sabato, Ottobre 19

Rosatellum all’estero: il solito paradosso italiano L’emendamento che introduce la candidabilità dei residenti in Italia all’estero secondo il giornalista Luca Marfé e l’ex Sottosegretario al Ministero degli Affari Esteri Franco Danieli

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La nuova legge elettorale è sotto i riflettori più che mai e approderà al Senato il 24 Ottobre. La scorsa settimana, la prima vittoria alla Camera. La maggioranza, ansiosa per la definitiva approvazione, non nasconde una fretta evidente e all’orizzonte anche la probabilità di una nuova questione di fiducia del Governo, proprio per accelerare il procedimento. Ma a spuntare fra le righe del Rosatellum c’è anche la questione relativa al voto degli italiani allestero.

L’emendamento che ne tratta è stato anch’esso approvato lo scorso venerdì. La firma è quella di Maurizio Lupi e recita così: «Gli elettori residenti in Italia possono essere candidati in una sola ripartizione della circoscrizione Estero; gli elettori residenti all’estero possono essere candidati solo nella ripartizione di residenza della circoscrizione Estero». Tradotto in parole povere, se prima solo chi aveva la residenza allestero si poteva candidare per Camera o Senato, ora anche chi risiede in Italia può candidarsi in uno dei seggi (12 alla Camera e 6 al Senato) riservati al voto degli italiani fuori dal confine.

Il testo, inoltre, parla anche di divieto di candidatura per chi negli ultimi dieci anni ha ricoperto cariche all’estero. Un blocco che alimenta le critiche. Il papà della legge elettorale Ettore Rosato, però, la difende a spada tratta affermando che «la ratio è molto semplice: all’estero ci sono centinaia di migliaia di italiani che non risiedono all’estero, che svolgono attività, che si occupano di quei Paesi, che lo fanno da docenti universitari, che lo fanno a contratto, che lo fanno per mille motivazioni. E poi ci sono leader politici, non del nostro partito, che candideranno solo residenti all’estero, come abbiamo più volte espresso».

Sta di fatto che anche se la residenza è nel bel Paese, si può passare da America o Asia per arrivare a sedere sulla poltrona; certo è che i sentieri per giungere in Parlamento appaiono ora stranamente più tortuosi. Così, lo scorso venerdì pomeriggio all’inizio della discussione i primi litigi sono seguiti a ruota e i contrari lo definiscono un tradimento nei confronti dell’intento della vecchia legge e delle modifiche che legalizzarono il voto dei numerosi italiani fuori dal Paese. “Questa è una vecchia storia”, afferma Franco Danieli, ex Sottosegretario al Ministero degli Affari Esteri impegnatosi nelle modifiche costituzionali negli anni 2000 e 2001. “All’epoca ero al Governo e lavorai alla realizzazione e poi all’approvazione delle due modifiche; questo fu uno dei temi affrontato e poi escluso”.

Evidentemente il motivo era nella stessa ragione delle modifiche; certo è che queste sono arrivate tardi rispetto alla evoluzione sociale dell’emigrazione italiana; bisognava prevedere il voto degli italiani all’estero negli anni ’50, non quando l’abbiamo fatto noi, perché intanto c’era stata una fine dell’emigrazione di massa, c’erano solo terze, quarte generazioni”, continua Danieli.

Stavolta, però, il tema è tornato ed è stato integrato perfettamente nel testo di legge. L’ira scaturita dall’approvazione accumuna chi pensa che sia un emendamento ad hoc, ovvero, pensato per chi non poteva altrimenti candidarsi. Sarebbe andata così anche secondo Pietro Laffranco di Forza Italia: «L’ha voluta il PD per permettere a Denis Verdini di candidarsi, dato che qui non troverebbe posto in lista. Sembra che lo faccia in Sudamerica».

«Mi colpisce il silenzio assordante con cui tale modifica è stata accolta sin qui», sentenzia subito anche Claudio Micheloni, senatore del PD. «Spero che ciascuno di noi, rappresentanti degli italiani all’estero, trovi il coraggio e la dignità di esprimersi: il silenzio e l’ipocrisia non salveranno nessuno». Secondo i contrari, quindi, siamo dinanzi al tradimento dello spirito della legge precedente. Ma perché?

All’epoca fu affrontato il tema del principio di uguaglianza tra cittadini ed è questo l’argomento che viene utilizzato anche oggi, ma allora fu escluso in ragione del fatto che la legge e quelle modifiche erano essenzialmente finalizzate a creare un vincolo forte ed attuale con le comunità all’estero e non, a seconda dei sistemi elettorali, elaborare una seconda, terza, quarta opportunità nel collegio estero per residenti in Italia. Così la legge avrebbe perso di essenza, di significato”, afferma Danieli. “Si parla di tradimento e ognuno può tirare fuori ragioni politiche profonde o meno profonde ma il punto è che si parla di parità tra cittadini che a me sembra unargomentazione strumentale poiché viene utilizzata oggi senza mai essere stata sollevata in maniera così virulenta in passato”, continua lo stesso.

