sabato, Gennaio 25

Roma-Bruxelles: all’alba di un nuovo contratto sociale? Un’apertura del Movimento 5 Stelle al macronismo può portare l’Italia al centro del processo di riforma dell’Eurozona? Possibilità di sviluppo socio-economico e riconversione attraverso la partecipazione attiva degli Stati del Sud. Risponde Francesco Praussello, Docente di Economia dell’Integrazione europea presso l’Università degli Studi di Genova

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Nonostante il sorpasso della Spagna, secondo il Fondo Monetario Internazionale (FMI), l’Italia registra, per il 2018 e il 2019, una crescita dello 0,8%: meno di quanto indicato dal Governo (rispettivamente, 1% e 1,1%) nell’ultimo Documento di Economia e Finanza (DEF), ma un indice sufficiente alla Commissione europea per rivedere in positivo le sue proiezioni.

Almeno finché la Banca Centrale Europea guidata da Mario Draghi assisterà la ripresa italiana con il programma per l’acquisto di titoli pubblici e privati (‘Quantitative easing’), per Bruxelles la crescita sarà garantita, limitatamente al 2018, dall’aumento della domanda interna e da un incremento di investimenti ed esportazioni.

A valle di questi dati, guardando all’attuazione di un indirizzo politico coordinato secondo la normativa UE, la perdurante assenza di un nuovo esecutivo ha finora rallentato la redazione – entro il termine legale annuo del 10 aprile – del futuro DEF, contenente la programmazione economica che spetta al Governo definire e, una volta approvata dalle Camere, trasmettere alla Commissione europea.

Il testo del documento è, ad oggi, oggetto di elaborazione interna al Ministero delle Finanze che, con un comunicato del 28 marzo scorso, smentiva l’esistenza di una bozza programmatica. Peraltro, la sua imminente presentazione sembrerebbe confermata da fonti parlamentari.

Nei confini tracciati dallo scenario macroeconomico, l’aumento dell’Iva derivante dagli adattamenti imposti dall’UE (per più di 12 miliardi di euro) è il prezzo da pagare per la mancata riduzione del debito pubblico, che potrà essere temperato solo da una trattativa politica. Ma quali sono le mosse possibili per avviarla, mentre il «reddito di cittadinanza» ‘scompare’ nel «contrasto alla povertà» promosso dal «Contratto di governo» che Giacinto della Cananea, Professore di Diritto amministrativo a ‘Tor Vergata’ e coordinatore di un panel di 7 esperti, ha consegnato al leader del Movimento 5 Stelle?

Intanto, nel tormentato iter delle consultazioni, e al secondo mandato esplorativo assegnato dal Quirinale al Presidente della Camera per una possibile intesa parlamentare, la prospettiva di una riconversione in senso europeo del M5S che parta da un avvicinamento alle posizioni francesi è un opzione che potrà incidere sulle scelte inerenti alla riforma dell’Unione e, in generale, dei nostri rapporti con l’estero.

L’apertura recentemente espressa da Luigi di Maio verso ‘En Marche’, il partito del Presidente francese Emmanuel Macron, contempla buoni propositi per affiancarlo in Europa, una volta concluse le elezioni parlamentari del 2019.

Il 7 aprile, mobilitando diversi Ministri e quasi 200 parlamentari, è stata lanciata in tutta la Francia ‘Grande Marcia per l’Europa’, campagna porta-a-porta che potrebbe piacere ai 5 Stelle per la sua modalità partecipativa: 5 settimane di domandesemplici’, rivolte ai cittadini (ad esempio: ‘Secondo Lei, che cosa non funziona in Europa?’) per controllare il barometro dell’euroscetticismo diffuso e formulare, partendo dalla ‘base’, istanze di rinnovamento istituzionale in linea con gli auspici della campagna presidenziale del 2016-2017. Tuttavia, almeno per ora, al dialogo felicemente avviato tra ‘En Marche’ e la Spagna di ‘Ciudadanos’ (movimento neo-liberal, europeista e decisamente ‘atlantico’) non corrisponde un’intesa di qualche tipo con M5S, che dipende dalla condizione sospensiva della formazione di un Governo in Italia.

Sul piano dei contenuti, il difficile equilibrio di queste alleanze sta nel chiamare le forze a raccolta intorno a istanze di rinnovamento della politica europea che agiscano da fattore di convergenza sensibile alle esigenze dei Paesi membri, a patto però di considerarne le asimmetrie e avviare un percorso fondato su scelte precise e responsabili. Peraltro, proprio sui principali nodi dell’agenda comunitaria (riforma dell’Eurozona a iniziare da un’unione fiscale e bancaria, flessibilità strutturale, welfare europeo, nuove modalità di governance del fenomeno migratorio), è evidente la battuta di arresto segnata dall’inerzia di una Germania ricomposta sotto la nuova ‘Koalition’, oltre a quello che Macron, il 17 aprile a Strasburgo, ha denunciato come un «sonnambulismo» delle leadership nazionali rispetto al progetto di integrazione europea.

