domenica, Novembre 17

Rios Montt, dittatore in nome di Dio E' morto a 92 anni un simbolo delle contraddizioni e dei deliri della società americana del secolo scorso

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È morto come è vissuto, nell’impunità e nella convinzione di essere stato sempre nel giusto, un eletto da Dio chiamato a ripulire la società guatemalteca dalla scoria umana che l’affliggeva. Efraín Ríos Montt, nato nel 1926 e deceduto domenica scorsa, ha rappresentato le contraddizioni, la violenza e i deliri della società centroamericana del XX secolo.

Era il dicembre 1982 quando Ríos Montt si faceva conoscere attraverso un’intervista rilasciata al “Wall Street Journal”. Aveva 56 anni e nel marzo di quell’anno si era impossessato, attraverso un golpe, del potere in Guatemala. Imbevuto di fanatismo religioso, convertito nel 1978 alla chiesa pentecostale, Ríos Montt in quell’intervista presentava quello guatemalteco come il popolo eletto del Nuovo Testamento. “Siamo i nuovi israeliti dell’America Centrale” affermava, garantendosi così la stima di Ronald Reagan e l’invio massivo di dollari sonanti per appoggiare la sua crociata. Il Guatemala, allora, era allo sfascio, lacerato da una guerra civile che durava già da una ventina d’anni. La prostrazione e la violenza in cui era caduto il Paese si riassumono in due episodi chiave: l’assassinio per le strade della capitale di Manuel Colom (il 22 marzo 1979), leader riconosciuto di una socialdemocrazia in embrione e l’incendio dell’ambasciata spagnola (il 31 gennaio 1980), ordinato dalla dittatura, una strage che costò la vita a trentasette persone, che si erano rifugiate nella legazione iberica per sfuggire alla repressione.

Ríos Montt era un personaggio chiave di quel Guatemala alla deriva. Capo di stato maggiore nel 1970, a soli 44 anni, si riciclò come civile per perdere però le elezioni farsa del 1974 contro un ex collega, Laugerud García. Per quella sconfitta incolpò la Chiesa cattolica (“un covo di comunisti”) alla quale serbò un rancore profondo, nonostante avesse un fratello vescovo.

Quando assunse il potere, liberandosi della Giunta militare che l’aveva appoggiato, derogò le garanzie costituzionali e istituì tribunali segreti dando così avvio alla repressione. Niente di nuovo, in quanto a dittature; con una differenza basilare, però. Ríos Montt si sarebbe contraddistinto per la ferocia, giustificandola con il fervore religioso e la certezza di essere stato destinato a svolgere un’opera di carattere divino.

Già dal primo discorso alla nazione si capisce che aria tira. Nell’annunciare il cambio di regime, Ríos Montt dimostra subito quale sarebbe stata la sua strategia di potere, imbevuta di un narcisista culto della personalità e di un pericoloso fanatismo: “Ho fiducia in Dio, il mio signore ed il mio re, che mi illuminerà, perchè solo lui dà e solo lui toglie l´autorità”. Gli Stati Uniti di Reagan, che soffrono per la situazione nel vicino El Salvador, elogiano il provvedimento, tolgono l’embargo al Guatemala che durava ormai da cinque anni e riconoscono il governo golpista.  

Ríos Montt appare ogni domenica in televisione nella sua veste di predicatore. La retorica dei suoi discorsi moralisti giustifica l’azione violenta e repressiva dell’esercito che intanto massacra i contadini maya, bruciando raccolti e villaggi. Guidato da un cieco credo messianico (“È Dio che mi ha voluto qui” ripete nei suoi discorsi), Ríos Montt guida la nazione con pugno di ferro. Il nemico, naturalmente, sono i comunisti, individuati nelle popolazioni maya che rivendicano diritti e presenza civile.

Fucili e fagioli

Ríos Montt, per spezzare la resistenza, organizza il programma “Fusiles y frijoles”, fucili e fagioli, con il quale i contadini ottengono alimenti in cambio della loro partecipazione alle Pattuglie di Autodifesa Civile (PAC), i gruppi paramilitari che hanno il compito di rintuzzare gli attacchi della guerriglia nelle province dove è più difficile il controllo da parte dell’esercito. La misura cambia radicalmente il corso al conflitto, trasformandolo in tragica e odiosa guerra intestina, dove famiglie, parenti ed amici si trovano divisi su due fronti opposti.

Il programma “Fusiles y frijoles” viene accompagnato dalla strategia militare della “tierra quemada” che generalizza i massacri e le deportazioni delle popolazioni indigene perché, come assicura il generale, il buon cristiano è quello che si esprime con la Bibbia in una mano e il mitra nell’altra.

L’opera delle PAC fu infaticabile. Alla fine, lasceranno dietro di loro almeno diecimila morti. La paura del genocidio spinse, inoltre, centomila persone all’esodo nel vicino Messico, per scampare al massacro.

Il generale non si scomponeva. Alle denunce degli osservatori internazionali che parlavano di stragi e di esili, rassicurava i governi stranieri che i diritti umani, nonostante la guerra, erano rispettati. Le tre principali organizzazioni pentecostali del Guatemala si unirono nel tentativo di dare al mondo una versione ripulita e coerente di quanto stava succedendo. Il loro scopo era quello di dimostrare alla comunità internazionale come il governo di Ríos Montt stesse provvedendo ad aiutare i villaggi indigeni con generi di prima necessità: cibo, medicine, abiti, strumenti necessari per il lavoro. Intanto, a chiedere soldi attraverso le televisioni via cavo erano esperti imbonitori di fede come Pat Robertson, Bill Bright e Jerry Falwell che invocavano l’appoggio economico dei fedeli per il presidente cristiano del Guatemala, impegnato nella gloriosa crociata contro il pericolo comunista.

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