giovedì, Aprile 25

Ritiro Usa dall’Afghanistan: cosa succederà? Il disimpegno annunciato da Trump apre a prospettive molto pericolose

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Il ritiro del contingente militare statunitense dall’Afghanistanproclamato da Donald Trump lo scorso dicembre, segna un cambiamento significativo dell’approccio statunitense nei confronti del conflitto più lungo in cui le forze Usa si siano mai trovate invischiate. In particolare, il piano elaborato dalla Casa Bianca prevede un primo dimezzamento delle unità presenti sul campo – da 14.000 a 7.000 – in vista del loro ritiro totale da ultimare in un arco di tempo non ancora stabilito con precisione. È probabile che la presenza statunitense non sparirà prima del 2024, anno in cui scade l’usufrutto Usa delle basi strategiche disseminate in territorio afghano.

L’annuncio della Casa Bianca ha lasciato di stucco in primis le autorità afghane, sempre meno in grado di resistere all’urto talebano (gli studenti coranici hanno ormai ripreso il controllo di circa metà del Paese) e di far fronte alle manovre di disturbo compiute dalla costola locale del cosiddetto Stato Islamico‘. Anche gli alleati della Nato, tenuti parimenti all’oscuro delle intenzioni statunitensi, sembrano però aver accolto con grande preoccupazione le parole del presidente Usa, perché un disimpegno unilaterale e non concordato con tutte le altre parti in causa potrebbe far piombare l’Afghanistan nel caos più totale. È quindi probabile che, nei prossimi giorni, gli addetti militari di Washington si vedranno costretti a indire un vertice del Comitato Atlantico per definire una nuova strategia operativa. In caso contrario, le nazioni che hanno deciso di partecipare alla missione in Afghanistan in risposta alle pressioni Usa potrebbero sentirsi liberate da qualsiasi impegno preso in passato, decretando il repentino ritiro dei propri contingenti in una sorta di ‘fuggi fuggi generale’ destinato ad aggravare ulteriormente la situazione.

Il disimpegno Usa scaturisce da un presa di coscienza circa l’ormai conclamata impossibilità di avere la meglio in un conflitto costosissimo (si parla di oltre un trilione di dollari) e logorante (migliaia di soldati morti sul campo), che vede i talebani ormai da anni riconquistare progressivamente porzioni di territorio a scapito degli occupanti e delle forze locali. Gli stessi talebani hanno rigettato qualsiasi proposta di accordo sottopostagli dagli Usa, i quali intendevano coinvolgerli in un processo negoziale che avrebbe previsto anche la loro compartecipazione alla gestione del Paese una volta ultimata l’occupazione straniera. La scelta dei guerriglieri islamici locali di respingere i reiterati tentativi di approccio statunitensi nasce a sua volta dalla consapevolezza che le forze Usa avrebbero prima o poi dovuto abbandonare l’Afghanistan, lasciando il traballante governo ‘collaborazionista’ locale privo del supporto necessario a sopravvivere.

Nel corso degli ultimi anni, per di più, le perdite sul campo, i feriti e le diserzioni hanno decimato il numero degli operativi su cui possono contare le forze afghane, e reso necessario l’arruolamento massiccio di giovani reclute del tutto sprovviste di esperienza e a corto di addestramento. La conseguenza è stata la progressiva concentrazione dei reparti nelle principali aree urbane a partire da Kabul, ormai sottoposta ad un assedio permanente e bersagliata da continui attacchi terroristici. Secondo un’analisi dell’Ispi, «la decisione di Trump impone numeri e tempi realisticamente non sostenibili: né per le forze afghane, incapaci di sopravvivere senza un robusto supporto esterno, né per gli alleati della Nato, che da soli saranno in grado di garantire un livello di sicurezza minimale solamente per sé stessi e per un periodo di tempo assai limitato […]. Le truppe afghane, per le quali il supporto aereo e di terra statunitense è fondamentale per poter operare, collasseranno perché sono incapaci di operare in maniera autonoma ed efficace, lasciando tutte le strade aperte all’insurrezione armata e al nuovo terrorismo».

Ragion per cui è bene tenere in debita considerazione la possibilità che la decisione della Casa Bianca di ritirare le truppe statunitensi dall’Afghanistan e dalla Siriasia in realtà propedeutica un piano di privatizzazione della guerra elaborato da Erik Prince, ex Navy Seal, fratello dell’attuale segretario all’Educazione Betsy DeVos e finanziatore della campagna elettorale di Donald Trump. Ma Prince si è fatto strada soprattutto in qualità di fondatore della famigerata agenzia di sicurezza privata Blackwater a cui Cia e Dipartimento hanno fatto sistematicamente ricorso – contribuendo attivamente alla moltiplicazione dei suoi utili – per attutire la crisi da ‘sovraesposizione imperiale’ in cui gli Usa erano piombati proprio in conseguenza della ‘campagna mediorientale’ scatenata da Bush con l’invasione dell’Afghanistan del 2001. Uno dei risultati di quella campagna e della successiva occupazione dell’Iraq fu che, come evidenziato dal vicesegretario di Stato Richard Armitage, «la forza dell’esercito è stiracchiata al punto da diventare eccessivamente sottile». Situazione, quest’ultima, che presentava problemi di natura sia quantitativa (farsi carico di un numero eccessivo di compiti) che qualitativa (ritenere di poter gestire questioni di gran lunga superiori ai propri mezzi e capacità) a cui gli Usa si illusero di poter far fronte attraverso un crescente ricorso a droni, forze speciali e contractor forniti da compagnie di sicurezza private come Blackwater. È proprio a questo mutamento del modo di condurre le guerre che Prince deve le sue fortune.

Riferendosi allo scenario afghano, il fondatore di Blackwater ha affermato che «qualora vi affidaste a me, spendereste meno di un quarto dei 45 miliardi di dollari sprecati ogni anno senza riuscir a vincere la guerra in Afghanistan. E non vedreste più i soldati americani tornare nei sacchi plastica». Nello specifico, il suo disegno, intitolato ‘A strategic economy of force’, contempla il subappalto delle operazioni sul campo – da gestire contando sul supporto del vicino Pakistan – a un contingente privato formato da meno di 6.000 contractor supportati da squadriglie di elicotteri e aerei. Il finanziamento dei costi potrebbe essere garantito attingendo ai proventi dello sfruttamento dei giacimenti di litio, fosforo e uranio presenti nella provincia di Helmand.

Oltre alle autorità afghane, ad esprimere forti riserve nei confronti del piano concepito da Prince è stato in primis il segretario alla Difesa James Mattis (poi dimessosi), secondo cui «quando è in gioco la credibilità della nazione la privatizzazione non è un’idea molto saggia». Specialmente alla luce dei trascorsi di Blackwater, i cui membri si resero responsabili di svariati crimini come la strage di Nisour Square di Baghdad del settembre 2007 (17 civili uccisi). Evento, quest’ultimo, che indusse Prince a vendere l’agenzia – provvidenzialmente rinominata Academi – e ricostituire un esercito composto da 800 veterani per conto del principe ereditario di Abu Dhabi, Mohammed bin-Zayed, impiegato anche nel sanguinosissimo conflitto in Yemen. È attorno a quel nucleo di uomini che Prince formò il Frontier Services Group, la stessa società a cui potrebbe essere affidata le gestione delle operazioni in Afghanistan una volta ultimato il ritiro del contingente Usa.

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