giovedì, Dicembre 12

Rohani più saldo in Iran dopo i ballottaggi

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Il 29 aprile in Iran si è votato per i ballottaggi delle elezioni parlamentari. Sessantotto seggi non erano stati assegnati nelle precedenti elezioni di febbraio, perché nessun candidato aveva superato la soglia del 25% nella sua circoscrizione. Hanno vinto i ‘centristi’, un insieme cioè di riformisti (pochi), moderati e conservatori pragmatici che supportano la linea del presidente Hassan Rohani. Dei 68 seggi in palio ne hanno conquistati 38, diventando così il gruppo più numeroso alla Majlis (il Parlamento) con 121 deputati. Lontani i conservatori ‘falchi’, detti ‘principalisti’, con 83 deputati, e gli indipendenti con 81 (per arrivare al totale di 290 bisogna aggiungere i 5 rappresentanti delle minoranze religiose: due cristiani armeni, un cristiano assiro-caldeo, un ebreo e uno zoroastriano).

Anche si rispetto al precedente Parlamento – dove dominavano i falchi conservatori, complice la decisione dei moderati e riformisti di disertare le urne, per protesta contro l’allora presidente Ahmadinejad e la repressione della protesta politica dell’Onda Verde – i moderati e riformisti, pur annacquati in una versione centrista non sgradita alla Guida Suprema, l’Ayatollah Alì Khamenei, hanno ottenuto un’impressionante avanzamento, la maggioranza dell’assemblea è ancora lontana. Molto dipenderà da quello che decideranno di fare nel corso della legislatura gli indipendenti. Secondo alcuni analisti iraniani la maggior parte degli indipendenti è filo-Rohani, e pertanto ne appoggerà la linea politica – in economia e anche in politica estera – nei prossimi anni. Tuttavia una larga presenza di deputati senza casacca è anche una garanzia di ampi margini di manovra – qualora decidesse di ‘ri-orientare’ la politica iraniana – per Khamenei, ideologicamente più vicino ai principalisti e probabilmente ‘costretto’, tre anni fa, a lasciar convergere su Rohani il voto di protesta della popolazione iraniana, stanca dell’isolazionismo imposto al Paese negli otto anni di mandato di Ahmadinejad e provata economicamente dalle sanzioni internazionali legate al nucleare.

Rohani può quindi ora contare su un Parlamento meno ostile al suo governo rispetto al precedente per portare a casa una serie di riforme economiche, che sono necessarie in Iran perché l’impatto della fine delle sanzioni – ottenuta grazie al negoziato sul nucleare con il 5+1 (gli Stati del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, più la Germania) – raggiunga la popolazione. Decenni di isolamento e un tessuto economico largamente incrostato da clientele e familismo – gran parte dell’economia iraniana ruota intorno a ricchissime fondazioni legate al clero sciita, allo Stato o all’esercito (Boneyad) – hanno lasciato il Paese arretrato per molti versi, e perché la promessa di un maggior benessere legato all’apertura verso il mondo sia mantenuta sarà necessario per Rohani contrastare alcune rendite di posizione. Un’operazione tanto più pericolosa in quanto dovrebbe andare a toccare il potere (e le tasche) di importanti pezzi dell’establishment della Repubblica Islamica. Anche per questo motivo, unito alla composizione del Parlamento che consente manovre di interdizione contro il governo a eventuali gruppi di potere che si sentissero minacciati, gli esperti ritengono che le riforme saranno figlie di compromessi e il cambiamento, se ci sarà, avverrà comunque molto lentamente.

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