venerdì, Settembre 25

Ripensare la Corea del Sud field_506ffb1d3dbe2

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Corea Sud

Bangkok – La Corea del Sud è una Nazione che – in ambito economico – sembra sempre in bilico tra quello che avrebbe potuto essere e quello che è. Avrebbe potuto essere un colosso dell’industria pesante e dell’acciaio e in un certo lasso di tempo lo è stato. Avrebbe potuto essere il faro-guida dell’elettronica e dell’informatica in generale e certo non ha mai abbandonato il ruolo preminente in tale ambito, sebbene spesso tacciato di essere sempre all’inseguimento di idee nate altrove. Avrebbe potuto essere il paradiso preferito delle allocazioni e degli investimenti finanziari stranieri ma -in fondo- non lo è mai stato.

Ecco, quindi, qual è l’andamento alternante della Corea del Sud e quale sia l’oggetto della riflessione dei think thank sudcoreani ma anche di quelli di tutta quella parte del Mondo sempre a caccia di nuove zone dove investire e cercare maggiori margini di profitto. Dieci anni fa, l’allora Presidente sudcoreano Roh Moo-hyun ufficializzò quale dovesse essere il nuovo corso dello sviluppo economico-finanziario sudcoreano dipingendo Seoul come la nuova piattaforma economico-finanziaria dell’intero arco Nord Est asiatico, un obbiettivo posto dieci anni fa e che –si riteneva in quel tempo- sarebbe giunto a compimento entro il 2020.

Uno degli elementi cardine di quella visione piena di future sorti e progressive era di implementare l’attrattività verso la gran parte dei quartieri generali economico-finanziari e verso le cinquanta maggiori società e industrie dell’area e non solo. Da quel momento, sono state disposte numerose misure e iniziative al fine di rendere più attrattiva la Corea del Sud per gli investimenti stranieri. E’ stato persino costruito il Centro Finanziario Internazionale di Seoul per mettere a disposizione il meglio delle infrastrutture per tutte le società e compagnie straniere e le multinazionali che avessero manifestato intenzione di stabilirsi in loco ed espandere il proprio raggio d’azione.

Com’è andata a finire a dieci anni di distanza? A volerlo dire fuori dai denti, si tratta di un mezzo flop. Durante i dieci anni trascorsi nessuna delle cinquanta grandi società auspicate ha posto base a Seoul né tantomeno ha stabilito alcuni dei propri uffici finanziari ed operativi. Anche i dati ufficiali messi a disposizione dalle Autorità Governative sudcoreane confermano che la presenza di capitali stranieri investiti in Corea del Sud non è affatto aumentata. Nel 2002, solo una quarantina di banche straniere sono risultate operative in territorio sudcoreano.Nel 2012 il numero complessivo in questo settore era di 39. Anzi, vi è da registrare il fatto che vi è stato un vero e proprio esodo di società finanziarie straniere negli ultimi anni. Tra il 2009 ed il 2013 un totale di quindici banche straniere, compagnie assicurative e società di grandi marchi multinazionali hanno chiuso i propri uffici operativi a Seoul.

Nella riflessione che si sta attuando oggi tra gli economisti, i pianificatori e i funzionari governativi preposti in prima persona al management dell’economia nazionale, a dieci anni di distanza dalla esternazione dell’allora Presidente Roh Moo-hyun, appare sempre più evidente che –tra i principali motivi alla base della scarsa appetibilità del Made in South Korea tra gli investitori stranieri vi è la progressiva debacle verificatasi dopo la crisi del debito USA del 2008, fase a partire dalla quale molte Compagnie si son trovate a dover ridimensionare parecchio le proprie aspirazioni espansionistiche e rivedere i propri piani di investimento all’estero, più che altro si son trovate a dover adottare tutte le misure necessarie per la pura sopravvivenza. A tutto ciò si è aggiunta quella che ai loro occhi è stata –negli ultimi anni- la scarsa propensione a vedere la Corea del Sud come una terra fertile per gli investimenti. E così le Società straniere hanno preferito continuare a investire le proprie risorze finanziarie –sempre più scarse, in verità- verso territori già noti e quindi con criteri di affidabilità più circoscritti e più proficui.

E così le Società straniere hanno preferito continuare a investire le proprie risorse finanziarie –sempre più scarse, in verità- verso territori già noti e quindi con criteri di affidabilità più circoscritti e più proficui. Ad onor del vero, nella scarsa attrattività sudcoreana bisogna anche aggiungere le normative: per alcuni esperti lasciano la Corea del Sud eccessivamente esposta al rischio di shock finanziari esterni e si tratta di misure che andrebbero introdotte comunque, anche quando riducano i margini dei profitti, poiché si tratta di norme di salvaguardia. In altri casi, ad alcuni sembra che vi siano normative sudcoreane specifiche per questo settore, le quali non facciano altro che complicare la vita ed aggiungano ulteriori fattori di inefficienza.

Tutti fatti sottolineati con grande evidenza anche al Forum Economico Mondiale nel suo report intitolato Competitività Globale tenutosi nell’anno in corso. In quel documento si annota che la competitività della Corea e del suo apparato industriale e finanziario si è andato via via deteriorando negli ultimi dieci anni, Un esempio: nel 2003 la Nazione si posizionava al posto numero 23 nella categoria di sviluppo del mercato finanziario. Nel 2013 si è posizionata all’81° posto. Per il Forum Economico Mondiale, la Corea ha un mercato finanziazio che funziona in modo povero soprattutto se lo si confronta con tre cosiddette “Tigri Asiatiche” quali Hong Kong, Singapore e Taiwan.

Per il Forum Economico Mondiale, la Corea ha un mercato finanziario che funziona in modo povero soprattutto se lo si confronta con tre cosiddette “Tigri Asiatiche” quali Hong Kong, Singapore e Taiwan. A questo punto è abbastanza chiaro che la strategia che avrebbe dovuto portare la Corea del Sud ad autocostituirsi piattaforma finanziaria ed economica di rilevanza nell’are sia quasi del tutto fallita. Si può porre rimedio solo se la Corea decidesse di dedicare tutti i propri sforzi all’irrobustimento ed al sostegno della propria industria finanziaria, in modo che diventi il perno principale dello sviluppo dell’economia futuro della Nazione. I pensatori e tutti coloro che siedono ai posti di comando istituzionali e politici dovrebbero così, anch’essi, dedicarsi allo sviluppo del linguaggio economico-finanziario del Paese, così come dovrebbero ripensare anche le strategie finora introdotte ed applicate in materia e non per un semplice desiderio di distinzione rispetto ad altre Nazioni vicine o confinanti ma anche per la necessità sempre più stringente di liberare il mercato finanziario sudcoreano da vincoli e leggi che ancor oggi rendono poco attraente la Corea agli occhi dei potenziali investitori stranieri.

 

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