giovedì, Febbraio 20

Roma 24 agosto 2017: inaudita violazione dei diritti umani Gli episodi di Roma e gli eritrei 'a casa loro'

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I gravi episodi di Roma del 24 agosto scorso rappresentano il punto di non ritorno per la disastrata Italia in piena crisi economica sociale e morale. Un Paese volutamente vittima di una ondata incontrollabile di razzismo e xenofobia che sempre più sembra creata da motivazioni oscure estremamente pericolose per la nostra democrazia.

Le Forze dell’ordine avrebbero compiuto inaudite violenze contro cittadini eritrei nel tentativo di sgomberare gli ultimi irriducibili da uno stabile occupato da anni. Brutali cariche contro uomini, donne e bambini si sono verificate, secondo le testimonianze disponibili e che dovranno essere oggetto di accurate indagini, in via Curtatone e successivamente presso la Stazione Termini. Quattro gli arresti e 13 feriti tra gli eritrei.
L’Italia si sta avviando verso una oscura epoca di intolleranza razziale dalle imprevedibili conseguenze?

Questi mille eritrei vivono in Italia da anni quali rifugiati, scappati dalla più sanguinaria e brutale dittatura africana condannata da Nazioni Unite e Unione Africana. Una dittatura sorta da un sogno rivoluzionario di indipendenza tramutatosi in incubo dove i cittadini, come in Corea del Nord, sono prigionieri nel loro Paese, privati di ogni diritto. Un Paese dove il dissenso è represso nel sangue. Gli eritrei che sono nel nostro Paese non hanno scelto di immigrare. Sono stati costretti per salvarsi la vita.

Prendendo come scusa l’autodifesa di alcuni profughi dinnanzi alla violenza della Polizia, condannata dai principali Media occidentali, si è scatenata sui social media una escalation di macabra solidarietà e un coro di applausi per la linea dura adottata: «Finalmente si agisce»«Fuori i Negri dal nostro Paese». «Solidarietà alle nostre forze dell’ordine che fanno rispettare la legalità».

Questi ‘negri criminali’ avevano ricevuto l’ordine di sgombro lo scorso 22 agosto. «All’alba, senza preavviso, per far contento qualche gruppo politico o abbellire il curriculum di qualcuno senza preoccuparsi di dove andranno gli sfrattati», scrive Furio Colombo. Queste oneste famiglie eritree occupavano da almeno quattro anni un edificio pubblico abbandonato, che nessuna Giunta comunale voleva e che questi ‘abusivi’ avevano riabilitato a proprie spese, per poter vivere dignitosamente.

L’edificio non era occupato da immigranti illegali, spacciatori e prostitute ma da famiglie con mariti dediti a onesti lavori, madri pudiche e rispettose e da bambini felici di andare a scuola, apprendere la nostra lingua, cultura, storia, giocare con i loro coetanei italiani. Profughi rispettosi dei nostri costumi che hanno perdonato il nostro terribile passato coloniale in quelle terre che componevano l’Impero di Benito Mussolini. Tutti in eterno debito morale e gratitudine verso un Paese amico che aveva loro permesso di vivere una vita normale lontano dagli orrori della dittatura eritrea.

L’ordine di sgombero è giunto senza offrire loro alternative abitative. Semplicemente gettando per strada donne, vecchi, onesti lavoratori, bambini innocenti che si sentono italiani pur non avendo la cittadinanza. «Ciò che è stato fatto, oltreché disumano, è anche incomprensibile, perché si tratta di un edificio pubblico, dunque dello Stato, lo stesso Stato che ha il compito e il dovere costituzionale di provvedere a dare un tetto a profughi legali come quelli di cui stiamo parlando.

Come è possibile che un governo civile esegua uno sfratto (se fosse davvero necessario) senza preoccuparsi dei mille esseri umani messi, con le loro cose, sulla strada, senza un pensiero al mondo sul dove andranno a dormire?» scriveva Furio Colombo un giorno prima della brutale repressione in via Curtatone fatta scattare per ripulire lo stabile dagli ultimi “negri recalcitranti” che difendevano il loro diritto ad una abitazione.

Il fatto assume una gravità maggiore in quanto il regime dittatoriale eritreo ha più volte espresso pubblicamente la sua aperta avversione verso i propri cittadini che hanno ricevuto in Europa lo statuto di rifugiati. Li considera traditori della patria. I rifugiati eritrei in Europa e in Africa rappresentano la più palese condanna di questo brutale regime che tenta di dichiararsi vittima dell’imperialismo occidentale’ e di trame oscure della vicina Etiopia, mentre il sangue versato in Eritrea ha unica e chiara matrice e i mandanti sono noti al mondo intero.

