martedì, Ottobre 20

Rivolta tedesca, e non solo, contro l’ egemonia Usa Il contenzioso occidentale con la Russia alla prova di un’apparente svolta strategica a Berlino provocata da Trump. Ma che farà Putin?

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Una strana coppia, quella formata dai due Paesi più grandi del vecchio continente, anche senza contare l’enorme componente asiatica del più popoloso. Così cruciale per le sorti di mezza umanità nel corso della sua lunga storia, il multiforme rapporto tra Russia e Germania è sempre stato caratterizzato da una singolare attrazione e/o avversione reciproca e quindi, pur nelle sue innumerevoli fasi alterne, da una prevalente quanto cronica ambiguità riscontrabile anche in questi ultimi anni.

Si era già avuto modo di sottolinearlo nella scorsa primavera, all’indomani di un laborioso rinnovo del governo di ‘grande coalizione’ a Berlino. Laborioso, giova subito ricordarlo, anche perché i due maggiori partiti nazionali, vecchi rivali ma spesso alleati per comune convenienza, erano stati appena castigati nelle ultime elezioni a vantaggio, soprattutto, di una giovane formazione di destra: ‘Alternativa per la Germania’, populista, euroscettica e decisamente simpatizzante per la Russia di Vladimir Putin come tante altre sue simili nel vecchio continente.

Perdite particolarmente pesanti aveva subito la SPD, il partito socialdemocratico al quale, ciò nonostante, era stato nuovamente assegnato il Ministero degli Esteri oltre al vice cancellierato, mentre alla presidenza della Repubblica federale rimaneva naturalmente un suo autorevole esponente, Frank-Walter Steinmeier, già titolare in passato dello stesso dicastero prima che gli subentrasse un altro socialdemocratico, Sigmar Gabriel.

Entrambi si erano distinti per posizioni più concilianti nei confronti della Russia rispetto alla linea attribuibile ad Angela Merkel, benchè neppure la cancelliera cristiano-democratica abbia mai ecceduto in durezza verso Mosca e non si sia anzi mai sottratta alla ricerca di un dialogo costruttivo con il Cremlino pur nel quadro, finora, della solidarietà occidentale. Del resto anche nel suo partito, la CDU, e ancor più, di recente, nella CSU sua ‘sorella’ bavarese, l’atlantismo più rigoroso non è mai stato unanime e incontrastato.

Non sorprende perciò che Der Spiegel sia giunto a parlare nello scorso maggio addirittura di un ‘rapporto speciale’ con la Russia, quasi a paragonarlo (ma sarebbe ovviamente troppo) con quello tradizionale tra Gran Bretagna e Stati Uniti. Il settimanale amburghese si domandava però se non si stesse assistendo al suo tramonto proprio all’indomani del rinnovo della grande coalizione e mentre la cancelliera si recava a Soci per provare ancora una volta, sia pure con successo apparentemente scarso, ad alleviare le divergenze e le tensioni con il ‘nuovo zar’.

Nella sua prima sortita, infatti, il nuovo ministro degli Esteri tedesco, il socialdemocratico, Heiko Maas, aveva denunciato una Russia ‘sempre più ostile’ ed escluso qualsiasi revoca delle sanzioni occidentali, già caldeggiata invece dal suo predecessore. Spiegabile tra l’altro con l’estensione alla Germania delle interferenze cibernetiche russe, governative o meno, un simile esordio aveva comunque destato sorpresa e perplessità anche altrove a Berlino.

In realtà, se una correzione di rotta stava già maturando, doveva rivelarsi, nel giro di pochi mesi, ben più vistosa e di segno opposto a quello intravisto o paventato. A determinarla, e a renderla ben comprensibile ancorchè non pienamente gradita a tutti, era stata la clamorosa offensiva sferrata da Donald Trump contro la NATO, l’Unione europea e la stessa Germania, accusate di una serie di torti nei confronti dell’America, quasi a voler frantumare a qualsiasi costo lo schieramento occidentale per agevolare il suo sforzo più recente di venire a patti con Putin.

Sforzo che non ha dato finora frutti tangibili anche se al vertice di Helsinki dello scorso luglio, il cui esito è stato nella migliore delle ipotesi interlocutorio, dovrebbero seguire ulteriori incontri diretti tra i due presidenti. Sempre che la contestazione domestica di quello americano, che non cessa di intensificarsi, non lo indebolisca ulteriormente e non finisca col privarlo di ogni libertà d’azione o addirittura col provocarne lo spodestamento, a dispetto di un’economia che viaggia a gonfie vele.