Resta, oggi, da vedere in base a quali dinamiche la politica economica del nuovo Governo dipenderà dai futuri aggiustamenti tra Roma e Bruxelles. Ne abbiamo parlato con Francesco Praussello, Docente di Economia dell’Integrazione europea presso l’Università degli Studi di Genova.

 

Professor Praussello, di fronte alla ricomposizione degli equilibri politici in atto nei diversi Paesi europei, come si articola la necessità di un compromesso politico-economico tra il nostro Governo – nella formazione che assumerà – e le istituzioni dell’Unione, alla luce dell’impulso trainante della Francia?

Siamo in una fase significativa per le sorti dell’Unione Europea in quanto, a partire da giugno, il motore franco-tedesco dovrebbe riprendere a funzionare per avviarne la riforma. La speranza è che, nel frattempo, si sia formato un Governo in Italia che sia in grado di partecipare a questo dibattito e alle decisioni successive, destinate a modificare il quadro europeo per i prossimi 5-10 anni. Vedremo cosa emerge dalle trattative in corso a livello nazionale. La premessa non è delle migliori: come sappiamo, i partiti usciti vincitori dalla recente campagna elettorale sono stati in larga misura euroscettici. Nondimeno siamo di fronte a una modifica abbastanza radicale del comportamento dei 5 Stelle nei confronti dell’UE e non è escluso che possano costituire un fattore favorevole allo stesso processo di riforma.

Quale sarebbe, in tal senso, il primo passo da fare?

Occorre partecipare attivamente, difendendo gli interessi dell’Europa del Sud. In particolare, occorre creare spazi per investimenti, perché solo a partire da una serie di investimenti nuovi – aggiungerei, nell’ ‘economia della conoscenza’ – sarà possibile rilanciare effettivamente la crescita in Europa. È un discorso particolarmente importante per l’Italia, che – lo sappiamo -, nonostante una modesta crescita, costituisce il ‘fanalino di coda’ dei Paesi della zona Euro. E ha un disperato bisogno di dare lavoro, soprattutto ai giovani.

Quali sono le prospettive?

Le prospettive di riforma a livello europeo non sono chiarissime. Macron, con la sua proposta, può essere considerato un federalista, nel senso che si è speso in direzione di un rafforzamento dell’Unione Europea. La concezione del Presidente francese riguarda la creazione di una nuova sovranità europea, ben più forte di quella dei singoli Paesi, considerati a un livello nazionale. Tuttavia, ci sono resistenze da parte della Germania in rapporto, soprattutto, alla necessità di effettuare trasferimenti di risorse a favore dei Paesi più deboli dell’UE. Attualmente c’è una situazione di stallo: proprio nei giorni scorsi, il 19 aprile, Macron ha incontrato Angela Merkel a Berlino e ha registrato un rallentamento degli sforzi tedeschi in questa direzione. Quindi, l’apporto italiano potrebbe essere decisivo per convincere i tedeschi che è necessario abbandonare definitivamente le politiche di austerità e, invece, puntare su investimenti a favore della crescita.

Parlando del rinnovamento, in termini di contenuti, delle scelte di politica economica contestuali a un cambiamento strutturale nei rapporti di produzione capace di ricomporre le frammentazioni (produttiva, occupazionale, energetica, sociale e culturale) che stiamo vivendo, Jeremy Rifkin, economista fautore della ‘sharing economy’ e della ‘Terza Rivoluzione industriale’, considera, in un’intervista apparsa il 15 aprile su ‘L’Espresso’, considera la «scossa» elettorale del 4 marzo una «occasione per l’Italia», il cui tessuto sociale, parte di una realtà europea che ha già intrapreso questo percorso, potrebbe rigenerarsi attraverso una rivoluzione strutturale basata sull’integrazione digitale delle comunicazioni, della mobilità e dell’energia. In questo nuovo contesto, reso possibile da investimenti su tecnologie che utilizzino energia pulita, sulla banda larga universale e su nuove professionalità e competenze, permetterebbe un aumento dell’occupazione, diversamente intesa: progressivamente, essa «migrerà verso l’economia sociale e della condivisione, e il settore ‘No profit’ (che non significa necessariamente ‘No Jobs’)».

Nello scollamento tra cittadinanza e istituzioni (con tutte le sue criticità) Rifkin vede una spinta per ripensare il futuro dell’Italia a partire da una riorganizzazione della politica europea, nazionale e territoriale centrata sull’innovazione e l’economia sociale, richiamata dallo slogan ‘power the people’. Cosa pensa di questo nuovo scenario?