Il Governo di Asmara odia talmente i profughi (considerati traditori o disertori) da non curarsi delle loro sorti. Rare le proteste diplomatiche su fatti di sangue avvenuti a cittadini eritrei in Sudan o nel Mediterraneo mentre tentavano di raggiungere l’Europa. Proteste fuori luogo, in quanto questi cittadini sono considerati di fatto dei fuggiaschi, per il solo fatto di tentare una vita migliore negata nel loro Paese. Da anni le principali associazioni europee in difesa dei diritti umani sospettano che il regime di Asmara abbia creato un network di spie in Europa per monitorare le mosse dei profughi ed eventuali loro attività che potrebbero nuocere all’immagine internazionale dell’Eritrea.

Questa dittatura, che la maggioranza dei Paesi africani ha scelto di isolare, seguendo le orme dell’Unione Europea e degli Stati Uniti, sarebbe ancora legata ai poteri forti del nostro Paese, come nel passato è stato denunciato.

Nel 2013, un corposo dossier ONU accusò l’Italia di aver contribuito alla macchina bellica del dittatore di Asmara, Isaias Afewerki. Nel documento, pubblicato all’epoca dal settimanale ‘L’Espresso‘, si evidenziavano forniture di elicotteri e veicoli alle forze armate di un Paese messo sotto embargo internazionale dichiarato nel 2009 (risoluzione n. 1907) e prolungato dal Consiglio di Sicurezza il 23 ottobre 2015. Il rapporto offriva informazioni sui materiali bellici e sulla assistenza tecnica provenienti da numerosi individui ed entità commerciali domiciliate in Italia. Affermava, inoltre, che il Governo italiano non volle fornire informazioni aggiuntive su tali aspetti nonostante il Gruppo di Monitoraggio Somalia Eritrea del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, avesse inviato corrispondenza ufficiale in diverse occasioni al governo italiano e si era recato a Roma il 25 febbraio 2013 per un incontro ufficiale.

Il rapporto ONU parlava anche di estorsioni e minacce perpetrate dalla dittatura contro profughi eritrei dissidenti e residenti a Milano, ignorate dalla Polizia italiana. Questa accusa contenuta nel rapporto rafforzò l’ipotesi delle associazioni in difesa dei diritti umani che in Europa esistesse (e forse esiste ancora) una fitta rete di spie, agenti e informatori del regime di Asmara. Una rete di delatori della quale mancano comunque le prove. Quello che è certo che le comunità eritree in Europa sono divise tra chi è fuggito per evitare le esecuzioni extra giudiziarie del regime, e chi, invece, lo sostiene spudoratamente, affermando che in Eritrea non esiste una dittatura per il solo fatto che il Paese è dotato di una Costituzione. Questi ultimi, in stretto contatto con le loro Ambasciate, avrebbero l’incarico di promuovere gli investimenti, aggirando l’embargo, e realizzare una contro-propaganda tesa a dipingere l’Eritrea come un Paese libero e democratico, perseguitato solo perché ha osato essere indipendente, promuovendo politiche nazionalistiche.

Queste divisioni tra la comunità eritrea, i cui segni più evidenti sono proprio in Italia, fanno il gioco del regime di Isaias, il visionario rivoluzionario marxista che ha liberato il Paese per trasformarlo in una immensa prigione. ll leader che ha iniziato una guerra fratricida contro l’Etiopia, obbligando migliaia di giovani donne e uomini a morire sul fronte in una guerra senza fine contro una Nazione amica che condivideva la stessa cultura e lo stesso destino. Una Nazione, l’Etiopia, in pieno sviluppo economico, mentre l’Eritrea è affamata e disperata. Una situazione che ricorda quella delle due Coree. Similitudine non forzata, visto che il brutale regime di Pyongyang é un fedele alleato di quello di Asmara. Un leader che continuamene accusa l’imperialismo occidentale ma sta gettando il suo Paese nelle braccia della brutale e medioevale monarchia saudita, con tanto di processo di islamizzazione in un Paese di radici cristiane solo per ricevere i soldi necessari per la sopravvivenza del regime.

Nonostante l’embargo internazionale, la grave situazione interna e la totale assenza di libertà civili e rispetto dei diritti umani, molte ditte italiane stanno o hanno fatto affari d’oro nella Corea del Nord africana. Nel 2013 il mensile ‘Nigrizia‘ denunciava i rapporti oscuri di varie ditte italiane e di un esercito di faccendieri nostri compatrioti in Eritrea. Affari oscuri che erano stati dettagliatamente spiegati già nel 2009 dal giornalista Fabrizio Gatti su ‘L’Espresso‘ con tanto di nomi: Italcantieri di Paolo Berlusconi, Oma Sud di Capua, CMC di Ferrara. Anche un gruppo tessile del bergamasco era coinvolto, aveva usufruito di un contributo di 60 milioni di euro per investimenti in Etiopia elargito dalla SIMEST, la finanziaria pubblica del Ministero dello sviluppo economico, cinghia di trasmissione degli affari italiani in Eritrea.

