domenica, Ottobre 25

Russia, amici freddi in Centro Asia Ai ferri corti con Ankara, Mosca riscuote scarso appoggio nello spazio ex sovietico

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La Russia, per ora, sembra soffrire meno di altri Paesi del riscaldamento del clima terrestre e delle sue conseguenze. O forse ne risente meno perché in preda da quasi due anni ad un surriscaldamento domestico dello spirito patriottico e nazionalista che sembra alleviare anche le pene causate dalla crisi economica. In buona parte sicuramente genuino, il fenomeno è quanto meno alimentato assiduamente dalla propaganda ufficiale, assecondata dalla schiacciante maggioranza dei media.

Più che sensibili alla corale esaltazione delle imprese militari e dei successi politici nazionali, l’opinione pubblica e l’uomo della strada russi non sono tuttavia ciechi di fronte alle incognite e ai contraccolpi che comportano. Lo dimostra la preoccupazione che traspare da una domanda frequentemente rivolta a politici ed esperti: tutto bene, ma non rischiamo di farci troppi nemici e di perdere vecchi amici?

Domanda e preoccupazione più che giustificate, malgrado la crepe apertesi nello schieramento occidentale, divenuto recentemente l’avversario principale (non si sa ancora quanto sostituito dal Califfato terrorista), crepe che non hanno comunque impedito la proroga delle sanzioni inflitte alla Russia trasgressiva in Ucraina.

Tra gli amici apparentemente persi spicca, oltre naturalmente alla stessa Ucraina, la Turchia, che benchè membro dell’alleanza atlantica aveva da tempo allacciato con il grande vicino rapporti cordiali e fruttuosi in ogni campo. Ma proprio la brusca rottura con Ankara ha messo in luce lo scarso affidamento che Mosca può fare sulla fedeltà o solidarietà di altri vicini e anzi già ufficialmente ‘fratelli’ nell’ambito della defunta Unione Sovietica.

Neppure la ‘pugnalata nella schiena’ che Vladimir Putin ha rinfacciato a Recep Tayyp Erdogan dopo l’abbattimento del SU-24 è bastata ad assicurare al Cremlino il caloroso appoggio che si aspettava almeno da quella parte. Aleksej Pushkov, Presidente della Commissione affari internazionali della Duma, invitato dal settimanale ‘Argumenty i faktya chiarire se di amici ne siano rimasti davvero troppo pochi, lo ha sostanzialmente negato affermando comunque che in testa alla lista campeggiano tre membri dell’Unione eurasiatica: Bielorussia, Kazachstan e Armenia.

L’autorevole Parlamentare di Russia unita, il Partito putiniano di maggioranza, ha forse un po’ ecceduto in ottimismo. Una conta più dettagliata è stata fatta contemporaneamente da Konstantin Zatulin, Direttore dell’Istituto dei Paesi membri della Comunità degli Stati indipendenti, un alquanto evanescente surrogato dell’URSS, e quindi uno specialista della materia.

Zatulin ha praticamente attribuito alla sola Armenia, Paese di religione cristiana, un atteggiamento marcatamente filorusso, e anche nel suo caso più a livello popolare che di Governo. Nei caffè di Erevan, pare, si sarebbe inneggiato ad una guerra in arrivo con conseguente liberazione da parte russa di terre armene usurpate dalla Turchia.

Le altre repubbliche ex sovietiche si sarebbero mostrate restie a schierarsi, compresa la cristiano-ortodossa Bielorussia capeggiata da un personaggio piuttosto ambiguo come il suo presidente Aleksandr Lukascenko. Tra le rimanenti, non avrebbe mancato di farsi sentire la comunanza della religione e della cultura islamiche con la Turchia, suggellata sia pure in modo blando dalla creazione nel 2009 di un Consiglio per la cooperazione tra i Paesi turcofoni.

Ancora secondo Zatulin il Kazachstan (da sempre il più affiatato con la Russia nell’Asia centrale) e l’Azerbaigian (più lontano da Mosca anche a causa del conflitto territoriale con l’Armenia) cercherebbero semmai di mediare tra Russia e Turchia. La Kirghisia sarebbe condizionata in qualche misura dalla dipendenza dagli investimenti turchi, mentre il Tagichistan, tradizionalmente dipendente in generale dal sostegno russo al suo regime, sembra impegnato più di recente a cercarvi dei contrappesi.

Scontata è infine la freddezza verso Mosca dell’Uzbechistan, che ha disertato definitivamente, a quanto pare, il CSTO (l’Organizzazione del Trattato per la sicurezza collettiva, una sorta di anti-NATO post-sovietica che lega attualmente alla Russia solo Armenia, Bielorussia, Kazachstan, Kirghisia e Tagichistan), e del Turkmenistan, situato all’avanguardia dell’insofferenza per l’egemonia russa nell’Asia centrale.

Sta di fatto che una reazione formale di quanto è rimasto del gruppo post-sovietico originario all’episodio che ha fatto precipitare il contrasto tra Mosca e Ankara c’è stata, ma è stata sicuramente tale da non soddisfare il Cremlino e da confermare comunque che i rapporti tra la Russia e il suo ‘vicino estero’ presentano aspetti inequivocabili di sofferenza.

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