sabato, Ottobre 24

Ritorna la voglia di nucleare, e di disarmo nucleare Il 22 giugno partono i colloqui USA-Russia per il rinnovo del New Start; la Cina non ci sarà, anche se virtualmente c’è. Intanto le tre potenze mostrano la loro voglia di nucleare, … purchè sia deterrente

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Ritorna la voglia di nucleare, mentre sono in procinto di ripartire i dialoghi per il disarmo nucleare. E non è un controsenso.
Al centro della scena: Stati Uniti, Russia, Cina. In vista di una data importante, quella del febbraio 2021, quando scadrà il New Start (New STrategic Arms Reduction Treaty), il trattato tra Stati Uniti e Russia sulla riduzione delle armi nucleari del 2010, che limita a 1.550 il numero delle testate nucleari dispiegate da ciascuno dei due Paesi.

Nel corso dell’ultimo mese, da circa metà maggio in avanti, in piena emergenza coronavirus Covid-19, mosse e contromosse da parte di USA e Russia con segnali dalla Cina. Un mese che si è, per il momento, probabilmente concluso con l’annuncio di questa settimana secondo cui il vice Ministro degli Esteri russo Sergei Ryabkov el’inviato americano Marshall Billingslea, si incontreranno a Vienna, il 22 giugno, per avviare i negoziati sul rinnovo dell’accordo.

Uno dei punti critici al centro delle trattative èquello della partecipazione della Cina, ovverol’inclusione della Cina nel nuovo trattato che si andrebbe a strutturare. Gli Stati Uniti vogliono che la Cina partecipi all’accordo. La Russia non si è opposta, ma fin da subito, da quando Donald Trump lo ha richiesto -per altro accusando la Cina di erigere una ‘grande muraglia di segretezza’ sulle sue armi nucleari e di ostentare il suo crescente arsenale ‘per intimidire gli Stati Uniti’-, ha precisato di non considerarlo possibile.
Ieri è arrivata la risposta ufficiale della Cina: la portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Hua Chunying, nel corso di una conferenza stampa, ha affermato «Abbiamo chiarito la nostra posizione in più occasioni. La Cina non ha intenzione di prendere parte ai cosiddetti negoziati trilaterali Cina-USA-Russia sul controllo degli armamenti. Questa posizione è chiara e coerente». E ha spiegato la motivazione ufficiale di Pechino: «Come è noto a tutti, l’energia nucleare cinese non è dello stesso ordine di grandezza di quella degli Stati Uniti e della Russia. Non è ancora il momento giusto per la Cina di partecipare ai colloqui sul disarmo nucleare». La ragione addotta da Pechino, cioè, sono i numeri delle testate nucleari. Secondo Arms Control Association, a fine 2019, Russia e USA possedevano ciascuna 6.000 testate nucleari, la Cina ne possedeva 290 (altre fonti indicano fino a 320). Evidente la sproporzione, facile per Pechino la motivazione al ‘no’.
Chunying ha così gioco facile a rispedire al mittente l’invito:
«I proprietari dei più grandi arsenali nucleari hanno responsabilità speciali e primarie nel disarmo nucleare», dice, e aggiunge una stoccata a Washington «Gli Stati Uniti di volta in volta trascinano la Cina nella questione dell’estensione New START tra Stati Uniti e Russia. È lo stesso vecchio trucco ogni volta, che cerca di spostare la responsabilità verso gli altri». Per tanto, «Considerando le attuali circostanze, gli Stati Uniti dovrebbero rispondere positivamente alla richiesta della Russia di estendere il Nuovo START e ridurre ulteriormente drasticamente la propria scorta di armi nucleari, creando le condizioni per altri Stati con armi nucleari per partecipare ai colloqui multilaterali sul disarmo nucleare».

E poi una dichiarazione double face, con, per un verso, la retorica assertiva da grande potenza responsabile, per l’altro verso l’avviso ai due di tenere ben presente che ‘non saremo nel trattato, ma nella partita nucleare si’: «Non partecipare ai colloqui trilaterali non significa che la Cina sarà assente negli sforzi globali sul disarmo nucleare. La verità è che la Cina ha attivamente invitato la Conferenza sul disarmo e il meccanismo dei cinque stati con armi nucleari a compiere passi sostanziali per ridurre i rischi di una guerra nucleare e sostenere la stabilità strategica globale. Sono gli Stati Uniti che hanno ostacolato questi sforzi e hanno continuato a percorrere la strada sbagliata».
Ora la palla passa agli Stati Uniti, e probabilmente già dopo l’incontro del 22 giugno si avranno elementi per capire se malgrado il rifiuto di Pechino gli Stati Uniti siano disponibili a serie trattative o se la non partecipazione cinese sarà motivo per Trump per far saltare le trattative e non rinnovare l’accordo -i precedenti non lasciano tranquilli: poche settimane fa c’è stato il ritiro dal Trattato sui cieli aperti, in precedenza quello dal trattato sulle forze nucleari a raggio intermedio (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty -INF) e prima ancora dall’accordo sul nucleare iraniano, il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA). Nulla può essere escluso al momento.