A questi affari partecipavano anche istituzioni del Governo italiano e associazioni religiose,  tra queste realtà vi erano Regione Lombardia, Regione Toscana, Comunione e Liberazione. «Afeweri e i suoi ministri sono liberi di muoversi ovunque tra Roma e Caserta, a caccia di buoni affari: costruzioni e alberghi, per l’imprenditoria della Campania che vuole investire nel futuro turismo eritreo», denunciava Giorgio Cattaneo nel articolo ‘Eritrea. L’Italia finanzia la più feroce dittatura africana‘ pubblicato sul blog Libre Idee il 10 ottobre 2009.

«L’Italia non può trattare la questione eritrea come se riguardasse un qualsiasi Paese o come se il suo ruolo fosse lo stesso di qualsiasi altro Paese europeo. Questo perché nonostante le espulsioni attuate dal governo etiope e la repressione crescente delle comunità cinesi istallate di recente, la comunità e le istituzioni italiane sono ancora riconoscibili e contribuiscono al funzionamento dell’Eritrea», spiegava il 13 gennaio 2014 Emanuela Casti in articolo denuncia: ‘Roma-Asmara, un filo che non si spezza‘, pubblicato su ‘Nigrizia‘.

Il violento sgombero di profughi eritrei è avvenuto quattordici giorni dopo che il candidato al Premio Nobel per la Pace, Padre Mussie Zerai, di nazionalità eritrea è stato indagato dalla procura di Trapani per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Eppure tutti sanno in Italia e in Africa che Padre Zerai aiuta i profughi eritrei che giungono in Italia, trovando loro casa e lavoro, offrendo così una dignità e salvandoli dalla fama e dalla criminalità organizzata italiana che su profughi e immigrati africani specula e fa ottimi affari, arruolandoli come mano d’opera sacrificabile per lo spaccio di droga e prostituzione. Padre Zerai è considerato dal regime eritreo un nemico della Nazione, un traditore alla stessa stregua degli eritrei che scappano dagli orrori e dagli abusi inflitti dai nord coreani africani. Certamente il Governo di Asmara avrà esultato alla notizia della decisione della Procura di Trapani, mentre Padre Zerai sta preparando la difesa che lo scagionerà con assoluzione piena.

La violenta repressione delle proteste dei profughi eritrei ha messo nuovamente il Governo italiano sotto la luce dei riflettori internazionali.

Parallelamente all’inchiesta volta a stabilire l’eventuale uso spropositato della violenza da parte delle forze dell’ordine, la Magistratura di Roma ne ha aperta una su possibili speculazioni avvenute all’interno del palazzo occupato. Sarebbero state ritrovate ricevute che rivelerebbero un network illegale che affittava posti letto a 10 euro a notte. La notizia lascia senza parole. Questi profughi sono state vittime di violenza ingiustificata e ora, alcuni di loro, potrebbero essere indagati per presunte attività illegali.

I sospetti di speculazione a scopo di lucro sono stati categoricamente rifiutati da tutti i profughi eritrei che abitavano nello stabile. Un caso di omertà collettiva oppure un decoroso dovere di dire la cruda e nuda verità?

I media italiani sabato scorso hanno dato scarsa visibilità alla manifestazione promossa dalla società civile italiana per ricordare il diritto alla casa e condannare la violazione dei diritti umani e la violenza subito dai profughi eritrei che da anni onestamente vivono nel nostro Paese. Una manifestazione di alto significato simbolico per l’Africa, in quanto etiopici ed eritrei erano presenti in segno di solidarietà e fratellanza per protestare contro violenze e ingiustizie inflitte, nonostante che i rispettivi governi siano di fatto in guerra fredda con frequenti scontri militari lungo la frontiera.

Alcuni sindaci di comuni limitrofi di Roma si stanno già opponendo alla ricollocazione dei profughi eritrei vittime del violento sgombro. Un rifiuto motivato con spiegazioni apparentemente di carattere burocratico, ma che potrebbero nascondere la volontà di non perdere voti e di assecondare la parte degli italiani che a voce alta e senza vergogna urlano: «Fuori i negri dal nostro Paese».

Come troppo spesso accade in questi ultimi anni, un segno di civiltà e di umanità giunge dal Terzo Mondo e più precisamente dall’Etiopia, che ostinatamente e orgogliosamente riconferma la sua politica di porte aperte. Secondo le ultime stime di UNHCR in Etiopia trovano rifugio quasi 840.000 profughi da Eritrea, Somalia, Sudan e Sud Sudan. Molti di essi sono eritrei. Questa politica delle porte aperte è portata avanti nonostante l’Etiopia abbia ancora difficoltà a provvedere alle necessità della propria popolazione. Il costante progresso economico non è ancora sufficiente superare la povertà. Il Paese è la 174° posto nella classifica dell’Indice dello Sviluppo Umano delle Nazioni Uniti. Mentre il Governo italiano decreta l’immediato e violento sgombero di profughi eritrei a Roma, Addis Abeba accoglie i fratelli africani. L’ennesima dimostrazione che i valori umani si stanno spostando dal Nord al Sud.

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