 

Il quesito riguarda i ‘futuribili’: che cosa occorrerebbe fare per tenere conto, nell’insieme, delle grandi sfide di fronte alle quali si trovano oggi l’Italia e l’Europa in presenza di crescita che può essere messa a repentaglio dalla riduzione dei posti di lavoro, a causa degli sviluppi della globalizzazione, della robotica e dell’intelligenza artificiale? Occorre un nuovo piano, una sorta di nuovo ‘Piano Marshall’ interno per l’Europa, che punti, come anche è stato indicato a suo tempo da Rifkin, sulla conversione ecologica dell’economia europea.

Come già accennavo in precedenza, è necessario riprendere gli investimenti a livello europeo, con forme di condivisione dei rischi e attraverso un nuovo sviluppo delle istituzioni unionali.

Per esempio?

La creazione di un fondo monetario europeo, la creazione di un bilancio ad hoc della zona euro e la possibilità di utilizzare anche nuove risorse. Penso, da una lato, a risorse finanziarie ottenute da una tassa sui contenuti di carbonio delle fonti energetiche; dall’altro, a una tassa sulle transazioni finanziarie. In vista di questi obiettivi, è necessario identificare piani di sviluppo che riguardino i diversi aspetti della riconversione ecologica a livello europeo dell’economia. Evidentemente, non sarà facile arrivare a questa sorta di rivoluzione, ma in assenza di una radicale riforma delle procedure di sviluppo in Europa, corriamo il rischio di aumentare le resistenze, e gli sforzi di azione per una sovranità consolidata e comune, oltre a rischiare di obbligare i singoli Paesi a rilanciare le vecchie formule dell’autonomia nazionale che, oggi, in un mondo globalizzato, non hanno più senso.

Nell’intervista sopra citata, Rifkin sostiene che gli esiti del voto del 4 marzo possano agire e riconvertirsi in forza positiva, in grado di generare, secondo il tipo di rivoluzione strutturale suggerita, l’economia attraverso la politica di una società in trasformazione. Però ci sono grossi deficit, dovuti non solo a un tasso di natalità molto basso, ma alla necessità di cambiare i rapporti produttivi secondo capacità e parametri di cui siamo, al momento, carenti. In una prospettiva di durata, è possibile prevedere questo sviluppo? In altre parole, Lei si sente ottimista come Rifkin?

Premesso che Rifkin è, nel senso più nobile, un grande sognatore, ciò dipende moltissimo dalle risposte che i diversi Paesi daranno. È chiaro, per esempio, che se in Italia dovesse prevalere la linea di Salvini, saremmo di fronte a una netta chiusura. Salvini è un lepenista, è molto vicino all’estrema destra europea, e corriamo il rischio di essere tagliati fuori da quanto sta avvenendo a livello europeo. Se, invece, emerge – e le mie speranze, in questo momento, sono soprattutto concentrate sulla riconversione europea che ha fatto di recente il Movimento 5 Stelle – in direzione di una riforma dell’UE capace di seguire quel disegno, bisogna vedere qual è il quadro delle forze in atto: restando in Europa, l’unico elemento positivo, a mio giudizio, è rappresentato dalla vittoria di Macron in Francia. Perciò bisogna agganciarsi a questa realtà, nonostante i limiti che la politica di Macron ha dimostrato rispetto a una eventuale politica estera europea, che rimane un grande punto interrogativo. C’è da sperare che il Governo italiano sia attento a queste esigenze e che possa rendere l’Italia partecipe del nuovo rilancio.

Come il Presidente francese ha sostenuto, a più riprese, nei suoi interventi, l’intento è creare non una ‘Europa matrigna’, diremmo noi, ma una ‘Europe qui protège’, ossia una sovranità europea che sia in grado di difendere i cittadini europei dagli aspetti più negativi della globalizzazione.

Sembra, però, porre problema il divario tra ciò che Macron afferma nei suoi discorsi e le misure non sempre ‘europeiste’ che la Francia attua nell’esercizio delle sue prerogative sovrane: pensiamo, soprattutto, alle frontiere blindate in funzione anti-migratoria o all’attacco a fianco degli Stati Uniti in Siria. Queste sono criticità. O no?

Certo, è un problema: i Governi europei devono tenere conto anche della ‘ragion di Stato’ dei singoli Paesi. Nell’insieme, c’è una discrasia tra gli obiettivi di rilancio europeo che si propone Macron e la politica che lo Stato nazionale francese sta conducendo. Ma questo è un tipo di contraddizione che riguarda tutti i Paesi europei, e che verrà superata soltanto se andremo verso forme di sovranità condivisa.

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