A metà maggio, l’Amministrazione Trump -secondo informazioni non confermate ufficialmente dalla Casa Bianca, ma non è da escludere fatte filtrare proprio dallo studio ovale- avrebbe discusso sulla possibilità di condurre un test con esplosione nucleare.
Subito si è alzato un coro di voci di esperti e politici contro tale ipotesi.
Lassina Zerbo, Executive Secretary of the Comprehensive Nuclear-Test-Ban Treaty Organization, ha affermato che un test nucleare «rappresenterebbe una grave sfida per la pace e la sicurezza globali». Hans Kristensen, direttore del Nuclear Information Project presso la Federation of American Scientists , ha affermato che sarebbe stata una decisione «completamente fuori di testa». Joe Biden, ex vicepresidente e candidato democratico alla presidenza, ha affermato che la ripresa dei test sarebbe «tanto spericolata quanto pericolosa».

Robert Rosner, astrofisico e direttore fondatore dell’Energy Policy Institute dell’Università di Chicago, ha cercato di spiegare le motivazioni di un no a tale test. Il congelamento dei test -nel 1991 da parte russa e nel 1992 da parte americana- «ha creato lo spazio politico per il mondo per iniziare a negoziare il Trattato globale sul divieto dei test nucleari, che metterebbe fuori legge tutte le esplosioni di test sulle armi nucleari». «Gli Stati Uniti hanno firmato il trattato nel 1996, ma non lo hanno mai ratificato. E il trattato non è ancora entrato in vigore legalmente. Tuttavia, gli Stati Uniti hanno rispettato le disposizioni del trattato per 24 anni». Ogni anno viene effettuata una revisione annuale dell’intera scorta, perché nel caso dovessero essere usate queste armi devono essere perfettamente funzionanti. Al termine della verifica, spiega Rosner «i segretari statunitensi per l’energia e la difesa devono firmare una lettera attestante al Presidente che non esiste alcun problema tecnico che richiederebbe un test nucleare sotterraneo», e al momento, «non abbiamo bisogno di testare»,gran parte degli esperti concordano su questo, e tanto meno può servire quello che gli esperti definiscono ‘test rapido’. Allora perché Trump avrebbe considerato questa possibilità? «L’amministrazione Trump non sta nemmeno tentando di giustificare il test in termini di necessità tecniche. Invece, la logica sembra essere apertamente politica», ovvero far sentire il fiato sul collo a Russia e Cina.
E forse, suggerisce Rosner, l’iniziativa, o la minaccia dell’iniziativa, potrebbe rientrare in«uno sforzo più ampio per screditare e smantellare il Trattato globale sul divieto di test nucleari», un piano che è partito con le accuse formali del Dipartimento di Stato, rivolte alla Russia di effettuare test nucleari a basso rendimento. Un piano che in alcuni ‘pezzi’ di Casa Bianca ha sostenitori tutt’altro che di secondo piano, e che potrebbe trovare conferma nel fatto cheTrump ha ampiamente dimostrato di non essere entusiasta all’idea di rinnovare il New Startanzi, il suo voler caparbiamente coinvolgere la Cina sembra voglia dimostrare che il suo vero e ultimo obiettivo è quello di far saltare l’accordo. Se questo fosse il piano, sarebbe una pessima decisione.
Rosner è scettico sul fatto che un test nucleare darebbe agli Stati Uniti qualsiasi tipo di leva politica contro la Russia o la Cina. Al contrario,
«esiste un valore tattico e strategico davvero fantastico per gli Stati Uniti nel mantenere un divieto di sperimentazione». Un test americanoaprirebbe le porte ad altri Paesi per fare lo stesso, «Se testiamo, è abbastanza chiaro che altri lo faranno». E gli altri sono la Russia, certo, ma anche la Cina, per non parlare di Nord Corea piuttosto che Iran.
Testare, per gli USA, significherebbe rinunciare a un vincolo al quale sono in qualche modo costretti i suoi rivali strategici, senza benefici a compensazione.

