nella stessa sede. “Noi siamo pronti, ha detto, a procedere tanto avanti, in termini di unità, di unificazione dei nostri sforzi, Stati e popoli, quanto lo siete voi…Noi possiamo unirci anche domani, non c’è problema. Ma siete pronti voi, russi e bielorussi, a farlo? Questo è il problema…Se essi (i popoli) non sono pronti, per quanto grande e potente sia la Russia, essa non è in grado di imporre il suo volere a chicchessia”.                      

Intuibilmente, Lukascenko fa riferimento a recenti sondaggi secondo i quali i bielorussi sono stabilmente favorevoli, tra il 55% e il 75%, al mantenimento dell’attuale livello di integrazione con la Russia, ma dovendo scegliere tra una più stretta unificazione e la conservazione della sovranità nazionale opterebbe per la prima solo il 15-20% e per la seconda non più del 5%. Dando così ragione, in altri termini, agli osservatori secondo i quali la grande maggioranza della popolazione avrebbe imparato nel corso del tempo ad apprezzare malgrado tutto i vantaggi dell’indipendenza. E chissà se un eventuale successo dei dirigenti di Minsk nel chiedere a Mosca più generosità in materia di prezzi del petrolio basterebbe a rendere i bielorussi più “pronti” a cambiare idea.

Da annotare, infine le voci o ipotesi secondo cui il Cremlino punterebbe senz’altro alla piena unione dei due Stati, indipendentemente da ogni altra considerazione, per un semplice quanto singolare motivo di comodo. Putin, cioè, essendogli precluso un terzo mandato presidenziale consecutivo senza una modifica della Costituzione non priva controindicazioni di vario tipo, potrebbe conservare il potere supremo assumendo la presidenza di una piena Unione Russia-Bielorussia.

Tutto è possibile, naturalmente, ma c’è almeno un precedente che dovrebbe sconsigliare un espediente così spregiudicato di per sé e per di più coinvolgente un altro popolo: la semi sollevazione popolare di otto anni fa contro il duplice scambio delle massime cariche nazionali tra lo stesso “nuovo zar” (oggi, tra l’altro, già in calo di popolarità) e il fido Medvedev. Comunque, si vedrà.   

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