Nel frattempo (e non si può certo dire in compenso) l’operazione inscenata dalla Casa bianca ha suscitato reazioni senza precedenti da parte dei tradizionali alleati degli USA e in particolare di quello complessivamente più importante non solo nel vecchio continente. La Germania, appunto, di per sé e in quanto principale pilastro dell’Europa parzialmente integrata e da Berlino fin troppo egemonizzata, secondo alcuni, ovvero guidata con insufficiente dedizione, autorevolezza ed equanimità secondo altri.

Le accuse piovute da Washington sulla Repubblica federale non si contano. Di antica data e tutto sommato la meno ingiustificata è quella di spendere troppo poco per la difesa affidando la propria sicurezza esterna alla protezione militare americana. A Berlino viene inoltre rimproverato, non senza toni ultimativi, di mettere a repentaglio la stessa sicurezza mediante un’eccessiva dipendenza energetica dalla Russia, ora ulteriormente accentuata dalla messa in cantiere di un secondo gasdotto attraverso il Mar Baltico.

Il tutto anziché sostituire almeno in parte il gas russo con l’importazione di quello liquefatto offerto dagli USA un po’ a tutti i Paesi europei, alcuni dei quali, a differenza degli altri, lo preferiscono per motivi politici malgrado i costi più elevati. E il tutto, va aggiunto, senza tenere conto che la dipendenza degli importatori dalla Russia è controbilanciata dalla dipendenza della Russia dai suoi clienti, almeno altrettanto pesante a causa della sua perdurante carenza di adeguate alternative in materia di esportazioni.

Non contento, inoltre, di sostenere contro ogni evidenza che l’ex Comunità e oggi Unione europea sarebbe nata sessant’anni or sono per nuocere agli interessi americani, Trump le imputa di farlo tuttora, sistematicamente e spudoratamente, mediante una concorrenza sleale alla produzione USA e una prassi economico-finanziaria che penalizza la bilancia dei pagamenti americana. Di qui i cospicui dazi recentemente imposti (al di fuori di ogni concertazione in sede WTO, l’organizzazione che regola o dovrebbe regolare il commercio mondiale) su varie esportazioni europee oltre oceano, tra cui quella classica di automobili tedesche popolari e di lusso.

Alla problematica economica, infine, si ricollega anche il ritiro americano, nello scorso maggio, dall’accordo multilaterale del 2015 per scongiurare l’armamento nucleare dell’Iran, che Washington accusa il governo di Teheran di non rispettare. E lo punisce mantenendo sanzioni che minaccia di estendere anche alle imprese di altri Paesi che non vi si adeguino e continuino o riprendano a commerciare con la Repubblica islamica.

Gli interessi della Germania in proposito figurano tra i più rilevanti (come pure quelli italiani, del resto) soprattutto sotto il profilo economico ma anche politico. E sono naturalmente condivisi dalla Russia, amica e finora alleata dell’Iran sul fronte siriano dove una soluzione pacifica del lungo e devastante conflitto, ancora non del tutto spento, sta a cuore a tutti come pure il decollo di un’imponente quanto costosa ricostruzione.

Berlino, perciò, non intende piegarsi alle pressioni e ingiunzioni di Washington e anche su questa problematica cerca un’intesa e qualche concreta collaborazione con Mosca, oltre a concordare con essa l’avvìo senza ulteriori indugi della costruzione del secondo gasdotto baltico cui partecipano anche altre imprese europee inclusa l’ENI.

C’è però molta altra carne al fuoco nel fitto dialogo che la Merkel e i suoi collaboratori hanno allacciato in questi ultimi mesi con i loro corrispettivi russi sotto la spinta indiretta dei bruschi gesti e atti americani. Il conflitto in Ucraina, innanzitutto, riguardo al quale Berlino ha buone ragioni sia per confidare in un successo del dialogo certamente in corso tra Mosca e Washington sia, al tempo stesso, per temerlo.

Potrebbe infatti essere raggiunto a spese del governo di Kiev, e a dispetto di alcuni suoi vicini occidentali, oltre certi limiti di accettabilità connessi con i principi di legalità internazionale e di autodecisione dei popoli finora invocati da parte occidentale per osteggiare il comportamento russo ed esigere una modifica quanto meno parziale. Apparentemente meno rigida degli USA in proposito, fino a ieri, la Germania sarebbe costretta ad adeguarsi in qualche misura ad un eventuale scavalcamento da parte americana ma cercherebbe verosimilmente di salvare il salvabile nell’interesse proprio e dei propri soci europei, specie se sufficientemente spalleggiata dai più forti del folto gruppo.

Se si può quindi parlare di una probabile sorta di gara tra Berlino e Washington, che non riguarda poi soltanto l’Ucraina, va per ora annotato che sul tema specifico le rispettive posizioni si presentano sostanzialmente appaiate. Così come l’incontenibile Trump, malgrado tutte le sue genuflessioni (da molti deplorate come tali in America) davanti a Putin, sembra essere stato scarsamente contraccambiato a Helsinki, anche la placida Merkel non pare abbia ottenuto gran che dal ‘nuovo zar’ oltre alla pronta accettazione dell’invito a visitarla a Berlino il 18 agosto scorso.

