sabato, Dicembre 7

Romania: è veramente una vittoria europeista? Il filo-europeista Iohannis rieletto Presidente, ma in Romania la narrativa europea è a senso unico, ne parliamo con Francesco Magno

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«Il vincitore oggi è la Romania moderna, la Romania europea, la Romania normale». Sono state queste le prime parole pronunciate da Klaus Werner Iohannis subito dopo esser stato riconfermato Presidente della Romania. Con la sua rielezione è stata anche la narrativa europeista a trionfare in un Paese che è sì uno dei più grandi membri dell’UE, ma che fatica a mettersi al passo con le riforme.

Ma facciamo un passo indietro. Come da copione non c’è stata praticamente storia ed il risultato è stato ben più ampio delle aspettative. Col 65,1% dei voti ricevuti al secondo turno, Iohannis, candidato del PNL (Partito Nazionale Liberale), si è imposto su Viorica Dancila, leader del PSD (Partito Socialdemocratico), fermatasi al 34,9%. Se già il primo turno aveva dato indicazioni precisione – con il Presidente romeno uscente al 36,6% e Dancila al 23,8% – il ballottaggio si è quindi trasformato in una marcia trionfale: per Iohannis +11% rispetto alle presidenziali del 2014. Per i socialdemocratici, invece, si tratta della peggiore sconfitta mai subita durante una tornata elettorale. Una débacle, però, non proprio inaspettata.

Due eventi in particolare, susseguitisi in pochi mesi, hanno contribuito alla schiacciante vittoria del PNL: a fine maggio, la condanna a tre anni e sei mesi per abuso d’ufficio comminata dall’Alta Corte di Cassazione e Giustizia della Romania a Liviu Dragnea, segretario del PSD e presidente della Camera dei deputati; e il 10 ottobre la sfiducia al Governo guidato proprio da Dancila, la quale, dopo l’arresto del suo mentore Dragnea, ha voluto ostinatamente accentrare su di sé la leadership del partito. Dopo la crisi politica, da circa tre settimane si è insediato un Governo di minoranza con premier Ludovic Orban, il presidente del PNL.

Nonostante ciò, che il vento stesse cambiando dalle parti di Bucarest si era già potuto osservare durante le elezioni europee andate in scena il 27 maggio scorso – il giorno seguente Dragnea è stato arrestato. Il PNL, schierato con i popolari del PPE, era risultato il primo partito con il 27%: i conservatori rumeni si sono così accaparrati 10 dei 32 seggi riservati alla Romania all’interno del Parlamento europeo. I socialdemocratici, inseriti all’interno dell’S&D, invece, hanno ottenuto il 22,5% dei consensi che gli è valso 8 seggi: 8 in meno della scorsa legislatura.

Promotore di questo vento europeo è stato proprio Iohannis, che ha fatto della lotta alla corruzione e dello Stato di diritto i pilastri della sua azione politica e della campagna elettorale – due cose molto care a Bruxelles, lo sanno bene Albania e Macedonia del Nord, ancora in attesa di varcare le soglie delle istituzioni comunitarie. E non a caso il Presidente rieletto ha parlato subito dopo il voto di «Romania europea».

Parole e temi non di poco conto e che hanno un certo peso nel rapporto Bucarest-UE, nel momento in cui la Romania è, ad oggi, uno dei Paesi più corrotti e poveri tra gli Stati membri. Proprio per valutare i progressi nei settori della riforma giudiziaria e della corruzione, la Commissione Europea ha creato nel 2007 – e tuttora in vigore – un Meccanismo di Cooperazione e Verifica (MCV) specifico per le situazioni vigenti in Bulgaria e Romania, in concomitanza con il loro ingresso nella comunità europea. Il percorso, però, si è dimostrato più difficile del previsto. E a renderlo ancora più arduo sono state le proposte di modifica al codice penale avanzate all’inizio dell’anno dal Governo a trazione PSD, che prevedevano la riduzione dei termini di prescrizione e l’alleggerimento della pressione sui corrotti. Norme che, qualora fossero passate, avrebbero permesso a Dragnea di evitare la condanna e presentarsi alle presidenziali.

