lunedì, Ottobre 14

Russia in Africa per dimostrare di essere una potenza globale Secondo il ‘The Guardian’, Mosca sta cercando di rafforzare la sua presenza in almeno 13 Paesi africani, ne parliamo con Marco Di Liddo

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«La Russia sta cercando di rafforzare la sua presenza in almeno 13 Paesi africani costruendo relazioni con i governanti esistenti, prendendo accordi militari e preparando una nuova generazione di ‘leader’ e ‘agenti’ sotto copertura». È quanto riporta il quotidiano britannico ‘The Guardian’, il quale ha avuto modo di analizzare alcuni documenti in possesso del Dossier Center, gruppo investigativo con sede a Londra – finanziato da Mikhail Khodorkovsky, imprenditore russo in esilio – che reputa i vertici del Cremlino una «banda criminale».

Dietro le manovre africane della Russia ci sarebbe l’oligarca Evgenij Prigožin, molto vicino al Presidente della Federazione russa, Vladimir Putin. Prigožin, conosciuto come ‘lo chief di Putin’, è legato alla società militare privata meglio nota come Gruppo Wagner, reputata essere braccio armato ‘segreto’ del Cremlino, e le imprese a lui collegate – che intrecciano rapporti con i Ministeri dell’Estero e della Difesa – sono denominate Società’. Le attività di Prigožin starebbero lavorando per far sì che lAfrica diventi un hub strategico della Russia e, come mostra la mappa stilata dal giornale britannico, la Società avrebbe instaurato una cooperazione – di grado differente – con i seguenti Paesi africani: Ciad, Guinea Equatoriale, Libia, Madagascar, Mali, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Sudafrica, Sud Sudan, Sudan, Uganda, Zambia, Zimbabwe.

Al di là di quanto trapelato dai documenti nei giorni scorsi, la Russia è da ormai 4/5 anni che cerca di aumentare la sua influenza nel continente nero e diversificare le sue partnership, obbligata anche dalle sanzioni occidentali che le sono state imposte dopo l’annessione della Crimea nel 2014. Dal 2015 ad oggi, infatti, Mosca ha firmato 20 accordi bilaterali di cooperazione militare, generalmente validi per cinque anni, con altrettanti Stati africani.

Tra le partnership più importanti della Russia in terra d’Africa vi è sicuramente quella con la Repubblica Centrafricana, alla quale, nel marzo 2018, il Cremlino ha donato armi e inviato 170 istruttori civili e 5 ufficiali, in modo da poter riordinare le Forze Armate dellAfrica Centrale (FACA). Nonostante un embargo sulle armi imposto alla RCA nel 2013, la Russia ha potuto sfruttare una deroga concessagli dalle Nazioni Unite nel 2017.

Inoltre, la russa Rosatom, colosso mondiale dell’energia nucleare, nel 2017, ha firmato memorandum d’intesa sulla cooperazione per gli usi pacifici dell’energia atomica con l’Uganda e l’Etiopia ed un contratto per un impianto idroelettrico su piccola scala con il Sud Africa.

Ma gli intrecci politico-economici sono profondi anche con il Sudan, prima, con l’appoggio a Omar Bashir, e, dopo la sua destituzione, con il sostegno al Consiglio Militare di transizione, e con il Madagascar, dove sarebbe stato fondamentale l’apporto della ‘Società’ per la rielezione, tra il novembre e dicembre scorsi, dell’attuale Presidente Andry Rajoelina, già in carica dal 2009 al 2014.

A testimonianza delle mire ‘espansionistiche’ russe vi è lorganizzazione del vertice Russia-Africa – primo appuntamento di questo genere nell’ambito delle relazioni russo-africane – che servirà a suggellare il rapporto tra Mosca e i Paesi del continente nero. Il 28 maggio scorso, infatti, il Cremlino ha annunciato che l’importante evento, al quale saranno invitati tutti i capi di tutti gli Stati africani e i leader delle principali associazioni e organizzazioni sub-regionali, si terrà il prossimo 24 ottobre a Sochi, nella Russia meridionale, e sarà co-presieduto da Putin e dal Presidente della Repubblica araba d’Egitto, Abdel Fattah al-Sisi. Come si legge nella nota rilasciata dal Cremlino, durante il summit «sarà prestata particolare attenzione allo stato attuale e alle prospettive delle relazioni della Russia con i Paesi africani e all’espansione della cooperazione politica, economica, tecnica e culturale». Il 23 ottobre, inoltre, Putin e al-Sisi apriranno un forum economico a cui parteciperanno funzionari russi e africani e rappresentanti delle principali imprese, al termine del quale dovrebbe essere firmato un pacchetto di accordi commerciali, economici e di investimenti.

