sabato, Dicembre 14

Russia: bufera per le pensioni Una riforma impopolare infiamma le piazze, divide il parlamento e scredita anche Putin

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Dopo la trionfale reinvestitura di Vladimir Putin al vertice del potere e i fasti del Mundial in salsa russa la scena politica torna repentinamente ad infiammarsi nella terra del “nuovo zar”. E questa volta, la prima da quando il successore di Boris El’zin si insediò al Cremlino, non solo per iniziativa di contestatori radicali del regime, capaci di mobilitare la piazza nelle maggiori città, come accadde con pur forte risonanza nel 2011-2012, ma non di guadagnarsi un seguito più che marginale ed effimero nel grande Paese, evidentemente immaturo per sommovimenti paragonabili a quelli verificatisi in un passato ancora non lontano.

Questa volta ad un’agitazione popolare decisamente più diffusa, socialmente più trasversale e tendenzialmente massiccia si accompagna un inedito scollamento dello schieramento politico che sostanzialmente sostiene il sistema politico vigente, conferendogli una certa misura di pluralismo grazie alla quale merita di non essere definito non democratico sotto tutti gli aspetti e a tutti gli effetti. Anche stavolta resterà da vedere se il fenomeno si rivelerà passeggero oppure acquisterà maggiore consistenza, mentre non si può neppure escludere che ne conseguano contraccolpi tali da accentuare la componente autoritaria del regime.

La novità, comunque, è di tutto rilievo. Ad incrinare una stabilità apparentemente destinata piuttosto a consolidarsi grazie ai successi in politica estera è stata quella che altrove, Italia compresa, verrebbe chiamata senz’altro riforma delle pensioni. A Mosca, invece, si raccomanda di usare un termine diverso perché nella Russia odierna “riforma” suona male, disturba, esattamente come nell’Unione Sovietica benchè l’ideologia marxista-leninista, già sacra oltre che dominante, sia stata ripudiata.

Una proscrizione comprensibile, se si vuole. Il tentativo di Michail Gorbaciov di riformare alquanto radicalmente il passato regime ne provocò infatti il crollo, appunto, nonché la disintegrazione della stessa URSS, ovvero dell’erede dell’impero zarista con il quale la ridimensionata Federazione capeggiata oggi da Putin rivendica malgrado tutto una fondamentale e ininterrotta continuità, storica e ideale benchè non ideologica, senza nascondere un certo rimpianto.

Come che sia, di vera e propria riforma non si può non parlare, perché modifica (se non vi saranno ripensamenti) l’autentico pilastro del sistema pensionistico vigente, uno dei suoi connotati principali sotto il profilo finanziario e il più importante, sembrerebbe, agli occhi dei beneficiari russi: l’età pensionabile. E si deve anzi parlare di riforma storica, perché quella sinora vigente (di norma, 60 anni per gli uomini e 55 per le donne) risaliva alla fine degli anni ’30 del secolo scorso, quando era Stalin a dettare legge dal Cremlino.

Per il resto l’ordinamento sovietico e poi solo russo del settore subì in seguito parecchi e spesso rilevanti mutamenti. Ad esempio, l’estensione del trattamento di fine lavoro ai contadini, e più precisamente ai membri delle cosiddette cooperative agricole (i colcos, in realtà soggetti al potere politico non meno dei sovcos, grandi aziende rurali di Stato) solo negli anni ’60, dopo l’avvento di Leonid Brezhnev al posto di Nikita Chrusciov alla testa del regime e la proclamazione dell’avvenuta edificazione del “socialismo sviluppato”.

Pesantemente discriminati in partenza per motivi classisti, i contadini erano stati decisamente più penalizzati che avvantaggiati dalla collettivizzazione dell’agricoltura, anche se i sovcosiani, equiparati agli operai, fruivano di qualche maggiore privilegio. Entrambe le categorie ottennero finalmente la parità di trattamento con gli altri lavoratori solo nel 1990, nel quadro della perestrojka gorbacioviana, cioè alla vigilia del fatale ribaltone, quanto meno riguardo all’età pensionabile, destinata a rimanere immutata per tutti ancora per oltre un quarto di secolo.

Ora invece si cambia, o si vorrebbe cambiare, benchè Putin avesse promesso una dozzina di anni fa che con lui presidente l’età pensionabile non sarebbe stata toccata. La spinta al cambiamento è la stessa, e ben nota anche in Italia, che ha finito col prevalere in quasi tutti i Paesi più sviluppati, alle prese con l’invecchiamento delle popolazioni e con conti pubblici resi tanto più difficili da quadrare dalle recenti crisi economiche, soprattutto là dove hanno colpito più duramente come nel caso della Russia, particolarmente vulnerabile a causa della dipendenza dai volatili prezzi del petrolio.

