martedì, Ottobre 27

I Rohingya, il Myanmar, il Bangladesh e gli oscuri affarismi 13 anni fa il primo allarme, ora la situazione è degenerata

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I riflettori dei media e dell’attenzione popolare finalmente si sono accesi su una vera e propria ecatombe umanitaria lungamente trascurata nonostante si protragga da lungo tempo. I colpi di testa di Kim Jong-un in Nord Corea e le sue velleità guerrafondaie nucleari, a fronte di uno specchio altrettanto virulento quale quello della attuale Amministrazione Presidenziale USA hanno spesso “coperto” la tragedia dei Rohingya al confine tra Myanmar e Bangladesh.

Ormai questo è un fatto acclarato. Il livello dell’attenzione globale, però, ha comportato il fatto che l’ONU ed il Consiglio di Sicurezza siano stati indotti a intervenire con sempre maggior incisività. «La situazione umanitaria in Myanmar è catastrofica. Lancio un appello alle autorità del Paese a sospendere le attività militari e le violenze e riconoscere il diritto a chi ha lasciato il Paese a tornare». Così il Segretario Generale dell’Onu Guterres. «Serve un piano d’azione per affrontare le cause della crisi della minoranza musulmana dei Rohingya. A tutti i Paesi chiedo di fare il possibile per fornire assistenza». Era dal 1989 che un Segretario Generale Onu non inviava una missiva al Consiglio di Sicurezza.

Ne parliamo con un giornalista e fotoreporter che ha avuto modo di toccare mano, sul campo, il contesto locale della questione birmana, se così possiamo chiamarla, in quanto quello che oggi è definibile genocidio attuato dall’Esercito del Governo di Yangon si inserisce in quadro complessificato dalla natura specifica del mosaico etnico che compone il Myanmar, non solo in termini religiosi, sociali, etnici o economici, come se queste chiavi di interpretazione siano definibili come se fossero compartimenti a tenuta stagna.

Fabio Polese, giornalista e fotoreporter freelance, esperto di Sud Est Asia, ha realizzato diversi reportage nelle zone calde del mondo. I suoi ultimi lavori sono stati proprio in Birmania, al fianco della guerriglia Karen, in Bangladesh, nuova frontiera dello jihadismo e a Marawi, Filippine del Sud, dove affiliati dello Stato Islamico hanno occupato la città dal 23 maggio scorso.

La tragedia umana dei Rohingya sta assumendo i contorni di una catastrofe umanitaria e sembrerebbe che finalmente l’attenzione dei media internazionali abbia colto nel suo radar quel che sta accadendo in territorio birmano e soprattutto al confine col Bangladesh, non foss’altro che per i grandi numeri che vanno progressivamente ingrandendosi.

Dal tuo punto di vista ed in base alla tua esperienza, perché la comunità internazionale sembra essere balbettante a riguardo? Che tipi di relazioni diplomatiche vi sono tra Myanmar, Bangladesh, comunità buddhista globale e quella musulmana?

Le testimonianze che ci arrivano in questi giorni parlano di brutalità inaudite e quotidiane: uccisioni, stupri, mine, sparizioni, villaggi dati alle fiamme e torture. Ma le violenze contro l’etnia musulmana che a partire dall’ VIII° Secolo vive in questi territori non è certo nuova. Amnesty International nel 2004 denunciava che «la libertà di movimento dei Rohingya», il popolo invisibile che nessuno vuole, «è fortemente limitata e alla maggior parte di loro è stata negata la cittadinanza birmana. Essi sono anche sottoposti a varie forme di estorsione e di tassazione arbitraria; confisca delle terre; sfratto e distruzione delle loro abitazioni; e restrizioni finanziarie sui matrimoni». E ancora: «I Rohingya continuano ad essere utilizzati come lavoratori-schiavi sulle strade e nei campi militari».

Da questo rapporto sono passati tredici anni. Ma la situazione, invece di migliorare, è peggiorata. Sinceramente credo che ancora oggi si continui a parlare molto poco di questa tragedia. E soprattutto, si continui a non fare nulla di concreto. Le ragioni sono molteplici e tutte tristemente collegate ai tanti business che la ex-Birmania offre. Quegli affari che piacciono tanto a tutti i governi occidentali e non. In generale i rapporti tra il Governo del Bangladesh e quello del Myanmar sono buoni. Negli ultimi anni, nonostante qualche screzio proprio per la questione dei Rohingya, i due Paesi hanno cercato di raggiungere nuove relazioni commerciali.

Sul tema stavolta è intervenuto nientemeno che il Dalai Lama in persona rivolgendosi alla maggioranza buddhista del Myanmar (differenze di Scuole di Pensiero a parte), apparentemente poco ascoltato. Come mai questa “mano libera” repressiva dei militari birmani /che già abbiamo avuto modo di constatare durante la dittatura in Myanmar), tanto da mettere all’angolo anche Aung san Suu Kyi?

Che nella ex-Birmania non ci sarebbe stato un vero cambiamento democratico – come pubblicizzato a gran voce dai media occidentali – era scontato agli occhi di conosce bene il Paese. Da quel novembre 2015, data della vittoria alle elezioni della National League for Democracy (NLD), infatti, l’unica cosa che sembra essere realmente cambiata è la posizione della Aung San Suu Kyi, la “signora della democrazia”, quella che nel 1988 è rientrata in Patria proprio per fondare il partito NDL e trasformare il Paese. La stessa che nel 1991 ha vinto il premio Nobel per la Pace. Quella che per combattere i generali al potere è stata agli arresti domiciliari fino al 2010. E che ora, invece, rimane in silenzio davanti alle ingiustizie e alle violenze dei suoi vecchi nemici.

Di fatto il Myanmar è ancora ostaggio dei militari, gli stessi che per decenni hanno “governato” e massacrato tutte le etnie che compongono il complesso puzzle birmano. Il punto è che la Carta Costituzionale non solo riserva ai militari il 25 per cento dei seggi parlamentari indipendentemente dall’esito delle votazioni ma permette anche loro di controllare il Ministero degli Interni, della Difesa e per gli Affari di Confine. Inoltre, la vecchia giunta è parte del Consiglio per la Difesa e la Sicurezza Nazionale, che può in qualsiasi momento bloccare o modificare le leggi considerate pericolose per l’unità e la sicurezza del Paese. Aung San Suu Kyi sapeva tutto questo ben prima delle elezioni ma è rimasta a guardare. Intanto a rimetterci non sono solo i Rohingya ma anche tutte le altre etnie che sono sotto attacco del fuoco birmano nei territori Karen, Kachin, Shan e Palaung.

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