Dopo la breve ma significativa sosta a Vienna (che la cancelliera tedesca non deve avere apprezzato) per presenziare attivamente alle nozze della ministra degli Esteri austriaca fino a danzare con lei, membro di un governo populista e filorusso, Putin non risulta avere concesso all’ospitante più che una promessa di non tagliare definitivamente fuori l’Ucraina dalle vie di rifornimento di gas russo all’Europa centro-occidentale. Promessa verosimilmente poco costosa e non si sa in eventuale cambio di che cosa.

E’ lecito presumere che al Cremlino si aspetti di capire meglio a quale interlocutore sia possibile strappare di più e concedere di meno, e comunque quale scelta sia preferibile tenendo conto anche dell’evoluzione dei rapporti tra le due controparti? Probabilmente sì, se non altro perché nessuno ancora sa quale sarà la sorte di Trump e della sua politica estera, in gioco sul fronte interno.

D’altra parte, sono in corso da tempo tutta una serie di contatti a vari livelli, un visibile ma discreto lavorìo diplomatico accompagnato da normali schermaglie, dei quali rimangono da conoscere l’esito ma anche solo l’andamento. La Merkel, ad esempio, nello scorso luglio si è intrattenuta una volta di più con Sergej Lavrov, ministro degli Esteri russo, ma ha altresì ricevuto il generale Valerij Gerasimov, capo di Stato maggiore dell’ex Armata rossa, con il quale può avere affrontato più di un argomento: dal sempre precario cessate il fuoco nel Donbass al proposto invio sul campo di caschi blu dell’ONU, dal ripetersi di inquietanti manovre militari russe e atlantiche in zone europee contigue alla complessa problematica politico-militare in Siria.

Per non parlare, poi, di quella relativa agli armamenti più temibili, sollevata sia pure non esplicitamente dall’evento forse più eclatante dell’anno quanto meno per la Germania: una nuova sortita di Heiko Maas, pochi giorni dopo l’appuntamento berlinese tra Merkel e Putin. In un intervento pubblicato dal quotidiano economico ‘Handelsblatt’ il ministro degli Esteri è andato stavolta ben oltre il solco tracciato dai suoi predecessori socialdemocratici preconizzando praticamente un ridimensionamento, se non proprio una rottura, dell’ormai vecchio legame con gli Stati Uniti.

Lo ha fatto accusando senza mezzi termini l’attuale Amministrazione americana di ripudiare la solidarietà con gli alleati europei e calpestare i loro interessi, costringendoli a provvedere separatamente anche alla propria sicurezza. Ossia, in sostanza, a dotarsi di un adeguato apparato militare, oltre a creare un sistema finanziario autonomo da quello sinora condiviso con gli USA e al quale mirano a sottrarsi anche Russia, Cina e altri maggiori Paesi. Il tutto nel quadro di un nuovo ordine mondiale multipolare già in via di instaurazione nella realtà internazionale.

Una proposta di complessiva emancipazione, insomma, dall’egemonia anche solo nel campo occidentale di una residua superpotenza planetaria che già si comporta, del resto, in un modo non più all’altezza di un simile ruolo, come Maas rimprovera duramente a Trump e al suo egoistico programma ‘America first’. Resta però da vedere, ora, se si tratti solo di una proposta, appunto, oppure di un indirizzo attribuibile, con tutta la sua portata pressocchè rivoluzionaria, all’intero governo tedesco e alle forze politiche che lo sostengono.

A Berlino e dintorni si parla già di nuova strategia, minimizzando evidentemente l’immediata presa di distanze da parte di Angela Merkel, che sembra tuttavia disapprovare più che altro i toni usati dal suo collaboratore. La stessa cancelliera, dopotutto, aveva coronato nei mesi scorsi le sue critiche a Trump, non moderate nei contenuti, con un appello agli europei a prendere finalmente nelle loro mani i propri destini.

Alla sortita di Maas, ad ogni buon conto, non hanno tardato a fare eco da Parigi il presidente Emmanuel Macron e il ministro delle Finanze Bruno Le Maire, sottoscrivendo il suo messaggio non senza enfasi: il secondo non si è trattenuto dal tuonare che il vecchio continente non può più rassegnarsi al ruolo di vassallo. E il nuovo capo della diplomazia tedesca è comunque tornato alla carica, prima di recarsi in Turchia per conferire con un altro vassallo pentito dell’America, pronunciandosi questa volta per la revoca delle sanzioni contro la Russia. Delle cui reazioni, a questo punto, sarà più che mai viva l’attesa.

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