Proprio in Russia l’età pensionabile è fra le più basse del mondo più progredito, nel quale predomina la soglia di 65 anni per lo più uguale per i due sessi (a differenza della maggioranza delle repubbliche eredi dell’URSS) e con tendenza a salire. Gli USA stanno a quota 67 mentre la Francia fa un po’ da fanalino di coda con il suo 62. Che poi l’esigenza dell’innalzamento si presenti in Russia più naturale che altrove lo evidenzia il fatto che quando Stalin si mostrò così generoso con gli anziani i pensionati costituivano il 2% della popolazione mentre oggi sono 46 milioni, cioè oltre il 31%.

Un simile balzo lo si deve anche all’aumento della durata media della vita, in Russia tradizionalmente breve e tuttora comparativamente tale, e che però ha riacquistato un certo slancio nell’era putiniana portando (secondo dati della Banca mondiale) dai 65 anni del 2003 ai 71 anni del 2016, peraltro con un divario sempre ampio tra i due sessi. Nell’ultimo biennio si è arrivati addirittura ad un’aspettativa ufficiale di 72,7 anni per gli uomini e 77,6 per le donne.

Si teme, tuttavia, che il 2018 diventi il primo anno di calo della crescita nell’ultimo decennio, e comunque, anche se il timore fosse smentito, esistono numerosi altri dati e indicazioni che da un lato sollecitano la ventilata riforma e dall’altro spiegano la vivace (per usare un eufemismo) opposizione che essa sta incontrando.

In testa alla prima categoria figura un tasso di natalità che, dopo un triennio di illusoria ripresa, è tornato a scendere, di quasi l’11% nel 2017, non trovando più compenso nel concomitante calo della mortalità, suggerendo previsioni oltremodo fosche per il prossimo futuro e inducendo i governanti ad attivare varie forme di incentivazione alla procreazione. Il cui eventuale successo non basterà però ad impedire che tra 15 anni, come si paventa, la popolazione in età lavorativa subisca un taglio di 10 milioni, rendendo ancora più oneroso il soccorso del bilancio federale al fondo pensioni pubblico, che attualmente copre il 40% delle sue erogazioni.  

Per correre ai ripari si punterebbe volentieri, in qualche ambiente, sull’apporto contributivo degli immigrati, come sembra fare da noi il contestato presidente dell’INPS Tito Boeri, ma l’idea non incontra in Russia molto più favore che, oggi, in Italia.  Si conta inoltre sulle assicurazioni private, che però stentano a prendere piede non essendo abbastanza numerosi gli strati sociali che se le possono permettere. Finora, hanno attratto solo un milione e mezzo di pensionati.   

Oltre un quinto dell’intera categoria, per contro, continua oggi a lavorare, regolarmente o in nero, e anche su ciò fanno leva i fautori della riforma per sostenerne la necessità e la legittimità. Senza riuscire a convincere, tuttavia, un gran numero di anziani o quasi anziani che denunciano pubblicamente la crescente difficoltà e frequente impossibilità di trovare lavoro ad una certa età e in particolare lavoro adatto ad un’età relativamente avanzata. Tanto più che, come antipasto, il governo non aveva esitato, nel pieno della crisi economica (2016), a sospendere l’indicizzazione delle pensioni all’inflazione galoppante.  

Si è comunque giunti, così, a metà giugno, al parto del progetto governativo che prevede l’elevazione graduale dell’età pensionabile, come regola generale, da 60 a 65 anni per gli uomini, entro il 2028, e da 55 a 63 anni per le donne entro il 2034. E le reazioni non si sono fatte attendere, assumendo spesso toni molto accesi e sventolando calcoli come quello che il 17,4% degli odierni cinquantacinquenni e il 6,5% delle odierne quarantasettenni (essendo donne oltre due terzi dei pensionati) rischiano seriamente di non poter mai godere di alcun trattamento di quiescenza.