E ad oggi resta da chiedersi cosa avverrà in Senato. “Stando a quello che vedo, cè molta fretta di chiudere liter normativo, quindi, se così stanno le cose, dubito che per questo elemento vogliano riportare la legge alla Camera. Chiaramente l’ultima spiaggia è quella per così dire ‘politica’”, afferma Danieli. “Quando si formeranno quelle liste elettorali, a mio avviso, dovrebbero essere punite dagli stessi elettori della circoscrizione estero. Sarebbe una soluzione di natura politica di saggezza”.

Certo è che questa legge riguarda in prima persona anche la comunità italiana allestero di cui ancora si è parlato pochissimo. “Per quanto la cosa evidentemente interessi i nostri connazionali residenti all’estero, tutto sta succedendo così in fretta che parlare di vere e proprie reazioni è forse prematuro”, afferma Luca Marfé, giornalista professionista basato a New York, contributor tra gli altri per ‘Vanity Fair‘, il ‘Mattino di Napoli‘, ‘La Repubblica’.

Ci troviamo dinanzi al consueto paradosso, tutto italiano, che ruota attorno allapprovazione di una legge elettorale: si dice sempre che le regole vadano scritte con calma e tutti quanti assieme, si finisce puntualmente tra colpi di mano e corse affannate dell’ultima ora”.

Temo che organizzazioni e associazioni degli italiani sparpagliate in giro per il mondo, per quanto rilevanti, non abbiano né tempo né maniera di incidere sulle scelte che stanno maturando di gran fretta, tra i palazzi istituzionali e i circoli della politica, all’interno e di certo non all’esterno dei nostri confini”, continua.

Ma il voto degli italiani all’estero è davvero sentito dagli stessi espatriati? “Il meccanismo del voto all’estero va rivisto. Personalmente sono piuttosto scettico in merito all’intero impianto, addirittura al principio nel suo complesso”, afferma Marfé. “Al di là di un discorso generazionale, legato alle diverse ondate di italiani che in momenti distinti sono approdati ovunque nel mondo, spesso il legame con la nostra realtà politica è blando e caratterizzato da contenuti alquanto superficiali o peggio ancora nostalgicoideologici. Peraltro, non sempre c’è una reale attenzione di fondo nei confronti di ciò che accade, soprattutto in chiave politica, all’interno dei nostri confini. Molte persone anziane hanno perso contatti e interessi. Molti giovani, proprio dalle beghe di una certa maniera di fare politica (che evidentemente ha deluso e parecchio), sono scappati”.

Siamo di fronte al consueto gioco delle parti allitaliana”, continua. “Il Partito Democratico reclama con forza di essere stato il solo attore politico a farsi carico di una proposta concreta per modificare la legge elettorale. Vanta, inoltre, l’aver individuato un compromesso accettabile da tutti o quasi e, parallelamente, rispedisce al mittente qualsiasi accusa generica, riguardo a possibili calcoli elettorali di comodo, o mirata, riguardo al cosiddetto provvedimento ‘salva Verdini’”.

Il contraltare di tutto questo bel discorso è rappresentato ovviamente dalla rabbia dei 5 Stelle che, in buona sostanza, considerano il Rosatellum una legge scandalosa. Le loro ragioni sono diverse e complesse e non si può pensare di bollarle come l’ennesimo ‘strillo’ di Grillo e compagnia o peggio ancora di non tenerne conto affatto”.

Francamente proprio su Verdini, magari candidato in America Latina, si potrebbe e si dovrebbe discutere. E non perché siano particolarmente interessanti le vicende o il curriculum del senatore, ma perché si corre il rischio di veicolare dei messaggi sbagliati ad un elettorato già esausto di certe meline”, sottolinea Marfé. “Ad ogni modo, quanti voti sarebbe in grado oggi di incassare in Italia? E quanti, effettivamente, sarebbero in grado di valutarne l’operato, che so, ad esempio in Brasile?. In alcuni dei passaggi di questa legge elettorale è più facile intravedere una sorta di premio concessogli per aver garantito la stabilità e la durata di questo governo che non delle riposte concrete alle mie domande”.

Resta infine lerrore di fondo, rilevato da illustri esponenti bipartisan della nostra democrazia, di aver blindato tutto questo attraverso il meccanismo della fiducia. La sensazione è che la politica in Italia si stia intestardendo nel rifuggire dal giudizio degli elettori che, di punto in bianco, nel silenzio delle urne, potrebbero dare vita ad una sorpresa destinata a rimanere impressa nella storia del nostro Paese”.

Non mi farei incantare troppo da previsioni e sondaggi, così come non mi sono lasciato ingannare al tempo dai numeri che ruotavano attorno al nome di Donald Trump. Tutti ricordiamo com’è finita negli Stati Uniti, tutti potremmo ricordarci un giorno delle elezioni italiane del 2018”.

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