mercoledì, Dicembre 11

Rimesse: il motore dei Paesi in via di sviluppo Chi gestisce il mercato delle rimesse? Qual è il ruolo dell’italia? Ne parliamo con l’esperto dell’IFAD Mauro Martini

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Kuala Lumpur, capitale della Malesia ospiterà per tre giorni dall’8 al 10 maggio il Global Forum on Remittances, Investment and Development. (GFRID 2018). L’incontro, iniziato nella giornata di ieri, ha l’obiettivo di sensibilizzare, facilitare il dialogo e promuovere la collaborazione sul contributo delle rimesse dei migranti allo sviluppo. La rimessa estera è un trasferimento unilaterale di denaro da parte di un lavoratore straniero, verso il Paese di origine, in particolare nei confronti di un familiare. Riunendo Stati membri, organizzazioni internazionali, settore privato e società civile, il forum consente alle parti interessate di mettere in luce le buone pratiche utili a costruire partenariati per sfruttare al meglio le rimesse nei Paesi e nelle comunità di origine dei migranti. Secondo quanto riportato da Remittances Gateway, il GFRID 2018 Asia-Pacifico si baserà sulle raccomandazioni formulate durante il GFRID 2017 a New York e metterà in evidenza gli ultimi risultati e collegamenti tra le rimesse e lo sviluppo nella regione dell’Asia e del Pacifico, in particolare nel contesto dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, la sostenibilità degli Obiettivi di sviluppo (SDG) e il processo verso l’adozione del Global Compact for Migration. Secondo quanto si legge nel rapporto ‘RemitSCOPE – Remittance markets and opportunities Asia and the Pacific’ pubblicato dall’International fund for agricultural development (IFAD), ben 256 miliardi di dollari sono stati spediti solo nel 2017 dai lavoratori migranti in Asia e nelle regioni del Pacifico. Questa somma è 10 volte superiore a quella inviata ufficialmente a questi Paesi con finalità di aiuto e sviluppo della regione. Ma nello specifico come vengono utilizzate queste rimesse? Nel report dell’IFAD si legge che le risorse sono così suddivise: il 70 % circa è utilizzato per beni essenziali quali il cibo, le cure mediche o gli alloggi; il restante 30% (circa 77 miliardi di dollari) è impiegato nell’istruzione, in beni patrimoniali o viene investito in attività capaci di poter generare a loro volta un’entrata economica. Circa il 70% delle rimesse che arrivano nel Pacifico e in Asia, hanno origine da Paesi che si trovano fuori dalla regione, basti pensare che l’IFAD ha stimato che 1 persona su 10 nella regione, ha a che fare con le rimesse, per un totale di 400 milioni di persone tra destinatari e mittenti. Si stima che le rimesse inviate nella regione dell’Asia e del Pacifico dal 2008 sono aumentate del 4,87 % e nel 2017 hanno raggiunto i 256 miliardi di dollari, che in relazione alle rimesse mondiali, costituiscono il 53%. Anche se negli ultimi anni i tassi di crescita hanno iniziato ad appiattirsi, l’IFAD ha stimato che per il 2030, 6000 miliardi di dollari arriveranno in Paesi ancora in via di sviluppo e oltre la metà di questi, sarà inviata nella regione dell’Asia e del Pacifico.

La questione delle rimesse presenta però non poche problematiche e nonostante possono rappresentare un vero e proprio motore di sviluppo, si deve ancora trovare il modo di sfruttarle al meglio. «Anche se nella regione traggono beneficio dalle rimesse circa 320 milioni di persone, la maggior parte delle quali vivono nelle aree rurali, i mercati delle rimesse hanno ancora bisogno di trasformarsi per garantire che le famiglie possano beneficiare appieno di questi flussi di risorse», leggiamo nel report. Secondo Pedro De Vasconcelos, esperto dell’IFAD: « Esistono barriere normative obsolete, sia per i mittenti sia per i destinatari delle rimesse, che comportano costi più elevati e meno trasparenti per i 2 miliardi di transazioni all’anno, transazioni che, per la maggior parte, ammontano a una cifra compresa tra i 200 e i 300 dollari. Tali barriere rendono anche meno probabile e più difficoltoso trasformare le rimesse in risparmi e investimenti». Un altro problema è quello dei costi di trasferimento che variano da Paese in Paese: «I tassi nei piccoli stati delle isole del Pacifico sono maggiori e corrispondono all’8,9% della somma spedita. Nell’Asia orientale ammontano all’8,26%, mentre quelli applicati dalla Federazione russa all’Asia centrale sono molto bassi, all’1,21%», si legge nel report. Inoltre, «Il costo per spedire denaro nella regione è diminuito solo dello 0,67% al 2015, e ha raggiunto il 6,86% nel 2017. Si tratta ancora di più del doppio del 3% stabilito per i principali canali di flusso delle rimesse dalla comunità internazionale negli Obiettivi di sviluppo sostenibile».

