giovedì, Dicembre 12

Russia e Afghanistan, 30 anni dopo Mosca torna alla carica a Kabul, soppiantando se necessario gli USA, ma con la diplomazia anziché con le armi, se possibile

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Sono passati trent’anni da quando Michail Gorbaciov decise di chiudere la ‘piaga’ che dissanguava l’Unione Sovietica da quasi un decennio, contribuendo ad accentuare la crisi di un regime vicino ormai al tracollo. Di ritirare, cioè, dall’Afghanistan il ‘limitato contingente’ militare (un centinaio di migliaia di uomini) inviatovi da Leonid Brezhnev per salvare un regime socialistoide, comunque “satellite” dell’URSS, e che non riusciva invece a piegare i mujaheddin subendo per di più gravi perdite umane.

Il Paese musulmano ai piedi del Pamir e del Karakorum confermava così la sua ben collaudata fama di osso durissimo per qualsiasi potenza straniera, più o meno conquistatrice nelle intenzioni. Lo era stato per l’Inghilterra, nell’Ottocento, e per la stessa Russia, zarista prima che sovietica, che si contendevano l’egemonia colonialista nel continente asiatico.

Dopo il ritiro dell’Armata rossa toccò agli Stati Uniti, ormai unica superpotenza mondiale, sperimentare quella durezza per 18 anni. I mujaheddin erano stati soppiantati dai talebani, espressione più radicale dell’islamismo militante, al punto da rendere il loro regime corresponsabile dello spettacolare attacco terroristico di Al Qaeda alle Twin Towers di New York. E perciò a sua volta colpito, e apparentemente spazzato via su due piedi, dall’imperiosa rappresaglia americana.

Neppure l’affiancamento agli USA di forze di altri Paesi, in particolare della NATO compresa l’Italia, è tuttavia bastato a puntellare, a Kabul, un nuovo governo sufficientemente stabile, autorevole e capace di mantenere il controllo dell’intero territorio nazionale, via via contesogli in crescente misura, invece, dai suoi molteplici avversari interni ed esterni. Con i talebani ancora in prima fila, e in grado di colpire, con ripetuti attentati, la stessa capitale.

Un nemico, insomma, alla fine “più forte che mai”, addirittura, e più temuto anche dalla parte del Paese che apprezza i progressi compiuti nel frattempo in materia di sviluppo economico e istruzione, sanità ed emancipazione femminile, ma ora in pericolo perché “un’America esausta, non più protesa a portare la democrazia nel mondo musulmano, vuole solo andarsene”, come ha scritto nei giorni scorsi ‘The Wall Street Journal’.

Che gli USA siano proprio decisi a sgomberare il campo, seguendo l’esempio dell’URSS, non è in realtà così sicuro. Donald Trump ci sta provando, certo, nell’ambito di una strategia globale innovativa ma ancora nebulosa sotto vari aspetti e non si sa quanto concretamente attuabile. Nessun presidente americano, comunque, può contare senz’altro sul rinnovo del suo primo mandato e quello di The Donald terminerà tra poco più di un anno. 

La scadenza è doppiamente importante perché Trump ha promesso agli elettori di porre fine all’impopolare impegno militare in Afghanistan, o quanto meno di ridimensionarlo sensibilmente, e il non farlo, o non cominciare a farlo, prima della sperata rielezione gli costerebbe probabilmente non pochi e forse decisivi consensi. D’altra parte, un ritiro puro e semplice, no-deal per usare un termine alla moda, non sarebbe politicamente dignitoso, per cui la Casa bianca ha optato per un negoziato preventivo con i talebani ai fini di un compromesso tra loro e i governanti di Kabul. 

Guardato con insolito favore dalle altre maggiori potenze vicine, un negoziato ha avuto inizio nello scorso dicembre, in circostanze, però, ben diverse rispetto alla fine del 2001, quando erano stati i talebani a proporre una riconciliazione previa intesa con i loro successori a Kabul ma la Casa bianca di allora, occupata da George W. Bush, aveva respinto la proposta in malo modo.

Stavolta invece i capi degli studenti coranici, che devono fronteggiare anche la concorrenza degli estremisti islamici dell’ISIS o IS, il sedicente califfato sconfitto in Siria e Irak ma all’offensiva altrove, pur accettando di negoziare hanno lasciato intendere di volerlo fare in veste di vincitori della partita in corso e si sono rifiutati, sinora, di dialogare anche con il presidente in carica (e in attesa di eventuale rielezione), Ashraf Ghani, e i suoi collaboratori.

L’altro e ancor più serio ostacolo negoziale, che non aveva comunque impedito parziali progressi, è stata l’incapacità o cattiva volontà dei talebani di garantire la cessazione delle ostilità in ogni loro forma, che sono infatti proseguite. Il dialogo ha resistito ad un massiccio attacco degli insorti, a fine agosto, nel cuore di Kunduz, seconda città del Paese, che ha provocato numerose vittime e un monito americano più forte dei precedenti.

Una settimana più tardi, invece, un attentato a Kabul costato la vita, fra gli altri, ad un militare USA (ultimo, per ora, di una lista di 2300 circa), ha indotto Trump a dichiarare “morto” il negoziato, ovvero quanto meno sospeso sine die, sollevando a sua volta critiche di varia provenienza e dubbi circa l’effettiva volontà della Casa bianca sia di negoziare seriamente sia di procedere comunque al ritiro. 

