martedì, Ottobre 20

Rilancio dell’economia Usa: Trump e Clinton a confronto

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Le elezioni Usa si avvicinano e, come di consueto, la stampa e gli investigatori al soldo di entrambi i contendenti sono alla febbrile ricerca di qualche scheletro nell’armadio che possa rivelarsi utile a indirizzare il voto. Il risultato è che anche nel Paese che ha reso nota a livello mondiale l’espressione ‘It’s the economy, stupid!’, ben poco spazio è stato riservato ad affrontare i punti chiave dei programmi presentati dai due candidati in materia di economia. Donald Trump, il candidato repubblicano, ha spiegato le sue idee a Detroit, città devastata dalla crisi economica, e Gettysburg, la località della Pennsylvania che fu teatro  di una delle più sanguinose battaglie della Guerra Civile dove il magnate ha tenuto un discorso che Newt Gingrich, ex speaker repubblicano della Camera ora ritiratosi a vita privata, ha definito «forse il più importante nella storia recente degli Stati Uniti».

Il tycoon newyorkese punta a rimettere in sesto il tessuto produttivo degli Stati Uniti, che è andato progressivamente de-industralizzandosi e finanziarizzandosi. La globalizzazione è il motore di questo processo di terziarizzazione dell’economia che ha gradualmente investito tutti i Paesi occidentali (a parziale eccezione della Germania), dal momento che in nome della sacralità del libero scambio ha abbattuto qualsiasi barriera – sia tariffaria che non – favorendo il trasferimento di milioni di posti di lavoro verso i Paesi in grado di offrire inesauribili riserve di manodopera a basso costo e facendo la fortuna dei paradisi fiscali in cui i padroni del vapore depositano le proprie ricchezze per non pagare le tasse nei propri Paesi d’origine. Le vecchie città industriali come Detroit e Chicago, una volta fiore all’occhiello del capitalismo di stampo fordista, si sono invece trasformate in lande desolate dove pullulano disoccupazione e criminalità; caratteristiche che si riscontrano ovunque nella Rust Belt, la ‘cintura della ruggine’ che sorge nel Mid-East degli Stati Uniti.

Secondo Trump, le misure applicate da Washington su impulso della globalizzazione sono alla base della «chiusura di oltre 60.000 fabbriche e della scomparsa di circa 5 milioni di posti di lavoro negli ultimi quindici anni». Questo durissimo atto di accusa non trova certo il sostegno di Wall Street e delle grandi imprese multinazionali che prosperano sul dumping sia fiscale che salariale e sulla possibilità di muovere denaro in totale libertà, ma sembra attecchire in quella preponderante fetta di elettorato che riunisce la middle-class, la storica spina dorsale dell’economia Usa che ormai si trova in avanzato stato di decomposizione per effetto delle politiche prese di mira da Trump.

Il magnate propone quindi di abbassare l’aliquota fiscale alle aziende dal 35 al 15%, nonché di convincere il Congresso a revocare le leggi che incentivano le imprese a delocalizzare la produzione all’estero, introdurre normative che incoraggino le multinazionali Usa a rimpatriare i tesori depositati all’estero (sui quali lo Stato effettuerà un prelievo del 10%), rinegoziare radicalmente il Nafta, ritirarsi dalle trattative per il Trans-Pacific Partnership e rivedere le condizioni di adesione degli Stati Uniti all’Organizzazione Mondiale del Commercio, o quantomeno di far valere il peso degli Usa all’interno del consesso per modificarne ruolo, funzioni e finalità.

È a favore dell’aumento dei dazi sulle importazioni, e di un approccio più deciso con la Cina onde costringerla a sospendere la manipolazione dello yuan che le consente di conquistare mercati sottocosto. Argomento risibile, se si considera che Pechino beneficia delle politiche promosse dagli Usa tramite le istituzioni di cui Washington detiene il controllo (Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale), ma che risulta condiviso dall’enorme massa di disoccupati che le statistiche basate su nuovi metodi di calcolo non rilevano.

Consapevole del fatto che la propria base elettorale è composta per buona parte da quest’ultima categoria di votanti, Trump ha dichiarato che non apporterà alcun taglio alle spese per la previdenza sanitaria e per l’assistenza pubblica (Social Security), ma di voler ridimensionare il costo dei farmaci, ridurre le tasse alle famiglie (più di 70 milioni) a basso reddito e rendere le spese per le cure mediche a bambini e anziani deducibili dalle tasse attraverso un piano economico comprensivo di riduzioni e semplificazioni pensate specificamente per la classe media.

Il tutto verrebbe compensato con i fondi ricavabili da un considerevole disimpegno imperial-militare (chiusura di centinaia di basi militari all’estero) e da un aumento delle imposte a carico degli hedge found, dei trader e dei guadagni finanziari ottenuti da Wall Steet, a cui verrebbe anche imposto il ripristino del Gass-Steagall Act, la vecchia legge del New Deal che decretava la separazione tra banche commerciali e banche d’investimento la cui abolizione negli anni ’90 (con Bill Clinton alla Casa Bianca e il Congresso a maggioranza repubblicana) ha apportato un considerevole contributo allo scoppio della crisi del 2007/2008.

Trump prevede inoltre di sostituire l’Obamacare, rivelatasi alquanto disfunzionale, con un nuovo modello assicurativo, che mira a consentire a ciascun cittadino di ottenere una polizza abbordabile mettendo in concorrenza tutte le società operanti nel settore senza limitazioni tra Stato e Stato. Il candidato repubblicano ha inoltre manifestato l’intenzione di introdurre un periodo di decantazione obbligatorio della durata di 5 anni per i funzionari del Congresso e della Casa Bianca che intendono riciclarsi in lobbisti. Coloro che vorranno fare attività di lobbying per conto di gruppi di pressione stranieri, vigerà un divieto permanente, e alle lobby estere verrà impedito di investire fondi nelle elezioni statunitensi. Contestando alla radice le teorie relative al cambiamento climatico, Trump conta di azzerare gli stanziamenti annuali a supporto dei piani Onu miranti a frenare questo ipotetico processo e di impiegare questo gruzzolo per modernizzare la rete idrica e costruire nuovi impianti di purificazione dell’acqua, specie dopo il disdicevole episodio di Flint, in Michigan.

Il tutto rientra nell’ambito del più generale piano di ammodernamento promosso da Trump fin dai primi giorni del 2016, che prevede la costituzione di partnership pubblico-private e una serie di incentivi fiscali volti a promuovere lo sblocco di 1.000 miliardi di dollari (esentasse) in dieci anni per rimettere in sesto le infrastrutture fondamentali del Paese, logorate da decenni di trascuratezza. Beneficiando del supporto discreto dei frackers e dei potentissimi fratelli Koch, portatori di interessi legati agli idrocarburi non convenzionali, l’imprenditore edile promette di eliminare tutte le misure che limitano le attività in questo settore, e di esercitare pressioni sl Congresso affinché sblocchi il progetto relativo alla costruzione dell’oleodotto Keystone Xl, concepito per collegare i giacimenti bituminosi canadesi dell’Alberta alle raffinerie del Texas.

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