giovedì, Novembre 14

Russia e Bielorussia, un’unificazione laboriosa Mosca la vorrebbe e Minsk forse ci starebbe, ma entrambe alle rispettive condizioni. Un paparino nostalgico, intanto, flirta con gli USA

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Un’Europa forte e unita è un pilastro fondamentale del nostro pianeta…Dio non voglia che qualcuno la roviniSiamo certi che la sicurezza regionale dipenda dalla coesione dei suoi Stati e dalla preservazione del ruolo militare e politico degli Stati Uniti sull’arena europea”. Vogliamo “instaurare un dialogo paritario con tutti ristabilendo rapporti normali con gli USA, promuovendo rapporti di buon vicinato con l’Unione europea ed estendendo la partnership con la NATO”. 

Qualcuno sarebbe capace di indovinare chi ha pronunciato recentemente queste parole senza leggere prima il titolo di questo articolo? Ne dubitiamo e perciò riveliamo subito le generalità personali e politiche dell’autore.

Trattasi di Aleksandr Lukascenko (ovvero Alyaksandr Lukashenka, secondo la translitterazione anglosassone della denominazione bielorussa del personaggio anziché di quella russa, normalmente più familiare), presidente della Bielorussia dal 1994, tre anni dopo il suo accesso all’indipendenza dalla defunta Unione Sovietica, e spesso menzionato in Occidente, un po’ sbrigativamente ma non senza qualche fondamento, come l’ultimo dittatore europeo. 

Si tratta altresì dell’ex repubblica federata dell’URSS rimasta più di ogni altra, in Europa e in Asia, legata sotto ogni aspetto alla Russia, a cominciare da quello etnico e culturale (‘bielo’ in russo significa bianco) nonostante lontane e temporanee soggezioni a Lituania e Polonia. Furono i suoi governanti di allora, insieme a quelli russi e ucraini, a decretare nel 1991 il decesso del colosso eurasiatico, zarista prima che sovietico, e il suo rimpiazzo con un’evanescente Comunità degli Stati indipendenti.

A differenza dell’Ucraina, spiegabile anche con il diverso tipo di regime, sensibilmente più autoritario, e anche più ‘nostalgico’, dopo il precoce avvento di Lukascenko alla sua testa, la Bielorussia sarebbe probabilmente la prima ex ‘sorella’ a ricadere nelle braccia di Mosca qualora Vladimir Putin o chi per lui riuscisse nell’impresa di resuscitare il suddetto colosso con le buone o con le cattive.

Già ora è l’unica coerede dell’URSS legata all’ex fratello maggiore da un trattato di ‘unione statale’ risalente al 1996. Unione rimasta, in realtà, quasi tutta la carta malgrado l’esistenza di un segretariato che dà ogni tanto qualche segno di vita e ripetuti tentativi o accenni, specie da parte russa, a dargli un seguito di maggiore consistenza.

In compenso, la Bielorussia affianca la Russia in tutte le organizzazioni multilaterali che hanno Mosca come promotrice o membro qualificante, compresa in particolare la giovane Unione economica eurasiatica cui aderiscono ancora poche repubbliche ex sovietiche. 

La cooperazione in campo militare è stretta, come ha confermato l’imponente esercitazione comune Zapad (Occidente)-2017, svoltasi in una fase critica dell’aspro confronto con lo schieramento atlantico provocato dalla crisi ucraina. Per risolvere o almeno contenere la quale il governo di Minsk ospita da tempo, anche con atteggiamenti da mediatore, un negoziato multilaterale sia pure, finora, piuttosto sterile.

Come la Russia ex rossa, quella “bianca” subisce sanzioni, in particolare americane, inflitte tuttavia, nel suo caso, non per malefatte a danno dell’Ucraina bensì per penalizzare un regime autocratico scarsamente rispettoso dei diritti umani sul piano interno. Nonchè caratterizzato, del resto, dalla conservazione di strutture anche economiche di tipo collettivista per lo più ripudiate invece, dal grande vicino orientale.

A rigore, però, quest’ultima diversità non dovrebbe contribuire a spiegare le perturbazioni pressocchè croniche dei rapporti tra Minsk e Mosca, riconducibili in primis ad una naturale propensione bielorussa a conservare adeguata autonomia e al limite l’assoluta indipendenza. Propensione quanto meno della classe dirigente nazionale, se non del popolo bielorusso, impossibilitato ad esprimersi al riguardo in modo accertabile.