Per capire meglio la strategia e gli obiettivi della Russia nel continente africano, abbiamo contattato Marco Di Liddo, Responsabile dell’Area Geopolitica e Analista responsabile del Desk Africa e del Desk Russia e Balcani presso il Ce.S.I. (Centro Studi Internazionali).

 

Il Cremlino ha annunciato che Sochi ospiterà, il 24 ottobre prossimo, il primo vertice Russia-Africa. È il segno del definitivo slancio di Mosca verso l’Africa? Pensiamo per esempio al summit Cina-Africa, il FOCAC, che ha permesso a Pechino di consolidare la sua presenza nel continente nero.

Assolutamente sì, però, con una differenza sostanziale. La Cina ha dimostrato nel tempo una maggiore continuità delle relazioni con l’Africa, sin dagli anni della guerra fredda, quindi la strategia cinese nel continente africano è una strategia che affonda delle radici commerciali e politiche nel territorio più profonde di quelle russe. La Russia, quando era Unione Sovietica, durante la guerra fredda, aveva un politica africana che potremmo definire ‘di superficie’: promuoveva, cioè, i gruppi insurrezionali per mettere in difficoltà i Paesi del blocco atlantico, ma era una relazione che poi non si allargava, sostanzialmente, ad altri settori. Questa politica ha avuto una battuta d’arresto con la crisi degli anni ’90, la caduta del muro e lo scioglimento dell’URSS, mentre con Putin ha ritrovato un nuovo slancio. Ovviamente, la politica russa e quella cinese continuano ed essere molto diverse perché sono diverse le risorse e gli obiettivi dei due Paesi in Africa. La Cina può contare su un bacino di manodopera e su un sistema-Paese, a livello di imprese, in grado di proiettare influenza, costruire infrastrutture, quindi di agire a 360 gradi nel continente africano. La Russia, invece, ha un approccio più selettivo. Innanzitutto, ha un numero di effettivi molto più ridotto, rispetto a quello cinese, e mette in atto un’azione estremamente capillare e mirata basata su tre pilastri: il primo è il supporto politico nelle principali organizzazioni internazionali; il secondo è l’invio di piccoli team di consiglieri militari, sostanzialmente hanno il compito di proteggere e addestrare i reparti d’élite di questi Paesi africani, che in molto occasioni corrispondono ad una sorta di guardia pretoriana del Presidente, piuttosto che dell’autarca di turno; il terzo è un pilastro economico, cioè sulla base dei primi due, la Russia invia alcune imprese, soprattutto del settore minerario e delle terre rare, infatti, nonostante il suo suolo sterminato e l’abbondanza di risorse del sottosuolo, la Russia è deficitaria di alcuni elementi rari che devono essere presi, appunto, dai territori africani. Sostanzialmente il modello è questo.

Quindi Mosca non rischia di entrare in conflitto con Pechino?

Secondo me non entra in conflitto per due motivi. Il primo perché la portata dell’influenza africana è radicalmente diversa. La portata cinese è di tipo strategico, che ha dei numeri decine di volte superiori ed una tradizione ed un’esperienza ben maggiore di quella russa. Il secondo sta nel rapporto tra i due Paesi. Cina e Russia, pur avendo un rapporto costantemente competitivo, sono entrate in una fase della loro relazione in cui si parlano e cercano di esplorare le sinergia e la cooperazione a livello globale, compresa l’Africa

Negli anni 2000 la Russia ha mostrato scarso interesse per lAfrica, cosa ha spinto ora il Cremlino ad affacciarsi verso il continente nero?

