giovedì, Agosto 6

Ripensare l’integrazione

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Sono passati ormai alcuni mesi da quando, in agosto, la morte di un diciottenne di colore ha sconvolto la cittadina di Ferguson, Missouri. Michael Brown, questo il nome del giovane, era rimasto ucciso dalla pistola di un agente di polizia che era stato assolto dall’accusa di omicidio, in quanto si sarebbe solo difeso da un’aggressione. Durante i cortei e gli scontri di strada, anche due agenti di polizia sono rimasti feriti da alcuni agitatori non identificati, scampando miracolosamente alla morte. E questo non sembra essere un caso isolato, se si pensa che, proprio il giorno di Selma, ossia dell’anniversario della storica marcia per il diritto al voto degli afroamericani, un altro ragazzo di colore, Anthony Robinson, veniva freddato da un poliziotto. Anche questa volta il poliziotto stava esercitando, a quanto sembra, il proprio diritto alla legittima difesa, contro un ragazzo però disarmato.
La morte dei due giovani, e gli scontri conseguenti, hanno provocato un’ondata di proteste e di tensioni negli Stati Uniti, riaprendo la dolorosa ferita del razzismo e l’eterna questione dell’integrazione delle minoranze etniche.

Negli Stati Uniti sembra che il tema dell’integrazione razziale e dell’inclusione sociale delle minoranze sia ancora quanto mai attuale, e le forti tensioni in occasione di questi episodi sono lì a dimostrarlo. Tuttavia, questo sembra essere un fenomeno più ampio, che interessa anche l’Europa, e tutto l’Occidente in generale. È un problema innanzitutto culturale. Ricordiamo, per esempio, le proteste dei cittadini di Tor Sapienza riguardanti il campo rom di Via Salviati, a causa dei continui episodi di furto e di illegalità diffusa. Ricordiamo, per esempio, i dibattiti sull’opportunità o meno di costruire nuove moschee.
Anche in Europa, e in Italia, il problema della convivenza con le minoranze etniche è qualcosa che fa discutere. E a maggior ragione oggi, quando la crisi economica ha chiesto gravosi sacrifici agli stessi cittadini nazionali, e quando i disordini a livello geopolitico hanno notevolmente aumentato i flussi migratori verso Occidente. Ci si chiede, a questo punto, se non sia necessario ripensare il nostro concetto di integrazione, partendo innanzitutto dalla realtà dei fatti.

Da una parte, assistiamo ad imponenti spostamenti di popoli e di culture, che riversandosi sul Vecchio Continente, inevitabilmente, finiscono per alterarne gli equilibri sociali. Dall’altra, abbiamo le popolazioni nazionali che chiedono che le proprie condizioni di vita siano tutelate, soprattutto a livello di sicurezza. E se il problema dell’indentità europea emerge, ancora una volta, in tutta la sua attualità, la situazione non è più semplice dal punto di vista giuridico. L’Unione Europea, attraverso una serie di Risoluzioni e di atti di indirizzo, sembra propendere per quelle che negli Stati Uniti sono note come affirmative actions, ossia atti indirizzati esplicitamente a gruppi obiettivo allo scopo di favorirne l’inclusione sociale, gruppi che possono essere etnici o religiosi. Lo dimostra, ad esempio, la recente Risoluzione sulle strategie nazionali di integrazione dei Rom, che pervede misure di particolare favore da accordarsi esplicitamente ai Rom. I detrattori di questa visione obiettano che si tratta pur sempre di atti discriminatori, che spesso e volentieri finiscono per risolversi in discriminazioni alla rovescia, creando contesti in cui alcune minoranze godrebbero di maggiori agevolazioni rispetto ai cittadini nazionali. E in un periodo di grave crisi come quello che stiamo vivendo, sempre più spesso certe misure finiscono per essere percepite come uno schiaffo ai cittadini nazionali in difficoltà.
Al di là delle rispettive posizioni, è assodata l’impossibilità di continuare a colpi di leggi ‘ad classem’, più mediatiche che politiche, e che finiscono col frammentare l’ordinamento giuridico con atti che riguardano solo specifiche categorie. Occorre, e anche questo è indubbio, ripensare l’integrazione partendo da una visione culturale d’insieme, e non da posizioni perennemente in precario equilibrio.

E di questo parliamo con Claudio Morganti, deputato italiano al Parlamento Europeo come indipendente, che nel corso della sua attività parlamentare si è occupato proprio di questi temi.
“L’America è sembrata tornare indietro di decenni, alle lotte razziali, agli scontri tra bianchi e neri.” Spiega a L’Indro l’Onorevole Morganti, proprio partendo dai fatti di Ferguson. “Ma credo che sia stata una reazione esagerata da parte della comunità nera che forse è ancora prevenuta dal ricordo storico. Un fatto di cronaca non può cancellare un percorso di integrazione. Se quel ragazzo afroamericano non avesse commesso il furto sarebbe ancora vivo. La reazione c’è stata perché gli afroamericani pensavano che il poliziotto avesse sparato perché il ladro era nero. Ferguson è uno dei quartieri dove c’è più integrazione, al contrario di altri quartieri dove esiste ancora una divisione per origini razziali. Insomma, mi pare che sia stata data troppa importanza, anche a livello mediatico, ad un fatto che considero di cronaca comune.”

