domenica, Agosto 25

Ritorno in Cambogia: 'Un Paese in vendita'

0

Davanti ai quei templi, dove tutte le sfumature del grigio e del verde si fondono, Nguon Tho Bovannrith si emoziona ogni volta che torna. E quando il colore di Angkor Vat, l’estesa valle di torri e bassorilievi di arte khmer, è esaltato dal monsone e dall’umidità, lui ritrova la sua “terra d’acqua.

La Cambogia è stata il Paese dei canali in cui i Khmer Rossi schiavizzavano e uccidevano la loro popolazione, ma anche quella parte di Indocina dove Bovannrith, che da quando è fuggito si fa chiamare più semplicemente ‘Tho’, giocava da bambino sotto la pioggia calda ma rinfrescante come una manna. “Era così divertente. A Phnom Penh mi sono rivisto in quei ragazzi che si bagnavano per strada. E nella giungla di Angkor, di anno in anno, ritrovo gli alberi cresciuti a dismisura. Non hanno un periodo di riposo come qui: si sviluppano, rinverdiscono, dodici mesi su dodici.

Tho, ex profugo cambogiano di 53 anni giunto in Italia da ragazzo, medico, scrittore, marito e padre di due figlie, ci racconta  l’ultimo viaggio che ha intrapreso nel suo Paese d’origine: “Per molto tempo non ho voluto andarci. Temevo di non reggere la sofferenza. Da quasi un decennio, invece, lo visito appena posso e mi sento ogni volta più forte“.

Aveva solamente 17 anni quando riuscì a fuggire da un campo di lavoro dei Khmer Rossi, stremato e malato dopo quattro anni di prigionia, tutta la sua adolescenza. Era il 1979 e le truppe vietnamite invasero il Paese asiatico costringendo finalmente i combattenti di Pol Pot a ritirarsi progressivamente verso le zone più remote. Questi ultimi avevano ucciso i suoi genitori e due fratelli, tranne il più piccolo, che fu probabilmente portato via dalla moglie di un guerrigliero.  Dagli anni Ottanta vive in Italia, dove è diventato medico specializzato in microbiologia e virologia. Nel 2005 ha scritto con Diego Siragusa Cercate l’Angkar. Il terrore dei Khmer Rossi raccontato da un sopravvissuto cambogiano’ e nel 2010 è stato protagonista del documentario di Giovanni DonfrancescoOro Splendente- Ritorno in Cambogia’, in cui ha tentato invano di ritrovare il fratello minore.

Durante il regime dei Khmer Rossi (1975-’79) almeno un milione e 700mila individui sono stati uccisi. Il volto di campagne e città ha subito stravolgimenti, prima a causa del delirio comunista e successivamente per uno sviluppo incontrollato. Tuttavia, chi è sopravvissuto al partito fanatico dell’Angkar, a una guerra civile protrattasi fino al 1998, alla povertà e a un sistema politico tuttora corrotto e inadeguato, continua a lottare per un’esistenza dignitosa. E la natura, con le radici tentacolari di Angkor, l’immenso lago Tonle Sap e il ‘grande fiume’ Mekong (Tonle Thom, in lingua khmer) a volte sembra più potente delle ruspe.

Sono sereno“, prosegue Tho. “Lo sono sempre di più da quando parto per Phnom Penh, anche se la città in cui sono cresciuto è completamente cambiata. E confida: Ho riconosciuto solamente il monumento dell’indipendenza. Con uno zio, anche lui esule, mi sono diretto nella periferia dove c’era la mia casa, ma non esiste più nulla della mia infanzia. Neanche le piantagioni di ‘trokun’ o in inglese ‘morning glory’, verdure locali buonissime che crescono nell’acqua“.

Nel settore dedicato alla Cambogia di Global Witness, che indaga sullo sfruttamento delle risorse locali dal tempo dei Khmer Rossi, si legge: «L’élite cambogiana ha sfruttato dapprima le foreste, poi le riserve di petrolio, gas e minerali, e più recentemente la terra per l’agro-business […] Negli ultimi anni un’ondata di ‘land grabbing’ (accaparramento della terra da parte di compagnie transnazionali, governi stranieri e singoli soggetti privati, ndr.) ha fatto sfollare 700mila persone senza il loro consenso e senza un risarcimento».

Rubber Barons, dell’Ong britannica, spiega che gran parte dei terreni sono stati sgombrati per coltivare la gomma e che questa operazione è stata condotta da due aziende vietnamite finanziate (almeno fino al 2013) dalla Deutsche Bank e da un’agenzia di prestiti della Banca Mondiale, la stessa che punta sull’agricoltura per far uscire dalla povertà i cambogiani.

Più volte nel suo racconto, Tho dice di aver visto interramenti: “Coprono i laghi, i canali o le paludi dedite alle coltivazioni locali, come quella di ‘trokun’ accanto alla quale abitavo con la mia famiglia. Nelle campagne, ma anche intorno a Phnom Penh, dove in un paio d’anni sono sorti grattacieli e l’aria è diventata irrespirabile“.

