venerdì, Febbraio 28

Rischio default e Governo in esilio: la morsa che può strangolare il Venezuela L'insediamento a Washington del Tribunale di Giustizia, composto dai magistrati oppositori del regime, e lo spettro del default finanziario rendono ancora più incerto il futuro del Paese.

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L’economia allo sbando, il rischio di un default sovrano e lo spettro di un Governo in esilio. Queste le maggiori incognite nel futuro del dittatore venezuelano  Nicolas Maduro e , forse,  nella sopravvivenza dell’intero paese. Venerdì 13 ottobre, presso l’Organizzazione degli Stati Americani con sede a Washington D. C., si è insediato il Tribunale Supremo di Giustizia del Venezuela, un organo composto da trentatré magistrati eletti lo scorso luglio dall’Assemblea Nazionale venezuelana in seguito alla sua sospensione ad opera del regime di Maduro.

In quell’occasione il presidente venezuelano aveva deciso infatti di indire l’elezione di una nuova Assemblea Costituente, chiamata al compito di riscrivere la Costituzione , ma di fatto detentrice di poteri quasi illimitati, addirittura superiori a quelli della stessa Presidenza. Un’elezione condannata da oltre 43 Paesi, fra i quali gli stati Uniti e tutti gli Stati membri dell’Unione Europea. L’Assemblea Nazionale, al contrario,  è considerata l’unica autorità legittima dello Stato venezuelano ed è controllata dai partiti di opposizione per circa i due terzi dei suoi seggi, da qui la decisione di Maduro di esautorarla e perseguitare in ogni modo i suoi leader e i principali magistrati eletti dalla medesima. Uno dei casi più eclatanti è stato quello del magistrato Angel Zerpa, arrestato a fine luglio, protagonista dopo la sua incarcerazione di uno sciopero della fame durato oltre venti giorni ed attualmente in libertà ma impossibilitato a lasciare il Paese.

Oggi, l’insediamento del Tribunale Supremo di Giustizia potrebbe rappresentare una svolta. Al di là delle denominazioni, infatti, è evidente che tale Tribunale avrà la veste di Governo venezuelano in esilio a tutti gli effetti. Un Esecutivo ombra che opererà a grande distanza da Caracas, lontano dalle persecuzioni e dalle censure del regime e nato sotto l’ombrello protettivo dell’Organizzazione degli Stati Americani, la prestigiosa istituzione che riunisce le 35 nazioni indipendenti delle Americhe dalla quale proprio il regime di Maduro aveva annunciato il suo ritiro. Un’istituzione avente sede a Washington D. C., la capitale degli Stati Uniti, nemico numero uno della dittatura venezuelana.

Il Governo in esilio appena sorto costituirà  una  formidabile spina nel fianco per un regime già piegato dal crescente isolamento internazionale. La reazione dell’Esecutivo di Caracas, infatti, non si è fatta attendere: «È un piano macabro, davvero sinistro, una minaccia da parte di una pseudo-istanza giudiziaria, che non ha nemmeno poteri giurisdizionali» ha denunciato il procuratore generale venezuelano Tarek William Saab, nominato dopo il licenziamento illegale di Luisa Ortega, rimossa dal suo incarico all’inizio di agosto. La reazione del Tribunale di Giustizia non si è fatta attendere: «Noi lavoriamo per salvare la legge in Venezuela, il nostro compito è quello di ripristinare l’istituzionalità e la nostra indipendenza perché lo Stato è attualmente sotto sequestro» dichiara il suo Presidente Miguel Angel Martin. Ed il giudice Alejandro Rebolledo, uno dei membri più prestigiosi del neonato Tribunale, ha aperto addirittura all’applicazione al Venezuela della Convenzione di Palermo contro la criminalità organizzata transnazionale: «Dobbiamo pensare che oggi il Venezuela sia governato da un gruppo di individui che si comportano come una società criminale (…) L’obiettivo da risolvere come Corte Suprema all’estero è quello di perseguire e punire coloro che hanno rubato più di 800 milioni di dollari dalle casse del Venezuela». Da questo punto di vista un Tribunale in esilio, a differenza di un Esecutivo politico, potrebbe svolgere un’azione molto più efficace rintracciando, attraverso intese e rogatorie internazionali, i fondi sottratti dai capi del regime e contribuendo a stringere il cerchio intorno al Presidente Maduro.

Mentre a Washington il nuovo Tribunale muoveva i primi passi, il 15 ottobre si tenevano in Venezuela le elezioni amministrative per il rinnovo dei Governatori regionali. Elezioni che hanno seguito l’usuale copione a cui assistiamo ormai da mesi: Maduro ha dichiarato con soddisfazione la vittoria del suo partito in 18 dei 23 Stati del Venezuela e l’opposizione, data per favorita nei sondaggi, ha contestato il risultato denunciando brogli e chiedendo il riconteggio dei voti, opzione naturalmente mai presa in considerazione dal Presidente venezuelano. Nel frattempo, la situazione economica nel Paese sta rapidamente precipitando. L’inflazione è alle stelle, stimata a oltre il 700% dal Fondo Monetario Internazionale, il PIl pro-capite si è contratto del 40 % e oltre l’80 % delle famiglie vive in condizioni di povertà. Nel Paese scarseggiano cibo, medicinali e beni di prima necessità. Anche le esportazioni di petrolio, tradizionale punto di forza dell’economia venezuelana, si sono ridotte drasticamente.