Gli Stati Uniti, infatti, hanno condotto più test nucleari di qualsiasi altro Paese al mondo, precisamente 1.030 sul totale al mondo di 2.056 test, sottolineano gli esperti del gruppo di lavoro di Rosner. I dati ottenuti hanno dato agli Stati Uniti un enorme vantaggio rispetto ad altri Paesi. Per tanto, se gli altri Paesi facessero test a piacimento a questo punto sarebbero avvantaggiati perché «sarà molto più facile per loro costruire testate e migliorare i loro progetti».
La ripresa dei test in questo momento avrebbe poi altre conseguenze da valutare, quelle sulla rielezione di Trump a novembre. I test delle armi nucleari hanno un costo umano tutt’altro che trascurabile per quanto spesso e ovunque, non solo negli USA, trascurato nel passato. Oggi trascuralo potrebbe essere un rischio negli USA. Il costo umano è dato dalla contaminazione ambientale, dalle troppe conseguenze sulla salute umana, dallo sfruttamento di comunità impotenti. Sono costi che in America, come altrove, non solo si stanno ancora pagando, ma sono palpabili, davanti agli occhi di tutti. Negli States della furia iconoclasta, se un test venisse condotto la prossima statua ad essere buttata giù potrebbe essere quella di Donald.

La risposta russa alla minaccia della ripresa dei test da parte di Washington, è arrivata il 2 giugno, con il decreto del Presidente della Federazione Russa n. 355 ‘Fondamenti di politica statale della Federazione Russa nel campo della deterrenza nucleare

Il Cremlino ha elaborato e reso pubblico questo documento politico, definito ‘Nuclear Deterrence Policy Guidelines (NDPG)’ che illustra i principi della strategia di dissuasione di Mosca.
Il primo elemento importante da sottolineare è che è la prima volta che un documento del genere viene reso pubblico, in precedenza questo tipo di documenti restavano riservati.«Renderlo pubblico ora invia diversi messaggi importanti da non ignorare», commenta Dmitri Trenin, uno degli analisti più attenti della politica russa.
Il primo dei messaggi contenuti nel documento, ma soprattutto nella sua pubblicazione, è «rispondere alle interpretazioni occidentali della strategia russa in quanto prevede ‘escalation per la de-escalation», che di fatto è il primo modo in cui vengono utilizzate le armi nucleari per evitare la sconfitta in un conflitto convenzionale. Il documento del Cremlino, infatti, affermachiaramente che «in caso di conflitto militare, la deterrenza nucleare dovrebbe impedire l’escalation delle ostilità e consentire la loro cessazione a condizioni accettabili per la Russia e i suoi alleati». E questo, prosegue Trenin, «sembra confermare l’opinione comune occidentale secondo cui, se le forze russe dovessero affrontare la prospettiva di essere sconfitte in una collisione con la NATO, userebbero armi nucleari tattiche». E però attenzione, la lettura attenta del documento e del come determinate affermazioni vengono posizionate, suggerisce di decodificare tale affermazione così: «per fermare i combattimenti, la Russia si affida al potere di deterrenza nucleare,piuttosto che all’uso effettivo delle armi nucleari».

Il secondo messaggio, sempre secondo Trenin, sarebbe rivolto agli alleati NATO degli Stati Uniti. «Il dispiegamento di difese missilistiche balistiche, i sistemi missilistici INF – siano essi a punta nucleare o convenzionali – e altre armi avanzate nel territorio di Stati non nucleari nelle vicinanze dei confini russi li renderebbero obiettivi di deterrenza nucleare russa».Questo in risposta all’idea NATO di spostare le armi nucleari tattiche statunitensi ancora più vicino ai confini russi, e a quella del dispiegamento di sistemi INF statunitensi di nuova generazione in Europa, azioni che sarebbero considerate «uno sviluppo altamente pericoloso».

Il fatto che questo documento sia stato reso pubblico e che venga emesso pochi giorni prima dell’annuncio dell’avvio delle trattative per il New Start del 22 giugno, starebbe a significare che il Cremlino non esclude, anzi, che a un nuovo accordo non si arrivi, prende sul serio l’ipotesi di un mondo senza controllo delle armi nucleari e si sta preparando per questo.
«In un mondo in cui le potenze maggiori non sono vincolate da obblighi reciproci riguardo le loro armi più potenti, una comunicazione adeguata è la chiave per evitare errori fatali. Nuovi accordi tra cui tutti i giocatori rilevanti e abbracciando tutti i tipi di armi strategiche ci vorranno molti anni per negoziare», conclude Trenin. «Mai nell’ultimo mezzo secolo Mosca e Washington hanno vissuto in tali condizioni e devono non solo costruire guardrail attorno al loro dialogo, ma anche consentire una misura di trasparenza reciproca».