A questo punto ha acquistato ulteriore risalto il ruolo della Russia, già tutt’altro che irrilevante, benchè marginale, da molti mesi. Nel 2001 Mosca non aveva mancato di criticare, per una questione di principio e per onore di firma, l’occupazione americana dell’Afghanistan così come avrebbe fatto poco dopo, con maggior vigore, con la seconda guerra all’Irak, non più avallata dall’ONU come la prima.

Vladimir Putin, tuttavia, non era ancora salito al vertice del potere e i rapporti della Russia con l’Occidente, e Stati Uniti in testa, dovevano ancora volgere nuovamente al peggio. Per il Cremlino, tutto sommato, l’abbattimento del regime talebano a Kabul, benchè per mano della superpotenza già rivale su scala planetaria, risultava più gradito che indigesto, perché almeno in parte giustificabile allo stesso modo dell’intervento inscenato da Brezhnev nel 1979.

Si trattava infatti tra l’altro, anche allora, di tenere a bada la riscossa dell’islamismo militante esaltata dal suo trionfo in Iran, confinante e in parte apparentato etnicamente con l’Afghanistan, analogamente a tre delle cinque repubbliche centrasiatiche dell‘URSS di religione e cultura musulmane. L’indipendenza ottenuta nel 1991 comportò un automatico aumento della loro esposizione ad un contagio temibile anche dalle due repubbliche rimanenti e dalla stessa Russia, alle prese con la ribellione della Cecenia e l’agitazione in altre province e territori interni con presenza islamica importante quando non maggioritaria.

Il controllo americano dell’Afghanistan, insomma, svolgeva una funzione oggettivamente utile a Mosca in modo anche indiretto, in quanto protettiva di un’ampia regione asiatica sulla quale il Cremlino torna a rivendicare come minimo una prevalente influenza oltre a residui legami privilegiati. E ciò tanto più adesso che su di essa, se non altro per motivi di contiguità, si leva anche l’ombra, imponente sotto ogni aspetto, della pur amica Cina.

Un simile scenario è cambiato sensibilmente, ma non radicalmente, in questi ultimi anni, dominati dalla sfida ad ampio raggio lanciata dall’islamismo più estremista ed aggressivo, soprattutto all’Occidente ma non solo, nonchè dalla minaccia, se non proprio realtà tangibile, di una nuova “guerra fredda” tra la Russia post-sovietica e i suoi vecchi antagonisti, ideologici ma anche geopolitici.

Adeguatamente rafforzata nel primo decennio del nuovo secolo, è stata la Russia a togliere grosse castagne dal fuoco anche per l’Occidente, intervenendo con le armi in Siria per stroncare l’avanzata dell’ISIS, approfittando, ma anche rimediandovi a vantaggio altrui oltre che proprio, del tendenziale disimpegno americano dal Medio Oriente, già profilatosi durante la presidenza di Barack Obama prima di accentuarsi col suo successore.

L’Afghanistan, ora, non è la Siria di ieri. Anche ricordando i precedenti storici, difficilmente si può concepire a Mosca un bis del 1979 e comunque un subentro a Washington nel presidiare militarmente, se necessario, un Paese così strategicamente nevralgico nel confronto tra più potenze adiacenti (comprese India e Pakistan sempre ai ferri corti e con armi nucleari) e senza dimenticare il suo ruolo dominante nella produzione e nel traffico di stupefacenti.

Si spiega perciò che il Cremlino si sia affrettato a gareggiare con gli USA allo scopo di promuovere un avvicinamento tra le varie fazioni interne afghane, sia pure con qualche apparente esclusione, spalleggiando però più che contrastando lo sforzo negoziale americano. 

A Mosca sono stati ricevuti, già nello scorso novembre e poi nel febbraio e nel maggio successivi, esponenti afghani di ogni colore inclusi personaggi di primo piano come l’ex presidente Hamid Karzai o l’attuale sfidante di Ghani alle urne, Abdullah Abdullah, oltre ai capi talebani e ai dirigenti di Kabul più filoamericani. 

L’esclusione, a quanto pare, riguarda solo l’ISIS o IS o se si preferisce Daesh. Al q uale, secondo una recente sortita polemica del ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, gli USA avrebbero proditoriamente consegnato il controllo del nord del Paese che rischierebbe così di diventare un ricettacolo del terrorismo internazionale. Daesh è infatti ufficialmente classificato in Russia come “organizzazione terroristica”, ma se è per quello lo sono stati, almeno finora, anche i talebani.

Alla rottura del negoziato da parte americana lo stesso Lavrov ha reagito duramente, per un verso, deplorandola senza mezzi termini. Ma ne ha anche auspicato una pronta ripresa sostenendo che deve cessare ogni ingerenza straniera negli affari interni dell’Afghanistan e che il ristabilimento della pace nel Paese può conseguirsi solo mediante accordi, adeguatamente appoggiati anche dall’esterno, tra tutti i soggetti nazionali che vi si combattono o fronteggiano. 

Un compito decisamente arduo, nel quale Mosca si mostra però risoluta a cimentarsi, dando prova di una perizia ed efficienza diplomatiche che dovrebbero rivelarsi almeno pari a quelle militari. Costituendo infatti, insieme a queste ultime, una risorsa indispensabile per compensare la perdurante debolezza economica della Russia nel confronto con le sue maggiori controparti, avversarie, amiche o neutrali che siano. 

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