Nell’aprile scorso, preso atto della situazione, dodici Paesi (Austria, Belgio, Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Norvegia, Paesi Bassi, Stati Uniti e Svezia) hanno rilasciato un comunicato congiunto nel quale si attestava la preoccupazione «per lintegrità del sistema giudiziario romeno». Nel maggio seguente si è quindi mossa la Commissione Europea, con il vice presidente, Frans Timmermans, scagliatosi contro la «progressiva cancellazione dei progressi compiuti negli ultimi anni». Ad ottobre, poi, la stessa Commissione si è dichiarata a favore delluscita della Bulgaria dal MCV, mentre resta ancora sotto osservazione la Romania

Un’altra grana nel rapporto tra la Romania e la Commissione è stata la denuncia presentata da un gruppo di ONG europee che hanno accusato la società forestale statale di condurre azioni di disboscamento in zone protette. Il tutto mentre l’UE ha adottato, dal luglio scorso, un nuovo piano per proteggere e ripristinare le foreste del mondo.

Su alcuni aspetti, dunque, l’asse Bucarest-Bruxelles pare incrinato. La rielezione di Iohannis, il Governo di minoranza Orban e i problemi in cui versa il PSD, allora, sembrano essere per l’UE la garanzia migliore affinché la Romania torni sui passi già tracciati a livello di giustizia e legalità. 

Iohannis, inoltre, può godere dell’appoggio incondizionato di Angela Merkel, la quale non ha fatto mancare il suo sostegno alla Romania durante l’esercizio della presidenza di turno del Consiglio dell’UE nel primo semestre di quest’anno.

Anche con la nuova presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, i rapporti sono ottimi: e non potrebbe essere altrimenti dato che si tratta di una delle allieve della Merkel. Al momento dell’elezione della tedesca, Iohannis ha twittato: «non vedo l’ora di avviare una stretta collaborazione per un’Europa più forte». Una collaborazione partita con l’indicazione da parte di premier Orban della nuova commissaria rumena con delega ai trasporti e al turismo, Adina-Ioana Valean, che pochi giorni fa ha ricevuto il via libera dagli eurodeputati. Il tutto dopo la bocciatura della prima candidata rumena proposta dal PSD, Rovana Plumb, che ha contribuito al ritardo dell’insediamento della nuova Commissione. Nuova Commissione che domani, finalmente, dovrebbe ricevere parere favorevole dal Parlamento. Dovrebbe così aprirsi una nuova storia tra UE e Romania dopo gli ultimi travagliati mesi.

Per capire cosa c’è dietro la vittoria di Iohannis e la sua retorica europeista abbiamo contattato Francesco Magno, dottorando in storia dell’Europa orientale presso l’università di Trento, direttore editoriale di ‘East Journal’ e collaboratore dell’Osservatorio Balcani e Caucaso.

 

Che cosa significa per la Romania la riconferma di Iohannis?

Significa molto meno di quel che i media vogliono credere. Significa che in un panorama politico povero come quello romeno attuale, vince chi commette meno errori e meno gaffes. Iohannis è il tipico personaggio che si vota turandosi il naso. È un personaggio senza infamia e senza lode, che nel vuoto totale della politica romena attuale diventa un gigante. Quindici anni fa difficilmente sarebbe riuscito ad emergere. 

Quali sono state le sue armi vincenti?

La sua più grande arma è stata un avversario impresentabile. Iohannis ha stravinto perché l’opposizione non è riuscita a opporgli un candidato all’altezza, che potesse offrire una visione di paese alternativa concreta. Lui si è limitato a non esporsi troppo, mostrandosi sempre in veste istituzionale e rimarcando il fatto di essere l’opzione preferita a Bruxelles e Washington.

