martedì, Maggio 21

Rimesse: ecco il vero grande ‘aiuto’ per i Paesi in via di sviluppo Secondo la Banca Mondiale, a livello globale, si avvicinano ai 600 miliardi di dollari e quasi 450 miliardi sono destinati a Paesi in via di sviluppo: esattamente 3 volte di più di quanto destinato dagli aiuti pubblici

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Ieri abbiamo visto come gli aiuti allo sviluppo dei Paesi poveri siano in costante diminuzione e abbiamo detto che  il fenomeno economico di gran lunga più rilevante e importante per quel che riguarda il sostegno ai Paesi poveri è quello delle rimesse estere, cioè i trasferimenti volontari di denaro che gli emigrati fanno ai loro parenti nei Paesi d’origine (la sua rilevanza non si riferisce solo alle migrazioni attuali, ma è altrettanto importante in riferimento alle grandi migrazioni europee verso gli altri continenti dei secoli scorsi).

In base ai dati della Banca Mondiale, elaborati dalla sociologa toscana Barbara Bonciani (‘Rimesse dei migranti e processi di sviluppo. Quadro attuale, rischi e opportunità’,  Franco Angeli editore), possiamo affermare che nel 2016 le rimesse, a livello mondiale, si avvicinano ai 600 miliardi di dollari e quasi 450 miliardi sono destinati a Paesi in via di sviluppo: esattamente 3 volte di più di quanto destinato dagli aiuti pubblici.

         RIMESSE DEI MIGRANTI E AIUTO UFFICIALE ALLO SVILUPPO (ODA) DATI A CONFRONTO

ODA: official development assistance (aiuti ufficiali allo sviluppo)       FDI: Foreign direct investments (investimenti diretti esteri)

Pvt: private dept                                                             Fonte: Banca Mondiale, 2016

Bisogna premettere che i dati ufficiali non sempre comprendono per intero gli aiuti degli emigrati alle loro famiglie, in quanto si riferiscono alle transazioni ufficiali registrate dalle banche centrali, ma non possono far riferimento agli aiuti diretti in occasione dei viaggi di ritorno nel proprio Paese. Secondo la Banca d’Italia, in riferimento alla situazione italiana, si può stimare che il canale informale, cioè sommerso e non registrato, si colloca tra il 10 e il 30% del flusso totale.

Un’altra considerazione da fare è relativa ai costi di trasferimento dei capitali, che in alcuni Paesi sono molto elevati e finiscono per essere un ostacolo in più per chi vuole mandare aiuti in patria. In uno studio della Banca Mondiale si sottolinea che l’area geografica in cui i costi del servizio sono più alti è l’Africa, dove nonostante una certa riduzione dal 2008 al 2014, coprono tuttora il 10% del valore dei fondi (in America Latina i costi sono del 5,9 e in Asia Meridionale del 6,86)

Per capire l’importanza dei fondi di cui stiamo parlando è necessario fare riferimento al loro rapporto con il Prodotto Interno Lordo dei Paesi a cui essi sono destinati.  Sempre secondo la Banca Mondiale, essi valgono all’incirca il 2,5 per cento del Prodotto interno lordo dell’area subsahariana. In alcune zone dell’Africa, pero’, hanno un peso ancora maggiore: per la Liberia il 27 per cento del Pil, per il Gambia il 21, per il Senegal il 14 e per Capo Verde il 13. In Nigeria, primo produttore di petrolio d’Africa, nel 2017 gli emigrati hanno inviato in patria 22 milioni di dollari, 2 miliardi in più dei proventi che il Paese ricava dal greggio.

ll Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (IFAD International Fund for Agricultural Development), un’agenzia specializzata delle Nazioni che si occupa dell’incremento della produzione agricola, ha presentato un rapporto (‘RemitSCOPE – mercati e opportunità delle rimesse’) e attivato un portale web sulle rimesse. Lo studio, completato sui Paesi dell’Asia e dell’area del Pacifico, conclude che le rimesse forniscono alla regione risorse oltre 10 volte superiori a quelle fornite dagli aiuti ufficiali allo sviluppo.  Per Paesi come il Bangladesh, lo Sri Lanka ed altri dell’area, si tratta di cifre che si avvicinano al 10% del PIL. Le Filippine sono al 10,2 e Kyrgyzstan e Nepal superano addirittura il 30%.