Ed il rischio di un default dello Stato si fa sempre più concreto. La Compagnia petrolifera di Stato Pdvsa  (Petroleos de Venezuela S. A.)  non ha versato 121 milioni di dollari di interessi legati ai bond che aveva emesso per finanziarsi. Ma se su questo importo la Pdvsa gode di una clausola di protezione che le consente di riconsegnare la somma in 30 giorni, non si può dire altrettanto degli ulteriori debiti, fra interessi e rimborsi di nuovi titoli, che dovrà pagare entro il mese di ottobre, debiti che ammontano a ben 895 milioni di dollari.

E entro novembre si aggiungerà un’ulteriore cifra che secondo le stime più ottimistiche si aggira intorno  2 ,3 miliardi. Attualmente le obbligazioni Pdvsa sono nelle mani di enti istituzionali, ma non si può certo escludere una loro ricaduta sul destino delle stesse obbligazioni venezuelane, le quali, al contrario, sono detenute anche dai piccoli risparmiatori, fra i quali vi sono non pochi italiani.  Diversi detentori di bond  con scadenza nel 2027 non hanno ancora ricevuto il pagamento delle rispettive cedole. Sul mercato vi sono state vendite massicce di obbligazioni sovrane del Venezuela, in particolare hanno sofferto i titoli a lunga scadenza registrando contrazioni anche al di sotto dei 30 dollari. Scenari che risvegliano il fantasma della crisi argentina dei primi anni 2000 che costò i risparmi a molti piccoli investitori italiani. Inoltre, potrebbe aumentare ancor di più l’incertezza di questi giorni la decisione, sebbene non annunciata ufficialmente dai portavoce del regime, di sospendere i pagamenti in dollari nelle transazioni petrolifere. Una scelta disperata con cui il regime punta a sottrarsi all’abbraccio mortale delle sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti, ma che rischia di incrementare ancora di più il mercato nero della valuta in cui il tasso di cambio dollaro-bolivar si aggira già intorno all’85%.

Per uscire dal tunnel il regime venezuelano dovrà puntare le sue carte migliori su una ristrutturazione del debito con i propri creditori, fra i quali hanno un peso determinante la Cina e la Russia. La Cina ha concesso al Venezuela oltre 62 miliardi di dollari di prestiti negli ultimi dieci anni, più di tutte le istituzioni multilaterali messe insieme. Pertanto potrebbe avere un forte interesse a garantire la sopravvivenza economica di un debitore così pesante, d’altro canto, tuttavia, Pechino potrebbe anche spingere per una transizione verso un governo democratico che garantisca la stabilità finanziaria e il rispetto degli impegni internazionali. Fra Russia e Venezuela , invece, esistono numerosi accordi per la produzione petrolifera: la società petrolifera russa Rosneft possiede quasi il 50% di Citgo Petroleum Corporation, la controllata venezuelana di Pdvsa con sede negli Stati Uniti. Mosca non ha la flessibilità finanziaria necessaria per sostenere Maduro, ma il suo essere uno dei principali partner petroliferi di Caracas unito alla sua notevole importanza nello scacchiere mondiale, quale membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e non solo, accresce la probabilità di un ruolo decisivo giocato dalla Russia nella partita venezuelana.

All’orizzonte, tuttavia, vi è la possibilità che venga sferrato un colpo ancora più duro alla sopravvivenza del regime. Il nuovo Tribunale di Giustizia, infatti,  potrebbe infatti utilizzare la dottrina internazionale del “debito odioso” per congelare i finanziamenti al regime da parte dei principali attori internazionali. Con l’espressione debito odioso si intende il debito nazionale assunto per raggiungere scopi illegali ed egoistici in contrasto con l’interesse della propria Nazione. Questa forma di debito è considerata illecita e non vincolante, pertanto, invocarne l’esistenza, significherebbe rendere gli accordi stipulati dal responsabile di tale debito privi di ogni valore giuridico. E di fronte a questa eventualità nessuno Stato, impresa o istituzione estera sarà più disposta a finanziare le attività del Paese.

Una prospettiva inquietante alla quale tuttavia si aggiungono due elementi che sembrano andare in direzione opposta. Da una parte,  nessuno fra gli Stati membri dell’Organizzazione degli Stati Americani ha ancora ufficialmente riconosciuto il Tribunale di Giustizia quale entità legittimata a rappresentare la Nazione venezuelana. Dall’altra, bisogna ricordare come un default sovrano sia già stato evitato più volte in passato, ad esempio, nel 2014, in un contesto di crisi analogo all’attuale, la citata Pdvsa era riuscita a garantire il pagamento di 3 miliardi di dollari sui propri titoli in scadenza scongiurando la bancarotta. Pertanto, gli scenari futuri del Venezuela, lungi dall’apparire chiari e prevedibili, risultano ancor di più avvolti da una pericolosa incertezza.

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