Ancora troppi pregiudizi, quindi, nel discutere di integrazione, soprattutto a livello mediatico. E quello che dovrebbe essere un tema di primo piano nell’agenda politica di un Paese come il nostro, rischia di naufragare sulle onde dei facili discorsi e degli slogan pubblicitari. Sarebbe necessario, a tal proposito, partire dalle realtà concrete, dai quartieri cittadini, dove costruire un percorso di integrazione è possibile. Per farlo, ovviamente, è necessario pensare ad un concetto di integrazione di più ampio respiro, che non si limiti a soddisfare periodicamente questa o quella categoria, o questa o quella minoranza, con provvedimenti che nel lungo periodo non possono che risultare disomogenei.
Sui provvedimenti mirati a singole etnie e singoli gruppi obiettivo, Morganti non ha dubbi, essendosene occupato in prima persona, per esempio durante l’analisi della Risoluzione del Parlamento Europeo sull’integrazione dei Rom. Un sistema di tutele così concepito, secondo l’Onorevole, “porta sicuramente a maggiori diseguaglianze. Agevolare e concedere più diritti ad una sola etnia, in questo caso all’etnia Rom, conduce ad una forma di discriminazione verso le altre etnie. Non si integra un’etnia regalando ad essa abitazioni. Le etnie si integrano facendo rispettare le leggi e le regole nel Paese ospitante, e le direttive europee devono seguire questo percorso e non insistere su scelte di agevolazioni economiche partigiane che generano razzismo.”

Da questo punto di vista, politiche integrative improntate alla concessione di benefici alle minoranze, benché foriere di consensi nel breve periodo, portano a tradire il loro stesso obiettivo nel lungo termine. Dove si è cercato di portare integrazione, si genera razzismo; dove si è tentato di stabilire una convivenza pacifica, si creano tensioni. Sarebbe, quindi, la stessa metodologia del processo di integrazione a dover essere rivista dalle fondamenta. In caso contrario “i rischi sono molteplici. Dal rischio di perdere la propria identità al pericolo di soffocare le nostre tradizioni. Un popolo è come un albero, senza radici è destinato a morire. Ecco, noi dobbiamo difendere e tutelare le nostre radici e non possiamo permettere che qualcuno venga nella nostra terra ad imporre le proprie regole e le proprie tradizioni. Noi Europei non dobbiamo adattarsi agli stranieri ma sono gli stranieri che si devono adattare a noi, ai nostri usi e alle nostre tradizioni. Se penso che un Paese europeo come la Svezia si è recentemente scoperto improvvisamente vittima della sua stessa tolleranza, del suo tanto sventolato buonismo, del suo sistema di accoglienza troppo aperto subendo una rivolta degli immigrati che ha messo in seria difficoltà il Paese, se penso alle rivolte delle banlieue francesi, se penso ai tragici fatti di Parigi nella redazione del giornale satirico Charlie Hebdo ad opera di immigrati di terza generazione, posso sinceramente affermare che in Europa il multiculturalismo ha palesemente fallito.”

Ci si potrebbe domandare, in conclusione, come si potrebbe ripensare l’integrazione. Secondo Morganti, il punto di partenza, almeno in un Paese occidentale, che ha una determinata storia e determinate tradizioni, non può che essere il principio di legalità. La base per una convivenza comune la si deve incontrare, secondo questa prospettiva, nel rispetto di leggi e di regole comuni. La frammentazione del sistema giuridico e politico in tante sottorealtà divise su base etnica, pur col pretesto di creare diritti, finisce per generare divisioni. Senza questo comune fondamento, qualsiasi politica di integrazione sembra destinata a fallire, e i recenti fatti sopra descritti sarebbero lì a dimostrarlo.
“Io ho sempre sostenuto” conclude l’Onorevole “che la migliore integrazione si ha quando si fanno rispettare, in modo concreto e rigido, le leggi. Negli Stati dove questo avviene si ha una migliore integrazione. Dove non si fanno rispettare le regole, come in Italia, si ha la nascita di ghetti in mano a stranieri che aumentano degrado, illegalità e delinquenza. C’è bisogno di una seria politica di integrazione attraverso l’educazione civica e una maggiore inclusione minorile. Chi si vuole integrare e vuole lavorare è ben accetto, chi invece viene in Europa per delinquere deve essere allontanato e, se condannato, fargli scontare la pena nel suo Paese di origine.”

Un percorso, quindi, che nonostante la sua semplicità potrebbe richiedere ancora molta strada.

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