Sta di fatto che tra le due capitali gli scambi di amorosi sensi e dei migliori propositi reciproci si alternano senza sosta con malumori e polemiche, apparenti dispetti e rimproveri o moniti non sempre velati. Il tutto con un andamento altalenante anche agli effetti delle prospettive di realizzazione dell’unione statale. Che Minsk sembrerebbe disposta ad accettare, ma solo a condizioni vantaggiose, e a Mosca interessare, ma solo fino ad un certo punto e forse persino no.

Costi materiali a parte, dopotutto, rispettare qualche sovranità altrui può fare comodo, in certi casi, anche per rendere più facile piegarne o condizionarne altre. Quella dell’Ucraina, ad esempio, della quale Lukascenko prese apertamente quanto sorprendentemente le difese, nello scorso dicembre, intrattenendosi con giornalisti russi. 

Criticò infatti i loro media, per l’occasione, perché dipingono, secondo lui a torto, i dirigenti di Kiev come nemici e non esitò ad accusare Mosca di mirare ad annettere la Bielorussia usando le forniture di petrolio e gas, finora vitali per il Paese, come strumento di ricatto. E precisando, ad ogni buon conto, che per Minsk “la sovranità è sacra”.

L’accusa, comunque, tocca indubbiamente un punto chiave dei rapporti tra Minsk e Mosca. La Bielorussia, dipendente quasi interamente dalla Russia per il suo import di greggio (che peraltro rivende con profitto in Occidente previa raffinazione) beneficia di uno sconto sul prezzo che Mosca intende adesso ridurre sensibilmente per motivi fiscali.

Tarda inoltre a risarcire Minsk per il danno (circa mezzo miliardo di dollari) subito con la perdita di un cospicuo quantitativo di petrolio russo risultato inquinato dopo la compravendita, e intende rincarare il prossimo anno, in misura ancora imprecisata, anche le forniture di gas naturale. Lukascenko e i suoi sollecitano infine la revoca di una sospensione di copiose importazioni di prodotti alimentari bielorussi nonché l’erogazione, anche questa in ritardo, di un prestito già concordato di 600 milioni per rifinanziare il debito bielorusso nei confronti di Mosca.

A quanto sembra, Il Cremlino andrebbe più facilmente incontro al piccolo vicino occidentale, nonché socio a vario titolo (che sui media russi viene spesso tacciato di ingratitudine per i multiformi aiuti finora ricevuti), se Minsk frapponesse minori ostacoli ad una più stretta e formale integrazione statale soprattutto in campo economico e finanziario.

Non manca per la verità chi invece sospetta che da parte russa, a causa delle ben note e persistenti difficoltà nazionali in tale campo, si tenda piuttosto lesinare le concessioni ad un vicino, socio ed amico dato un po’ per scontato come tale, usando l’alibi della sua apparente riluttanza ad unificarsi.

Lukascenko, certo, sta ripetutamente dicendo tutto e il contrario di tutto, in proposito, specialmente in questi ultimi mesi, e i suoi almeno cinque incontri a quattr’occhi con Putin dall’inizio dell’anno non sono apparentemente bastati a chiarire i termini della vertenza e tanto meno a sbloccarne la soluzione.

E’ un’impressione, tuttavia, che potrebbe anche rivelarsi ingannevole e destinata a venire smentita dai più recenti e alquanto clamorosi sviluppi contestuali. E’ infatti tornato alla ribalta, con più credibilità di prima, il possibile collegamento, ancorchè rocambolesco quanto si voglia, con la permanenza di Putin, in un modo o nell’altro, alla guida della Russia.  

In base alla Costituzione essa non può durare più di due mandati consecutivi alla presidenza della Federazione, e il secondo del ‘nuovo zar’ (che sarebbe poi il quarto non consecutivo), rieletto nel marzo 2018, scade nel 2024. Il tempo per pensarci sembrerebbe non mancare, ma evidentemente la questione è troppo delicata, e probabilmente anche controversa, per non cercare di premunirsi sin d’ora. 

L’espediente da tempo ventilato, in alternativa ad una modifica della Costituzione, attuabile ma alquanto indecorosa anche per un regime come quello russo, consisterebbe nell’assegnare a Putin la presidenza di una Unione russo-bielorussa che vedesse finalmente la luce passando ad altre mani debitamente fidate quella della Federazione.

E’ da presumere che l’idea non piaccia gran che a Lukascenko, perché un Putin in quel ruolo significherebbe probabilmente per la Bielorussia la perdita di ogni autonomia e libertà di movimento nell’ambito della futura Unione indipendentemente dalla strutturazione formale della nuova entità statale. 