In varie zone del Paese, con in testa la Siberia, dove la durata della vita è nettamente inferiore alla media nazionale, le prospettive sono poi ancora peggiori, per cui non sorprende che le stesse autorità di una dozzina di regioni (su un totale di 85 “soggetti della Federazione”), compresa quella della capitale, abbiano manifestato la loro contrarietà, tenendo presumibilmente conto anche di imminenti consultazioni elettorali. Né stupisce che in breve tempo una pubblica petizione dello stesso segno abbia raccolto 2,8 milioni di adesioni online, mentre dai sondaggi risulta che la riforma è approvata da un misero 9% dei cittadini.

Le cifre riguardo ai partecipanti alle proteste di piazza, comunque vibranti e insistenti in ogni parte del Paese, sono come al solito controverse. Stavolta però non aiutano a consentire alcuna minimizzazione di quella che si presenta come un’autentica sollevazione popolare, non violenta e non generale, certo, ma inequivocabile nella sua genuinità, tant’è vero che finora vi ha risposto una repressione appena accennata.

D’altronde, se una volta di più l’occasione ha riportato alla ribalta una “testa calda” come Aleksej Navalnyj, all’irriducibile blogger si sono eccezionalmente quanto vistosamente affiancati esponenti di primo piano, magari a loro modo, del regime che fa capo a Putin. E lo hanno fatto persino usando accenti imprevedibilmente duri. Gennadyj Zhjuganov, leader del Partito comunista, ha accusato il governo di avere segnato un gol contro l’intero Paese e ogni suo cittadino mentre la nazionale di calcio si faceva onore sui campi di gioco. Vladimir Zhirinovskij, capo del sedicente Partito liberal-democratico, parla di giogo intorno al collo degli anziani, condannati a liberarsene solo con la morte come gli antichi servi della gleba.

Altri ancora paragonano la riforma all’aggressione nazista del 1941 anche per il suo carattere ugualmente proditorio essendo stata annunciata dopo la terza rielezione presidenziale di Putin, seguita da tante belle promesse del “nuovo zar” al popolo, nonché alla vigilia del fischio d’inizio del campionato mondiale. Gli spiriti più accesi, naturalmente, hanno manifestato all’insegna di slogan tipo “Putin è un ladro” o “lo zar se ne vada”, prendendo magari alla lettera la denuncia di Sergej Udalzov, altro collaudato campione della contestazione, secondo i calcoli del quale, con la riforma, ciascun cittadino verrebbe defraudato di oltre un milione di rubli.

La cifra può non impressionare più di tanto poiché equivale a circa 16 mila dollari; ma tutto, come si sa, è relativo. Per addolcire un po’ la pillola il premier Dmitrij Medvedev ha assicurato che, sempre per effetto della riforma nel suo complesso, ogni pensionato percepirà a partire dal 2019 16 dollari in più al mese. Sembra poco, anche qui, ma va ricordato che la pensione media mensile non supera in Russia l’equivalente di 209 dollari, e se il cambio ufficiale del rublo dice poco va altresì aggiunto che il costo della vita è pari a circa la metà di quello italiano, escluso il costo delle abitazioni che scende invece ad un terzo.

Il quadro non sarebbe però completo, o almeno quasi completo, se non si citasse un ulteriore dato di ovvia importanza. Benchè più laute di quelle prevalenti nel resto dello spazio ex sovietico, le pensioni russe non sono solo esigue rispetto ai livelli occidentali e dei Paesi più sviluppati in generale. Lo sono anche in rapporto alle retribuzioni lavorative e più precisamente alla media mensile dell’ultimo anno di lavoro e finora assunta, da sempre, come termine di riferimento per il trattamento successivo.

Al tempo di Stalin il rapporto si situava tra il 5% e il 10%. Salì al 50% sotto Chrusciov e Brezhnev, restando però a livelli assai più bassi, e in pratica di assoluta inadeguatezza, per le categorie sociali ancora discriminate, anche se il 1985, anno dell’avvento di Gorbaciov al potere, fece segnare un record assoluto dell’entità monetaria della pensione media: 72 rubli mensili per gli abitanti delle città e 47 rubli per quelli delle campagne, quando il vecchio rublo sovietico, per ragioni di prestigio, si cambiava ancora, almeno ufficialmente, più o meno alla pari col dollaro.

Sotto Gorbaciov, comunque, il rapporto con l’ultima retribuzione scese, ma per tutti, al 33%, rimase immutato o quasi sotto El’zin e si rialzò di qualche punto sotto Putin, toccando un 37% reso peraltro più fittizio che reale dal modo in cui viene computato di fatto, come ha recentemente spiegato la ‘Komsomolskaja Pravda’ in una recente analisi anche retrospettiva della complessa problematica pensionistica. La quale, in conclusione, non ha mai trovato soluzioni soddisfacenti per un Paese con ambizioni prima da modello universale e poi quanto meno da grande potenza, non priva di titoli e risorse per coltivarle.