Anche dall’Italia il flusso di rimesse dei migranti è notevole, anche se in discesa negli ultimi anniUn articolo del ‘Sole 24 Ore’ dell’8 febbraio 2018 sintetizza la fotografia che l’Istat fa del fenomeno sulla base dei dati della Banca d’Italia (tenendo conto della premessa che tra il 10 e il 30% di rimesse informali restano fuori da questi dati). Nel 2016 -ultimo dato annuale a disposizione- le rimesse all’estero hanno superato quota cinque miliardi di euro, lo 0,30% del Pil, ben due miliardi in più degli aiuti ufficiali italiani. Nel 2011 il fenomeno era ancora più rilevante, le rimesse ammontavano a quasi 7,4 miliardi.

La regione dalla quale partono più rimesse verso l’estero è la Lombardia, con oltre 1 miliardo e 167 milioni di euro inviato all’estero nel 2016 (quasi un quinto del totale). Seguono Lazio e Toscana (dalle tre regioni partono all’incirca il 50% del del totale italiano delle rimesse).

I Paesi verso cui si dirigono il massimo delle rimesse sono Romania, Bangladesh e Filippine, però chi invia più rimesse  pro-capite sono i moldavi e gli ucraini, gruppi prevalentemente femminili (per lo più impegnati nell’assistenza domiciliare) con progetti migratori non molto lunghi e con la funzione di sostenere la famiglia rimasta in patria. Seguono srilankesi, filippini e senegalesi (gruppo prevalentemente maschile e legato alla famiglia lontana).

In uno studio di Giulia Bettin, Andrea Filippo Presbitero e Nikola Spatafora, pubblicato nel 2014, su ‘La voce.info’, i tre studiosi, sulla base dell’analisi dei dati tra il 2005 e il 2011, sostengono che «le rimesse agiscono come uno stabilizzatore macroeconomico rispetto al Paese di destinazione. I flussi di rimesse sono infatti anticiclici rispetto all’andamento del prodotto interno lordo nei Paesi di destinazione, e in particolare aumentano in risposta a shock esogeni negativi  -disastri naturali, conflitti, peggioramento delle ragioni di scambio- ai quali i Paesi in via di sviluppo sono particolarmente esposti».

Tutto ciò è la dimostrazione evidente che il modo migliore per aiutarli a casa loro è quello  eventualmente di controllare, ma non di bloccare i flussi migratori (fra l’altro utili a Paesi in grave crisi demografica).

Per rimarcare l’importanza economica di questo fenomeno, è utile ricordare la stima di Adolfo Brizzi, direttore dell’IFAD, che ritiene che nel mondo ci siano circa 250 milioni di migranti che vivono fuori dei loro Paesi di origine e che le loro rimesse sostengono altri 750 milioni di persone, che altrimenti rischierebbero di vivere in completa povertà.

Parlando delle rimesse dei migranti verso il proprio Paese non si può non ricordare l’importanza che questo fenomeno ha avuto nella storia d’Italia e nel suo sviluppo economico. Prima, però, di affrontare una precisa ricostruzione storica, sarà il caso di fare riferimento al presente e segnalare che ancora oggi esiste un’emigrazione degli italiani e delle rimesse in entrata.

Federico Fubini sul ‘Corriere della Sera’, riprendendo la relazione della Banca d’Italia, nota che nel 2016 si è arrivati a 646 milioni di euro inviati in Italia da chi lavora all’estero, somma quasi triplicata in poco più di dieci anni: si può ritenere che le rimesse servano ad integrare il reddito di circa 50 mila famiglie italiane.

Ai 640 milioni vanno aggiunte somme ingenti dei lavoratori frontalieri che lavorano all’estero e riportano il reddito in Italia. Secondo la Banca d’Italia nel 2016 gli italiani hanno guadagnato all’estero e portato in patria 7,2 miliardi di euro, due miliardi più delle rimesse fatte dagli stranieri che lavorano in Italia, a dimostrazione che non si possono innalzare barriere per quel che riguarda lo spostamento di chi lavora.

 

 

(La terza parte sarà pubblicata domani 25 gennaio 2019)

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