Che rimane comunque da concordare, per quanto se ne sa, insieme a tutto il resto, e siccome sembra proprio che Mosca sia partita o tornata alla carica sull’argomento non deve stupire che Batka (il ‘paparino’, come Lukascenko viene spesso chiamato) stia alzando decisamente il prezzo dell’eventuale operazione con relativi addentellati.

Le sue aperture all’Occidente citate all’inizio, e tanto più rimarchevoli in quanto accompagnate dalla dichiarazione che il suo Paese non sarà mai incorporato nella Russia, risalgono allo scorso dicembre. Nei mesi successivi giunse a sostenere che l’unione con Mosca si poteva fare in qualsiasi momento ma bisognava che tutti fossero pronti ovvero disposti a farla o ad accettarla.

Gli atti concreti hanno però finito col dimostrarsi più eloquenti delle pur autorevoli parole. Già nello scorso novembre il Batka aveva propiziato un avvicinamento agli USA ribadendo ancora una volta, ricevendo esperti e analisti americani, la sua contrarietà ad ospitare basi militari straniere, in particolare aeree, sostenendo che la Russia, ovviamente principale interessata, non ne aveva bisogno.

Mosca, in realtà, era già stata costretta in precedenza, da tale contrarietà, a stazionare alcune squadriglie presso Kaliningrad anziché Minsk o dintorni. Ad ogni buon conto, Lukascenko assicurava ai suddetti interlocutori che “le forze armate bielorusse sono in grado di provvedere alla sicurezza (nazionale)…molto meglio di qualsiasi altro Paese inclusa la Federazione russa”.

Nello scorso agosto si è appreso che erano in corso contatti con gli USA finalizzati all’inedito acquisto di petrolio americano in modo da diversificare le fonti di approvvigionamento energetico e contribuire, come spiegato dallo stesso Lukascenko, a ridurre la quota russa del commercio estero bilorusso di circa la metà o almeno un terzo. Un obiettivo (con relativa “sberla in faccia a Putin” secondo un osservatore americano) rivelatosi raggiungibile nonostante le sanzioni economiche USA in vigore da un decennio.

Alla fine dello stesso mese è giunto a Minsk il consigliere della Casa bianca per la sicurezza nazionale, John Bolton, visitatore americano di più alto grado negli ultimi due decenni. Il suo colloquio con il Batka, che non ha ignorato la questione dei diritti umani, deve essere stato oltremodo incoraggiante e costruttivo dato che l’ospite lo ha definito ‘affascinante’ e promettente di una svolta nei rapporti bilaterali.

Si poteva sospettare che Bolton, parlando proprio alla vigilia delle sue dimissioni ovvero destituzione per mano di un Donald Trump inesorabilmente recidivo, avesse un po’ esagerato nel compiacimento, per motivi personali o altro. A distanza di due settimane o poco più è arrivata invece un’inequivocabile conferma.

Il 17 settembre, infatti, il sottosegretario di Stato David Hale, presentatosi a sua volta a Minsk per conferire con i massimi esponenti bielorussi, ha preannunciato il ritorno di un ambasciatore americano dopo un’assenza che durava dal 2008, con conseguente ripresa di normali rapporti diplomatici e annesso segnale di prossima riconsiderazione oltre oceano del regime sanzionatorio. 

A questo punto, non stupisce neppure la rivelazione, da parte dell’autorevole quotidiano russo ‘Kommersant’, di un ampio e dettagliato progetto di unione statale che si troverebbe in fase di avanzata valutazione da parte dei due governi e addirittura di imminente approvazione e sia pure graduale attuazione.

Tra gli osservatori circola al riguardo un certo scetticismo, alimentato dal prevalente silenzio bielorusso contrastante con conferme, da parte russa, quanto meno di carattere ufficioso. Se l’epilogo di una lunga storia è davvero vicino, resta solo da ipotizzare, per il momento, che Mosca abbia perso la pazienza ed esercitato una pressione irresistibile sulla controparte. 

Oppure, al contrario, che Lukascenko sia riuscito a strappare condizioni soddisfacenti per accordare il suo assenso senza provocare reazioni popolari sempre possibili, benchè imprevedibili in presenza di regimi non democratici o con democrazia ‘illiberale’. Ma per capire di più occorrerà sapere se il progetto in questione è proprio quello pubblicato e, naturalmente, se sarà debitamente ufficializzato.  

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