E’ comprensibile perciò il forte attaccamento popolare all’unico aspetto dell’ordinamento pensionistico che reggeva nel tempo compensando in qualche misura le categorie interessate per le altre e non certo secondarie carenze. Se n’è fatto interprete, soprattutto, il PCFR di Zhjuganov, sceso subito sul sentiero di guerra dopo lunghi anni di virtuale alleanza con Putin, pronunciandosi contro l’innalzamento dell’età pensionabile, insieme alle altre minoranze parlamentari, nella votazione in prima lettura del 19 luglio scorso, che ha visto del resto qualche isolata defezione persino nelle file di Russia unita, unica altrimenti compatta a sostegno della proposta governativa.

Il risultato schiacciante di 328 contro 104 no non chiude comunque la partita perché rimangono altre due letture da parte della Duma il cui esito, nei prossimi mesi, non appare scontato in partenza. I comunisti hanno preannunciato la richiesta di un referendum popolare sulla questione che l’organo costituzionale competente ha giudicato ammissibile in linea di principio benchè condizionato per legge da adempimenti preliminari alquanto pesanti.

Putin, dal canto suo, ha preso evidentemente atto di reazioni che non possono lasciarlo indifferente anche perchè i sondaggi lo danno in spettacolare crollo nei consensi dei suoi connazionali finora così lusinghieri e confortanti (dal 79% in maggio al 67% in luglio, ma secondo altri addirittura al 54% o ad un quasi incredibile 38%). Si è affrettato perciò a confessare che il progetto di legge governativo, per quanto rispondente ad un’esigenza reale e pressante, non lo convince sotto vari aspetti, e si riserva quindi di esaminarlo in modo più approfondito.

Essendo il nulla osta presidenziale indispensabile per la promulgazione di una legge eventualmente approvata poi anche dal Consiglio della Federazione, camera alta del Parlamento, è lecito presumere che non mancheranno tentativi di emendare il progetto in modo da renderlo più digeribile. Andando incontro, ad esempio, alle particolari esigenze delle categorie sociali maggiormente colpite da una “riforma” tanto necessaria finanziariamente quanto politicamente divisiva e potenzialmente pericolosa per un regime nel quale l’autoritarismo è temperato, puntellato e in certo qual modo legittimato dal consenso popolare.

L’occasione, d’altronde, potrebbe essere favorevole per dare in pasto alla gente e agli oppositori almeno la testa di Medvedev, scaricando su di lui ogni colpa (come i sovrani russi di ogni colore hanno spesso usato fare con i loro più stretti collaboratori) per le politiche più impopolari o veri e propri crimini di Stato. Ma oggi, probabilmente, un gesto del genere non sarebbe più tanto apprezzato da alcuna parte, anche se le quotazioni dell’attuale premier, sempre basse, sono scese dal 42% (in aprile) al 31%, come del resto quelle della Duma (dal 43% al 33%) e di Russia unita, precipitata ad un 37%, un record negativo dal 2011.

Il dilemma per il “nuovo zar” sarà comunque dei più laceranti. Malgrado tutto, pochi giorni dopo il voto del 19 luglio la Duma ha tranquillamente approvato in terza lettura un aumento dell’imposta sul valore aggiunto dal 18% al 20%, con conseguente rincaro della vita, secondo gli esperti, per una cifra complessiva equivalente a 127 miliardi di dollari. Una misura necessaria, si sostiene, per attuare le prioritarie misure sociali prescritte da Putin nello scorso maggio.  

Si continuerà allora sulla strada del rigore finanziario dando ascolto all’ex ministro delle Finanze Aleksej Kudrin, il liberale che potrebbe diventare il nuovo premier e rimprovera a Medvedev solo errori di comunicazione riguardo alle pensioni? Oppure il nuovo zar vorrà accontentare piuttosto alcuni tra i suoi maggiori alleati e sostenitori, come i sindaci di Mosca e San Pietroburgo e il patriarca ortodosso Kirill, che partecipano al coro dei critici della riforma delle pensioni ma non vedrebbero probabilmente di buon occhio il sacrificio del suo principale collaboratore? Qualche suggerimento, stavolta, potrebbe arrivare al Cremlino anche dalle elezioni locali del prossimo settembre.

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