È stato spinto da due fattori. In primis, si sono aperti spazi di manovra politici molto importanti perché c’è stato un ritiro, o crisi, delle vecchie potenza ‘africane’ per eccellenza, quindi una sorta di indietreggiamento della Gran Bretagna e della Francia, voluto anche dal fatto che i Paesi africani hanno voluto esplorare partnership che andassero oltre l’Europa e gli Stati Uniti. Quindi si sono aperti questi spazi che, laddove è stato possibile farlo, la Russia ha esplorato. La seconda ragione, invece, è di tipo economico. Nel senso che per favorire il proprio comparto tecnologico la Russia ha scoperto che bisognava andare in Africa poiché non ci si poteva più affidare alle risorse domestiche. In ultima istanza, però, c’è una ragione di politica internazionale. Molte volte i detrattori della Russia la accusano di essere poco di più di una potenza regionale, favorita dalla sua enorme estensione territoriale. Nell’andare in Africa, così come nell’andare in Medio Oriente, la Russia vuole sfatare un po’ questa definizione provocatoria che le è stata data e dimostrare che è ancora una potenza in grado di agire in tutto il mondo, quindi una potenza globale, seppur con numeri e modalità d’azione che non sono quelli di USA o Cina.

Quali sono gli obiettivi di Putin nel breve termine e quali quelli nel medio-lungo termine?

Tradizionalmente, a differenza dei cinesi, i russi sono meno bravi a ragionare nel medio-lungo termine, nonostante abbiano il vantaggio storico di avere delle leadership che si consolidano su cicli temporali molto lunghi, dato che i Presidenti russi, di solito, restano al potere almeno una decade. Questo dovrebbe aiutare la programmazione, in realtà i russi sono più inclini ad agire nel breve periodo. Gli obiettivi nel breve periodo, comunque, sono quelli di esplorare le possibilità di questa fase storica, cioè cercare di piantare una bandiera dove prima i russi erano attori marginali. Quindi, mi riferisco a Repubblica Centrafricana, Sudan ed anche alla Libia, dove il ruolo dei russi è cresciuto gradualmente, ma costantemente, e oggi è impossibile pensare ad una fase di stabilizzazione libica senza includere anche il Cremlino. Gli obiettivi di medio-lungo termine dipenderanno dall’evoluzione della leadership russa nei prossimi anni, che non è così scontata come si può credere. Quando Putin si ritirerà, ed il momento si avvicina sempre di più, ci potrebbe anche essere una crisi di successione. Vedere chi prenderà il suo posto non sarà un meccanismo semplice, o scontato, e quindi molto dipenderà da quello che succederà dopo, ma anche da come si evolverà il sistema politico russo e la sua economia, che non è così stabile come ‘Russia Today’ e ‘Sputnik’ spesso vogliono venderci.

Nei documenti del ‘The Guardian’ risultano essere 13 i Paesi in cui la Russia punta ad espandere la sua influenza. Oltre alla Repubblica Centrafricana, quali sono i più importanti e perché?

Ci sono Paesi dove la presenza russa è più evidente di altri. Oltre alla Repubblica Centrafricana c’è il Sudan, dove la Russia ha interessi nel settore dell’oro. I consiglieri inviati a tutela, prima di Bashir, e ora del Consiglio Militare di transizione, sono stati appunto inviati nell’ambito di un pacchetto che prevedeva supporto politico per i militari e lo sfruttamento delle risorse aurifere del Darfur. Anche per questo la Russia sostiene i militari in Sudan, perché ha paura che un cambio di regime porti ad un cambiamento negli accordi commerciali. Poi, in misura minore, ci sono anche Angola e l’Africa occidentale, in particolare la Nigeria per quanto riguarda il mercato petrolifero, dove, purtroppo, in alcuni casi c’è il ruolo di personaggi ambigui dell’Amministrazione russa nel settore del traffico di petrolio. Qui, però, entriamo in un campo sul quale si sa veramente poco.

Quindi conferma che la Russia continua ad appoggiare la giunta militare in Sudan?

Tradizionalmente i russi parlano con gli apparati di Governo e mai con le opposizioni, a meno che queste non siano funzionali alla loro agenda politica. Nel Sudan, le opposizioni non hanno contatto col mondo russo, gli unici interlocutori sono quelli del Governo, cioè i militari, quindi i russi sostengono questi ultimi perché loro interlocutori privilegiati. Questo anche perché i russi, da sempre, sono una potenza di tipo restauratrice, di tipo conservatrice, molto contraria a sponsorizzare fenomeni di insorgenza contro le legittime istituzioni perché questo potrebbe avere un effetto boomerang per quanto riguarda il fronte interno. Un Paese che all’estero sponsorizza movimenti di opposizione, mentre in patria cerca di neutralizzarli, sarebbe un Paese incoerente e potrebbe avere dei problemi all’interno dei propri confini nazionali.