Stimato in Europa e negli USA, come Iohannis è riuscito a consolidare i rapporti con Bruxelles e Washington?

Iohannis ha consolidato i rapporti con l’Occidente ponendosi come argine a ogni deriva identitaria e anti-occidentale che facesse capolino nel sistema politico nazionale; prima ha battagliato con Liviu Dragnea, e dopo il suo arresto con Viorica Dancila. Ha sempre ribadito l’orientamento pro-occidentale del Paese, e questo ha fatto la differenza. In più, è molto apprezzato in Germania dalla Cancelliera Merkel, con la quale ha avuto spesso un dialogo molto fecondo, anche grazie alle sue origini etniche. Iohannis è un sassone della Transilvania, e quindi parla fluentemente il tedesco.

I socialdemocratici, invece, hanno subito la peggiore sconfitta della loro storia. Come spiega questa debacle?

Ai socialdemocratici manca una leadership degna di questo nome. Dopo l’arresto di Liviu Dragnea a maggio, il partito è rimasto vittima delle lotte intestine, e come spesso accade in questi casi, mentre nelle segrete stanze si consuma la lotta di potere, al pubblico viene dato in pasto un leader debole e ‘sacrificabile’, in questo caso Viorica Dancila. 

È stato scritto, riguardo ai risultati elettorali, che quello di Iohannis è un trionfo europeista. In un momento dove sembrano levarsi le forze populiste in molti Paesi membri dell’UE, come la Romania si inserisce nel contesto comunitario europeo? Può diventare una forza trainante dell’UE?

La contrapposizione tra europeisti e anti-europeisti sta, a mio avviso, diventando stantia e poco utile da un punto di vista analitico. Nel caso romeno questa visione dicotomica aiuta poco a capire la realtà. In Romania tendenzialmente la popolazione ha un atteggiamento favorevole all’integrazione europea, ma solo perché nessuno ha realmente proposto un’alternativa possibile allo sviluppo del Paese. In Romania non è mai emerso un Viktor Orban che abbia seriamente offerto una visione autarchica e identitaria del Paese senza sembrare una macchietta. Quando Liviu Dragnea ha provato a porsi su questa scia, è stato emarginato con le buone (e con le cattive) dalla scena politica. La Romania profonda, quella che sta lontano dai salotti di Bucarest o dalle città turistiche della Transilvania, cova al suo interno istanze conservatrici molto forti, che aspettano soltanto di essere rappresentate da una figura carismatica. La posizione filo-europea della Romania è tutt’altro che consolidata ed eterna, e vedere Bucarest come una forza trainante dell’UE potrebbe rivelarsi un errore storico madornale.

Come la Romania si pone nei confronti dei Paesi di Visegrád? Può essere un argine o fare da mediatore tra questi Paesi e Bruxelles?

Una delle colpe che è stata imputata a Iohannis in campagna elettorale da analisti seri è stata quella di aver avuto una politica estera zoppicante e incerta. La Romania non si è imposta come attore regionale forte, limitandosi a seguire le direttive che arrivavano da Berlino o, soprattutto, da Washington. Difficile credere che la Romania possa mediare con i Paesi di Visegrad. I rapporti tra Iohannis e Orban sono cordiali, ma freddi. Adesso tuttavia, libero dalla spada di Damocle della rielezione, Iohannis potrà cercare di portare avanti una politica estera più incisiva. 

Come si pone nei confronti della nuova Commissione europea? 

Allo stato attuale, non si pone. A Bruxelles stanno ancora aspettando che la Romania proponga il suo rappresentante per la nuova Commissione, dopo che la prima proposta è stata bocciata ad ottobre. Considerando la rielezione di Iohannis, è probabile che i suoi rapporti con la Von Der Leyen saranno buoni, in virtù anche della vicinanza di cui si parlava prima del Presidente romeno con il mondo tedesco. 

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