Il rapporto spiega che i trasferimenti di denaro contante sono ancora di gran lunga la forma di transazione più diffusa. «Solo di recente la tecnologia sta iniziando a orientare i mercati verso trasferimenti bancari tramite operazioni digitali. Attualmente, nella regione ci sono oltre 1 milione di luoghi abilitati a effettuare pagamenti, a testimonianza di un incremento della digitalizzazione delle transazioni». Ceyla Pazarbasioglu, direttore della Pratica globale per la finanza, la competitività e l’innovazione del Gruppo della Banca Mondiale, ammette che nell’ambito delle rimesse si sono fatti diversi passi avanti: «Si calcola che, negli ultimi dieci anni, le persone che spediscono rimesse all’estero abbiano risparmiato oltre 90 miliardi di dollari sulle commissioni applicate ai trasferimenti di denaro», afferma. Allo stesso tempo però Jessica Chew Cheng Lian, vice governatore della Banca centrale della Malesia, sostiene che si potrebbe fare molto di più, e per farlo i fornitori di servizi di rimesse, devono garantire «istruzione in ambito finanziario e soluzioni che possano aiutare le famiglie a sfuggire alla condizione di povertà».

Per analizzare il ruolo dell’Italia nella questione delle rimesse, per capire chi è che controlla questo mercato occupandosi nello specifico dei trasferimenti, qual è il valore di queste rimesse che partono dal nostro Paese e cosa si potrebbe fare per incrementare le rimesse e la loro efficacia nel Paesi in via di sviluppo, abbiamo intervistato l’esperto dell’IFAD Mauro Martini.

 

Qual è il flusso di rimesse che parte dall’Italia? A quanto ammonta?

Secondo le ultime stime delle nazioni unite in Italia ci sono circa 6 milioni di lavoratori immigrati. E analizzando i dati della Banca Mondiale, nel 2016 gli immigrati che lavorano in Italia hanno mandato alle loro famiglie nei Paesi di origine quasi 9 miliardi di dollari. Quella che sembra una grossa cifra però, in verità ha un bassissimo impatto sull’economia italiana, ma allo stesso tempo ha un enorme impatto nell’economia delle comunità e dei Paesi dai quali provengono. Basti considerare che in alcuni di questi Paesi le rimesse equivalgono a più del 10 per cento del loro prodotto interno lordo.

In quali Paesi nello specifico vengono mandate le rimesse?

Le rimesse dall’Italia vengono inviate in maggioranza nei Paesi da cui provengono le comunità più numerose di immigrati. Al momento mi trovo in Asia, e per la precisione in Malesia, dove l’IFAD, assieme alla Banca Mondiale ed alla Banca Centrale del Paese, ha organizzato l’edizione 2018 del Forum Globale sulle rimesse, gli investimenti e lo sviluppo. Lo abbiamo organizzato in questa parte del mondo perché l’Asia è il mercato principale delle rimesse, basti pensare che qui l’anno scorso è arrivato il 53 per cento delle rimesse mondiali. Se guardiamo sempre ai dati della Banca Mondiale infatti anche le rimesse che vengono inviate dall’Italia verso l’Asia rappresentano una grossa fetta. Queste vanno in particolare verso la China, l’India, le Filippine e lo Sri Lanka. Se poi guardiamo alle altre regioni del mondo, gli immigrati residenti in Italia mandano grosse somme verso l’Albania, la Moldavia e la Romania nell’Europa dell’est, e in Africa principalmente verso l’Egitto, il Marocco, la Nigeria ed il Senegal.

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