Con al-Sisi a capo dell’UA, pensa che l’Egitto possa fare da ponte per gli interessi russi in Africa?

Sì, entro certi limiti, perché consideriamo che l’Egitto pur essendo geograficamente in Africa, è culturalmente un Paese del Medio Oriente, anche per la sua storia. Sicuramente la Presidenza egiziana dell’UA potrebbe aprire delle opportunità per le azioni di politica estera russa, però, tradizionalmente, i russi utilizzano la diplomazia bilaterale, più che quella delle grandi organizzazioni.

In cosa consistono gli accordi di cooperazione internazionale che la Russia ha firmato con 20 Paesi africani?

Sono accordi che prevedono, sostanzialmente, la vendita di sistemi d’arma e l’addestramento di personale locale, tramite l’invio di consiglieri, ufficiali del Governo, oppure con l’utilizzo della Wagner. Il grande vantaggio di quest’ultima è che – essendo formata per la quasi totalità da personale che ha servito all’interno delle forze armate e, quindi, ha lo stesso livello di addestramento competenze dei militari – andando in Africa come società privata, cioè Private Military Company (PMC), non è sottoposta a tutte quelle restrizioni a cui, invece, deve sottostare una compagnia di tipo statale. E anche dal punto di vista politico, qualora questi Paesi autocratici avessero bisogno di forze di sostegno un po’ borderline, i consiglieri della Wagner potrebbero farlo senza che la responsabilità dei loro atti possa essere imputata al Governo centrale, quindi alla Federazione russa.

Quanto è influente Evgenij Prigožin e qual è il ruolo del gruppo Wagner? Cosa ci può dire riguardo alle attività di Prigozhin che dagli addetti vengono chiamate genericamente la Società?

Prigožin fa parte di quel circolo di personalità vicine a Putin che in Occidente vengono generalmente chiamati ‘uomini di forza’ o ‘dell’apparato’. Praticamente è una versione informale di quello che una volta era il Politburo dell’URSS. Quindi, stiamo parlando di una ristretta cerchia di persone che, grazie alla vicinanza al potere centrale, ha tutta una serie di benefici che lascio immaginare quali possano essere in termini di ricchezze e guadagno personale. In più, sono chiamate a svolgere dei ruoli in favore dello Stato russo senza portarne la bandiera. Prigožin ha questo ruolo e grazie alla ‘Società’ permette una serie di operazioni che, altrimenti, sarebbero difficilmente sostenibili o più difficili da intraprendere per lo Stato russo. Questo utilizzo delle PMC fa parte della strategia delle relazioni internazionali portate avanti generalmente come metodi ibridi, o militarizzazione di tutti gli aspetti di vita di uno Stato, dall’economia, all’informazione, fino alla stessa diplomazia. È una medaglia che, in qualsiasi verso la giriamo, ci porta in quella direzione. Un modo di fare politica molto spregiudicato che usa i mezzi più diversi per la tutela dello Stato.

Questo ruolo che vuole ritagliarsi la Russia in Africa, quanto confligge – anche volutamente –  con quello degli USA?

Il motivo non è tanto mettere i bastoni tra le ruote agli Stati Uniti, ma aprire nuove opportunità nei mercati politici ed economici internazionali, inclusi quelli africani. Inevitabilmente si arriverà ad un punto in cui Washington e Mosca non vedranno delle crisi allo stesso modo e aziende russe e statunitensi entreranno in competizione per l’assegnazione di determinate risorse, immagino, per esempio, a concessioni per lo sfruttamento di miniere, pozzi petroliferi e quant’altro. Già una prima forma di contrasto ce l’abbiamo sul Sudan, in cui la Russia sostiene il Consiglio Militare di transizione, mentre gli Stati Uniti hanno detto chiaramente di appoggiare gli insorti. Bisogna dire, però, un’altra cosa, cioè che la politica africana degli Stati Uniti è meno profonda di quanto lo era qualche anno fa, in molti contesti ha come pilastro principale l’antiterrorismo, anche se Trump ha dichiarato che bisogna incrementare la presenza statunitense nel continente africano, ma più che per contrastare la Russia, l’obiettivo è Pechino.

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