mercoledì, Maggio 22

Ritrovare credibilità: una riflessione sui mali dell’Italia (e dell’Europa) Intervista a Paolo Manasse, Professore di Macroeconomia e Politica economica internazionale dell’Università di Bologna

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Potrebbe fare un esempio in proposito?

Prendiamo il caso del credito di 80 euro ai lavoratori dipendenti, Bonus ‘strutturale’ introdotto dal Governo Renzi nel 2014 ed esteso a soglie di reddito più alte nel 2018: non si capisce in base a quale criterio di equità ne siano titolari persone il cui reddito familiare è molto più alto di altri soggetti, compresi i piccoli commercianti ‘sul lastrico’. Ci vuole, in altre parole, un sistema di lotta alla povertà organico e disegnato in maniera intelligente.

L’attuale proposta del M5S secondo cui, se con il proprio reddito da lavoro non si arriva a una certa soglia, si è automaticamente integrati a quel livello, sul piano degli incentivi è disastrosa: fondamentalmente, è come se, non lavorando io ottenessi dallo Stato esattamente quanto otterrei se lavorassi. Se, per un reddito da 1000 euro, ne guadagno 600 e lo Stato me ne dà 400, nel caso in cui non lavorassi, lo Stato me ne darebbe 1000: è come dire che il mio lavoro è tassato al 100%, un disincentivo al lavoro enorme! Pertanto, bisogna strutturare la cosa in modo che abbia un senso economico e che rispetti gli incentivi economici in quanto tali, condizionati a una serie di parametri. Ciò è fattibile, ma – ripeto – con criterio e senza dimenticare che i problemi che vediamo, la povertà e i disagi ai quali si cerca di far fronte, sono i risultati di tutte le pecche che ci trasciniamo da anni e che non si vogliono risolvere perché, politicamente, si perderebbero voti.

Pensando alle forze politiche attualmente in campo, queste riforme hanno probabilità di incontrare una futura linea di governo?

Non credo, tuttavia tale discrepanza era presente anche nei Governi precedenti: da Berlusconi in poi, è molto facile perdere voti scontentando l’uno o l‘altro, a meno di non scontentare tutti. L’unico che ha avuto il coraggio di farlo, e per questo è stato additato come ‘affamatore di popoli’, è stato Mario Monti: in qualche modo, e ferma restando la situazione degli esodati, Monti ha messo in sicurezza il bilancio pubblico per i prossimi 20 anni. Ci voleva, insomma, qualcuno che facesse una fine politica indecorosa e che gli attuali politici non intendono fare. Allo stato attuale si assiste alle conseguenze di una serie di problemi, cercando di affrontarle senza avere alle spalle una analisi che spieghi il problema alla sua origine.

Professore, in merito al una riduzione della nostra distanza dagli standard europei, quali sono gli interventi che, al livello istituzionale dell’Unione, potrebbero favorire questo processo di riforma nel senso di una più effettiva integrazione economica dell’Italia?

Ci sono, oggi, proposte discusse sia in sede UE sia in Francia, che partono dall’idea di ristrutturare il bilancio dell’Unione per dargli più peso, in quanto rappresenta l’1% del PIL europeo. Per avere spazi di manovra maggiori, ciascuno Stato dovrebbe devolvere una parte – piccola, ma non irrilevante – delle proprie entrate a un bilancio comune, che poi sarebbe in qualche misura distribuito per fare investimenti che vadano a favore dell’insieme dei Paesi, quindi in settori come l’educazione, i trasporti ecc. Credo che si possano riformare le istituzioni europee attribuendo maggior peso a quel tipo di spese. Se, per esempio, consideriamo la politica agricola, che nonostante la sua importanza oggi assorbe metà delle risorse, oggi l’agricoltura non è al centro dell’economia europea: è chiaro che bisognerebbe riorientare le risorse verso altri settori.

Per esempio?

Quello della minima partecipazione delle donne al mercato del lavoro italiano: un cambiamento sarebbe auspicabile. Lo stesso vale per l’istruzione: siamo tra gli ultimissimi Paesi in termini di alfabetizzazione, ma anche per numero di laureati. SI tratta di aspetti cruciali del mondo del lavoro e dell’educazione: sono questi, alla fine, i fattori che determinano la crescita di un Paese. Certo, ci sono problemi immediati, come condividere le spese per l’accoglienza delle persone che emigrano da Paesi terzi. Scarsa partecipazione femminile al mercato del lavoro e basso livello di istruzione sono, invece, problemi culturali endemici, che richiedono investimenti di lungo periodo, anche di tipo europeo: sarebbero molto importanti, ma dipendono dalla partecipazione costruttiva a un processo di riforma delle istituzioni europee. Questo è, a sua volta, possibile solo al di fuori di un atteggiamento avverso ai ‘burocrati’ di Bruxelles, che ci affamano, e all’euro, responsabile di tutti i nostri mali: bisognerebbe porsi come interlocutore credibile o, comunque, positivo. Un atteggiamento di chiusura verso l’Europa ci emarginerebbe da possibili scelte di riforma delle quali anche l’Italia, che ha molte distanze da colmare rispetto ai Paesi più avanzati, potrebbe beneficiare.

Si possono individuare sedi preferenziali nelle quali avviare questo dialogo?

Più importante, sarebbe necessaria una svolta politica, con un Governo che possa essere accolto tra i protagonisti di una riforma istituzionale senza cui l’Europa rischia di implodere. Credo che la crisi della Grecia, del debito, e tutte le loro conseguenze mostrino come anche un piccolo Paese, con una difficoltà gestibile, metta in luce tutte le lacune istituzionali e di governance che comportano il rischio di implosione. Correggere tali difetti significa una maggiore condivisione della riforma sul sistema assicurativo e sull’unione bancaria, ma anche avvicinare l’UE al sostegno dei disoccupati… Se non si fanno riforme importanti che diano più possibilità all’Unione di intervenire in maniera visibile e positiva nella vita dei Paesi, conferendo più risorse al Parlamento europeo, è difficile che l’Europa possa sopravvivere ad altre crisi, che potrebbero rivelarsi molto più gravi di quella sofferta dalla Grecia (un Paese che non arriva al 3% del PIL europeo).

La credibilità dell’Italia, come interlocutore internazionale e attore di riforme durevoli, parte da qui.

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