Mentre al Cremlino si elaboravano queste linee guida e l’incontro con i negoziatori di Trump, e mentre Trump valutava la ripresa dei test provando a provocare la Cina, anche la Cina, fermamente intenzionata a non entrare in alcun accordo, si confrontava con i suoi progetti di deterrenza nucleare.
«La Cina deve espandere il numero delle sue testate nucleari a 1.000 in un tempo relativamente breve. Deve avere almeno 100 missili strategici Dongfeng-41», firmato Hu Xijin,caporedattore del ‘Global Times’. Se una affermazione del genere fosse stata pubblicata da qualsiasi altra testata, avrebbe potuto essere liquidata come una boutade, invece è uscita sul quotidiano del partito comunista cinese in lingua inglese (cioè diretto al pubblico straniero), per tanto l’uscita è tutt’altro che una boutade. Molto probabilmente è una provocazione, questo si, è una provocazione e l’affermazione che Pechino tutt’altro ha in mente che rinunciare a divenire una potenza nucleare in grado di competere con Mosca e Washington, prima di sedersi al tavolo negoziale deve conquistare peso, crescere in testate nucleari, per quanto già sia la terza potenza nucleare dopo USA e Russia. Lo dice chiaramente la portavoce Chunying, “l’energia nucleare cinese non è dello stesso ordine di grandezza di quella degli Stati Uniti e della Russia. Non è ancora il momento giusto”.

«Siamo una Nazione amante della pace e ci siamo impegnati a non essere i primi a usare le armi nucleari, ma abbiamo bisogno di un più grande arsenale nucleare per frenare le ambizioni strategiche e gli impulsi degli Stati Uniti nei confronti della Cina»,prosegue Hu Xijin. E precisa ancora più chiaramente: «Alcuni esperti cinesi dicono che non abbiamo bisogno di più armi nucleari, penso che siano ingenui come i bambini». Nonbisogna dare per scontato che le testate nucleari siano inutili. «In realtà, vengono utilizzate ogni giorno come deterrente per modellare gli atteggiamenti delle élite statunitensi verso la Cina». «Spero sempre che Cina e Stati Uniti possano andare d’accordo, ma la coesistenza pacifica tra i due Paesi non è una cosa che si può chiedere; è modellata da strumenti strategici».
In questo modo, anche la Cina, pur non andando al tavolo delle trattative, come Russia e Stati Uniti hanno precisato e palesato le loro condizioni, la loro linea politica in fatto di nucleare, così ha fatto la Cina, ha definito la sua posizione, da convitato di pietra nella trattativa che partirà il 22 giugno.

Secondo gli analisti anche la posizione della Cina, come quella degli altri due protagonisti, è da catalogare come deterrenza’, ed è improbabile un rapido accrescimento del numero delle armi nucleari. Ciò per una serie di motivi.
Intanto si sottolinea che le dimensioni di un arsenale nucleare non incidono necessariamente sulla capacità o l’efficacia di un Paese nell’esercizio della leva convenzionale militare o politico-diplomatica. E comunque non sembrerebbe necessario alla Cina espandere rapidamente il suo attuale arsenale nucleare. Posto ciò c’è da considerare che una Cina che corre verso il nucleare danneggerebbe gravemente la sua immagine internazionale che sta lavorando duramente per costruirsi, lavoro che ha accelerato nel post coronavirus Covid-19, di Paese responsabile, forte ma mai egemonico. La Cina avrebbe difficoltà a spiegare un incremento del suo arsenale nucleare alla comunità internazionale, quella composta dai Paesi non dotati di nucleare in particolare, ovvero la gran parte, ilrispetto internazionale sarebbe a rischio. A rischio la credibilità. E la Cina non può permettersi di mettere a rischio la sua credibilità; basti ricordare quanto ha puntato sulla Nuova Via della Seta, un progetto per il quale la credibilità e il rispetto internazionale sono essenziali.

Altresì, potenzialmente minaccerebbe l’efficacia e la stabilità del regime internazionale di non proliferazione. Pertanto minerebbe il proprio interesse a mantenere la stabilità regionale e internazionale. Altro rischio che Pechino non si può permettere.

E c’è poi da considerare l’aspetto economico. La potenza di fuoco della Cina è sicuramente grande, ma la crisi economica è un fatto anche da quelle parti. Tutte le risorse Pechino deve poterle concentrare sulla ripresa interna e sugli impegni internazionali, Via della Seta in testa.

Nessuno in questo momento può dire quanta probabilità di successo potranno avere in negoziati per il New Start, ma gli attori schierati non hanno davvero motivi solidi per voler accelerare la corsa al nucleare, anzi, tutti avrebbero ottime ragioni per congelarla e fino a questo momento, guardando le carte buttate sul tavolo, tutti sembrano essere predisposti a lavorare per il congelamento.

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