Nella capitale fa sempre più caldo e regna il caos. Il traffico è impazzito, come precedentemente in altre città d’Asia. L’inquinamento è aumentato per l’utilizzo di mezzi di trasporto vecchi e logori. Chissà se questa frenesia è una risposta al blocco allo sviluppo imposto dai Khmer Rossi tempo prima. In effetti, questa contrapposizione fra un passato statico, autoritario, ermetico, e un presente di capitalismo sfrenato, dove aumenta il divario fra poveri e ricchi, ma si dice anche che moltissime persone escano dalla miseria, ci rimanda ad altri Paesi vicini: Cina, Thailandia, Vietnam e da ultimo il Myanmar.

La crescita economica cambogiana del Secondo Millennio si può quantificare con un tasso di aumento dell’8 per cento del PIL fra il 2000 e il 2011, e con una successiva discesa al 7 per cento negli ultimi quattro anni. Ma il rischio che restiun Paese in vendita‘ lo si riscontra anche nel settore dell’abbigliamento e delle calzature che produce per marchi esteri e impiega 700mila operai, soprattutto donne. “Le ho viste uscire nelle loro tute blu e stiparsi nei pick up che le portano chissà dove, continua Tho. “Non sono mai entrato in quelle fabbriche, ma so che lavorano a ritmi disumani, in ambienti non sufficientemente areati, mangiando poco e male. Ai poveri, come a queste ragazze, mancano le proteine. Si accontentano di salsa di pesce, pesce fermentato e brodaglie.

Come in Bangladesh, anche qui alcuni capannoni sono crollati con morti e feriti. Le proteste dei lavoratori sono state represse e da fine anni Novanta in Occidente si parla di boicottare i marchi, anche italiani, che hanno delocalizzato.

E’ un’idea da ricchi. Troppo facile, commenta l’ex profugo e medico. “Il boicottaggio causerebbe la perdita del lavoro a questi schiavi moderni. Bisogna insistere, invece, affinché le multinazionali rispettino i diritti umani. Così anche nel turismo si assiste a un paradosso. Il viaggiatore straniero è contento perché in Cambogia tutto costa poco. Può concedersi un hotel di lusso a 50 dollari, ma non pensa che ciò è possibile perché il personale locale è sfruttato. Ho visto turisti contrattare per un trasporto in tuk tuk. Ricchi che vogliono spendere sempre meno. Lo trovo oltraggioso. Dovrebbe essere il contrario.

Secondo il The World CIA Factbook, «l’industria turistica ha continuato a crescere rapidamente con arrivi stranieri superiori ai 2 milioni all’anno a partire dal 2007, culminati intorno ai 4 milioni e mezzo nel 2014». La testimonianza di Tho, però, dimostra che si è lontani dall’innesco di un turismo responsabile.

In questi mesi la Cambogia è stata definita ‘un Paese in venditaper un’altra ragione. Se un tempo fuggivano da essa migliaia di profughi come Tho, dal settembre scorso invece è diventata terra di ricollocazione di esuli di altre regioni asiatiche, soprattutto Rohingya perseguitati in Myanmar. Non si tratta di una storia di accoglienza benevola, ma di un accordo stipulato un anno fa tra il governo cambogiano, guidato dall’autoritario premier Hun Sen in carica dal 1985, e quello australiano, tristemente noto per la sua politica di deportazione e internamento dei richiedenti asilo che si avvicinano alle sue coste. Camberra ha elargito a Phnom Penh 40 milioni di dollari per tenere i rifugiati.

Tho sostiene che la maggior parte dei cambogiani rifiutino di ricordare ciò che ha traumatizzato loro stessi. Al Governo ci sono sempre stati ex Khmer Rossi e il processo in corso ad alcuni di loro non interessa. Spiega l’ex esule: “Ricordare richiede uno sforzo enorme. Inoltre, un’interpretazione semplicistica del concetto di Karma e della meditazione – le tragedie sono accadute perché ci siamo comportati male in una vita precedente – favorisce l’accettazione. Ma questo è un male, perché si cancella la memoria. I padri non hanno parlato dei Khmer Rossi ai figli, che dunque non possono apprendere nulla dagli errori del passato. A voler ricordare sono soprattutto i cambogiani fuggiti all’estero, come il celebre regista Rithy Panh. Io, per esempio, continuo a studiare la lingua khmer, mi aggiorno continuamente.

E chiedendogli cosa prova davanti agli esodi di questi giorni, risponde: Siamo tutti uguali noi profughi, accomunati da paura e speranza. Qualcuno chiede: perché affrontare viaggi così pericolosi? Meglio morire in mare, sapendo che si è cercato di fare qualcosa.

Per Tho chi fugge è intelligente e coraggioso, ma si sentirà in colpa di avercela fatta, di essere sopravvissuto, come anche lui del resto: “Non smetto mai di pensare a quel bambino di cinque o sei anni, che non ho portato con me. Mio fratello. Ero in ospedale l’ultima volta che lo vidi. I ricordi sono confusi. Nel 1977, mentre ero ai lavori forzati, mia nonna chiese a me, il maggiore, di portare i miei tre fratelli in orfanotrofio perché rischiavano di morire di fame. Due di loro, più grandi, tornarono da lei. E il piccolo fu portato in una pagoda e preso da una signora…Non avrei dovuto lasciarlo lì.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore