domenica, Luglio 5

Ripresa, con responsabilità di tutti, proprio di tutti però Responsabilità delle persone normali, comuni, persone molto spaventate e molto arrabbiate; responsabilità dall’empireo evanescente della politica; responsabilità degli autori di dietrologie ….

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E’ il giorno della ripresa, quella del dopo-non-dopo, coronavirus Covid-19. E a me gira in testa il 110bis.
È il numero, no, la formula, no, il rigurgito burocratico, che segna indelebilmente questi mesi di assoluta discrasia tra la realtà e l’immaginazione orrorifica, tra il mondo delle persone normali, comuni e spaventate, molto spaventate, e anche arrabbiate, molto arrabbiate, tra questo mondo e l’empireo evanescente della politica. Tra Doxa, episteme, buffoneria, ciarpame mediatico, superficialità, lotta feroce di tutti contro tutti. Quel numero ‘bisè riuscito perfino a farmi dimenticare la rabbia di certe dichiarazioni insensate del Ministro della Pubblica Istruzione, donna anche lei, sulle meraviglie dell’insegnamento a distanza e sul fatto che gli esami saranno “seri” … io vengo da Napoli, dove si usano due tipi di divieto di sosta: quello semplice e quello in cui, sotto il cartello tondo di divieto, c’è scritto a caratteri cubitali: ‘è severamente proibito sostare’. Severamente, dovrebbe essere proibito anche ai politicanti di dire castronerie, magari con le multe, come insegnano gli stellini!

110 bis e poi, per rincarare la dose, 11 bis. Il primo è l’articolo che ha indotto il pianto, lo ho detto e lo ripeto, inverecondo, sincero o meno che sia stato, del Ministro Teresa Bellanova, il secondo è uno dei numeri dello sterminato articolo dello sterminato a sua volta decreto legge in corso di pubblicazione Lunedì … forse, ma intanto deve arrivare il ‘dipiciemme’ e le regioni fremono, manco i nubendi prima della prima notte … vabbè, si fa per dire; Sherazade la rinvia raccontando storie, Conte non raccontandole. Il direttore di ‘Huffington Post’, la risolve con un «usciamo e amiamo il prossimo come noi stessi ed è fatta: il resto è sovrabbondanza minchiona»: un peana all’onanismo? Dunque, tornando alla Bellanova, una battaglia condotta a lungo, ci ha spiegato, tanto a lungo che l’articolo di cui alla battaglia viene aggiunto all’ultimo momento con un ‘bis’: fino alla settimana scorsa forse era, la Bellanova, in licenza premio? Dove, oltre tutto, la sciatteria tipica di questo Governo nemmeno riesce a scrivere un decreto senza metterci “bis” vari (ce ne sono altri) e la sciatteria di un Ministro, idem.

Alla sciatteria, incapacità e superficialità, così come alla mentalità e alla grammatica burocratica, ci siamo abituati, ma vista la situazione, l’articolo aggiunto e corretto al suo interno all’ultimo minuto, mi obbliga a confermare il dubbio che l’animo candido della signora Bellanova, fosse spinto, oltre che dalla ‘candidezza’, dal desiderio di creare un problema al Governo, o almeno di fare vedere che Renzi e lei contano o di approfittare della debolezza in quel momento del Governo; fino alla settimana passata, la cosa non era all’ordine del giorno. Per carità, lo dico solo perché io sono sospettoso e non mi fido di costoro, ma facilmente mi sbaglio.

Poi, come al solito a sera e con il ritardo abituale rispetto al promesso -ho già detto che ciò indica il suo sprezzo per la gente- pochette (mai come ora tale: la ha rimessa!) torna in TV ad illustrare, nel cortile di Palazzo Chigi, sì avete letto bene in cortile -e poi uno non deve fare la battuta?- l’ennesimo ‘dipiciemme’ stralunato, pieno di prescrizioni minuziose e inapplicabili (di alcune, come quella dei bagnini, ho già parlato) di ‘distinguo’ di cavilli, come dice Toti (uno dei nuovi fari della politica italiana di questi tempi, dice) talmente cavillosi che, finita la conferenza stampa pochettiana, si riuniscono di nuovo, per cambiare di nuovo. 

Ormai le Regioni (e spiace vedere che anche Bonaccini è su questa linea) sono alla sistematica guerra per bande, intesa solo a tre cose: rivendicare una autonomia, quasi indipendenza, che non hanno; mascherare ove possibile gli errori tragici fatti da alcuni; ridurre al massimo le proprie difficoltà con i cittadini facendo apparire il Governo come il cattivo’.
Ricordo ancora al sig. Presidente del Consiglio dei Ministri, sedicente ‘premier’, sedicente avvocato del popolo, che: 1. La frase, a lui attribuita sul ‘Corriere della Sera’ (M. Guerzoni, 17.5.2020, ore 03.50) «tutto ciò che non è vietato è permesso», lo dico a beneficio di alcuni giovani che dovrò esaminare tra qualche giorno, pronunciata da uno studente del primo mese di una Facoltà di Giurisprudenza, ne provocherebbe la bocciatura immediata; 2. L’art. 120 della Costituzione della Repubblica italiana, della quale credo che pochette sia cittadino e sulla quale Costituzione ha giurato, dice testualmente, comma uno: «La Regione non può … né adottare provvedimenti che ostacolino in qualsiasi modo la libera circolazione delle persone e delle cose tra le Regioni … », comma due: «Il Governo può sostituirsi a organi delle Regioni, delle Città metropolitane, delle Province e dei Comuni nel caso di … pericolo grave per l’incolumità e la sicurezza pubblica, ovvero quando lo richiedono la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, prescindendo dai confini territoriali dei governi locali».
Non occorrono commenti, ivi compreso il congiuntivo scappato, salvo ricordare a qualche laureato in Giurisprudenza casualmente vicino al Governo, che la giurisprudenza costituzionale, non è mai stata aliena dal riconoscere, in positivo ma anche specialmente in negativo, la prassi costituzionale. Quando la Regione Campania si dissocia perché vuole prima chiare disposizioni del Ministero della Salute, va esattamente nella direzione inversa allo spezzettamento dell’Italia, per quanto capisco.

Ma in questi giorni, oltre alla disgustante vicenda Bonafede-Di Matteo, suggellata dal silenzio plumbeo del CSM, ma anche del Presidente della Repubblica, e altresì oltre al fatto che le insistenze furibonde delle aziende per la riapertura con pretesa di scarico di ogni responsabilità per il virus stante la adamantina cura delle imprese stesse alla tutela della salute dei lavoratori, ha prodotto il primo giorno il ferimento grave di due lavoratori e danni a una intera città per una esplosione a Porto Marghera, oltre a ciò, dico, vi è stata la imbarazzante vicenda di Silvia Romano, o meglio, del suo ritorno.
Sulla accoglienza ridicola, con mascherine colorate da parte degli alti papaveri o sedicenti tali -Giggino le ha anche … dato il gomito!- ho già detto, esprimendo tutto il mio disgusto, così come ho già commentato la non necessità di pubblicizzare l’abbigliamento della ragazza, peraltro libera di scegliere di vestirsi come vuole e di adorare il dio che vuole e di essere nonché lasciata in pace, rispettata per quello che è: una donna generosa, che, forse illudendosi o mandata allo sbaraglio, è andata ad aiutare gente ai limiti della sopravvivenza. Non ha proposto leggi in extremis, ha solo fatto cose, è stata rapita e dopo quasi due anni è stata liberata.

Scrive, però l’altro giorno, il Generale Carlo Jean, già consigliere di guerra del Presidente della Repubblica Cossiga (dato il personaggio diciamo un po’ combattivo, quel termine è appropriato), che probabilmente Silvia Romano è stata liberata con la condizione, non solo e non tanto di ottenere un riscatto, quanto di tornare in Italia mostrando clamorosamente la sua conversione. Ciò, aggiunge, su ‘Libero’ del 15 Maggio, potrebbe essere stato fatto e accettato, perché minacciatala Romano, e quindi anche il Governodi ammazzare altri sequestrati in caso di mancata pubblicizzazione dell’evento.
Ipotizziamo che sia vero, si tratta della più classica delle dietrologie (simile a quella che ho fatto io all’inizio) ma, detta così, non si tratterebbe da parte dell’illustre Generale dell’atto di massima responsabilità verso lo Stato italiano e verso gli eventuali altri sequestrati. Ma poi, fatta l’ipotesi, si dovrebbe andare avanti. Dietrologia per dietrologia, ci si potrebbe domandare se, per caso, la nomina dell’ufficiale che ha seguito e ‘risolto’ il sequestro a capo dei servizi segreti, non sia in qualche modo una conseguenza, o addirittura se il ‘dissequestro’ della signora Romano, non sia avvenuto più tardi del necessario per favorire quella nomina. A dietrologizzare si sa dove si comincia ma non dove si finisce.
A parte ciò, l’affermazione del Generale, ipotizza, indirettamente ma non poi tanto, che il Governo si sia fatto eterodirigere in maniera assurda, si sia fatto ricattare, salvo a trarne vantaggio con la sceneggiata all’aeroporto, il che vuol dire che l’Italia si sarebbe fatta ricattare. Certo, Giuseppi ci è abituato, ma forse gli italiani ne hanno abbastanza.
A fare dietrologie, siamo tutti bravi, ma il Generale Jean non è l’ultimo venuto, e quindi, se ciò che ha detto è vero ha messo in pericolo la vita di altri ostaggi, se non lo è, la sua è un gratuito insulto al Governo, che dovrebbe rispondere con chiarezza.

Sospettare che la signora Bellanova abbia proposto la sua norma anche per acquisire meriti verso i cittadini e forza verso il Governo, non è bello, ma è cosa che accade di frequente. Sospettare o lasciar sospettare che il Ministro Bonafede sia colluso con la mafia è ben altra cosa, specie se detta da un Magistrato membro del Consiglio Superiore della Magistratura, che tace e quindi avalla e ci mette di mezzo il Capo dello Stato, che lo presiede. Le affermazioni del Generale Jean, sono ancora più gravi, perché fanno apparire il nostro Governo, una accolita di burattini, ma … e se qualche ostaggio verrà ammazzato, sarà al solito ‘colpa del Bajon’?
È troppo chiedere un minimo di chiarezza, non dico lealtà, ma magari senso di responsabilità? Da tutti, dico, proprio tutti.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.