domenica, Novembre 17

Rischio terrorismo in Italia: le periferie urbane non sono immuni field_506ffb1d3dbe2

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Gli ultimi attentati rivelano come il fenomeno terroristico stia subendo una metamorfosi sempre più imprevedibile. Essi rivelano retroscena nuovi, non sempre legati alle reti organizzazioni criminali fondamentaliste.

L’attentato a Monaco di venerdì scorso ha messo in evidenza come gli attacchi stiano diventando sempre più incontrollabili, e che la matrice non sempre è islamista, ma che ci sono ragioni più profonde che spingono giovani emarginati a compiere atti di follia.

Ragioni che devono far riflettere anche Palazzo Chigi e il Viminale sulle misure adottate negli ultimi anni per contrastare il rischio che le periferie urbane italiane si trasformino in ricettacolo di violenza, e specchietto per allodole animate sia da ideali estremisti che da frustrazioni personali.

A partire dal gennaio del 2015, quando ci furono gli attentati di Charlie Hebdo, il Governo, aveva indetto una Informativa urgente sui possibili rischi del terrorismo internazionale. In quell’occasione il Ministro dell’Interno, Angelino Alfano annunciò un provvedimento legislativo urgente, denominato Legge Antiterrorismo’, e che fu approvato con urgenza nell’aprile 2015 (DL. 7/2015). Con questo provvedimento viene potenziato il pool di vigilanza e protezione che avrebbe coinvolto non soltanto le Forze di Polizia dello Stato e i rappresentanti dell’Intelligence ma anche Questure e Prefetture nel presidio dei territori.

Con questo provvedimento viene potenziato il pool di vigilanza e protezione che avrebbe coinvolto non soltanto le Forze di Polizia dello Stato e i rappresentanti dell’Intelligence ma anche Questure e Prefetture nel presidio dei territori. Inizia quindi un processo repressivo, che culmina con l’espulsione di uomini direttamente o indirettamente collegati a cellule jihadiste (i cosiddetti Foreign Fighters).

Oggi però si pone una questione forse ancora più importante: la necessità di prevenire, quartiere per quartiere, situazioni di degrado nelle città, per evitare quelle situazioni ‘borderline’ sedimentatesi con gli anni negli hinterland parigini, belgi, olandesi, come i fatti di cronaca hanno più volte documentato. È sempre più evidente quindi che l’emergenza più incombente non è soltanto legata al terrore seminato dal fondamentalismo islamico. Per estirpare il rischio che simili stragi possano verificarsi anche in Italia bisogna andare alla radice del problema.  Occorre quindi intervenire sul disagio.

Queste misure sono state poi inserite dal Governo nella Legge di Stabilità 2016, con il Piano di riqualificazione urbana che ha investito un totale di 500 milioni di fondi straordinari, con programmi di inclusione sociale, per la realizzazione di nuovi modelli di welfare metropolitano e l’adeguamento delle infrastrutture legate ai Servizi Sociali.

Nel giugno 2016, infine, è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il bando rientrante nel progetto Italia Sicurache prevede entro il prossimo 30 agosto la presentazione di progetti per la riqualificazione urbana e la sicurezza delle periferie delle città, per un importo massimo di 40 milioni di euro per le Città metropolitane e 18 milioni di euro per i Comuni capoluogo. Tali progetti si occuperanno delle manutenzione delle aree dismesse per finalità di interesse pubblico.  Gli edifici in stato di abbandono, per esempio, possono rappresentare terreno fertile per l’occupazione abusiva da parte di italiani e stranieri le cui condizioni di indigenza, talvolta, senza un controllo e una sorveglianza continua, possono degenerare in violenza. Queste strutture dismesse possono diventare anche covi di ritrovo per cellule terroristiche.

Un programma che sarà potenziato a partire da settembre 2016, con un piano di mobilità sostenibile che mira ad infittire il sistema dei trasporti, migliorando i collegamenti tra centro e periferia. Il piano non punta soltanto a rendere efficienti le infrastrutture urbane, ma rientra in un disegno più ampio di inclusione sociale delle fasce più deboli. Per ridurre le sacche di disagio sociale si sta poi intervenendo con la ampia Riforma del Terzo Settore, che punta in particolar modo al potenziamento del Servizio civile e di Volontariato. Ciò non basta: occorre un disegno più ampio di inclusione sociale destinato alle fasce più deboli, che parta dal potenziamento della didattica scolastica fino alla fase di inserimento scuola-lavoro nelle periferie urbane.

Un divario che rende la qualità dell’istruzione e delle pari opportunità alla portata di pochi ‘eletti’ che hanno le risorse economiche, mentre aumentano le iscrizioni alle scuole di periferia da parte dei figli di famiglie italiane povere o delle famiglie immigrate, e aumenta la necessità di attuare politiche per l’integrazione. Dati confermati anche dal Ministero dell’Istruzione che già nel 2014, in vista di un prevedibile aumento del fenomeno migratorio (quando i flussi non erano neppure lontanamente paragonabili ai numeri attuali), aveva redatto un documento contenente le linee guida per l’accoglienza e l’integrazione degli alunni stranieri, integra le disposizioni in favore dell’integrazione già contenute nella legge sull’immigrazione del 1998 e nel DPR n.275/99 sull’accoglienza nelle strutture scolastiche.

Un aspetto che rientra nel progetto complessivo di riqualificazione delle aree urbane dismesse, a partire dai luoghi in cui avviene la formazione dei giovani e la loro educazione, con un finanziamento complessivo di 3,7 miliardi previsti per la programmazione triennale 2015-2017.

Queste sono le politiche attuate in questi anni per migliorare le condizioni di vita che, a volte, diventano insopportabili proprio nelle periferie delle grandi città.

Marianna Gianna Ferrenti

 

 

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