venerdì, Novembre 15

Rifugiati: verso una riforma di Dublino?

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Con l’emergenza sbarchi e il dramma dei rifugiati che stannno raggiungendo cifre sempre più alte, è oramai acquisita la consapevolezza che solo uno sforzo congiunto da parte di tutti i Paesi membri dell’Unione Europea può consentire una risposta all’altezza rispetto alle dimensioni del fenomeno in corso, ma la speranza di arrivare a un sistema effettivamente unitario è legata ad una profonda revisione del Regolamento di Dublino III -ovvero il regolamento che stabilisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un Paese terzo o da un apolide. Bastino i risultati del vertice dei Ministri degli Interni dell’Unione europea, riuniti lo scorso 20 luglio per discutere del piano Ue per la redistribuzione di migranti con diritto d’asilo dalla Grecia e dall’Italia, dove le aspettative italiane e il lungo lavoro diplomatico dell’Italia e non solo ha sortito scarsi risultati.

La Commissione europea si è impegnata a dare una propria valutazione del sistema di Dublino nel 2016. In particolare, tale responso potrebbe «determinare se una revisione dei parametri legali di Dublino sarà necessaria per ottenere una più equa distribuzione dei richiedenti asilo in Europa». Inoltre, la Commissione prenderà in esame l’ipotesi di istituire un unico processo decisionale in materia di asilo.
In questa direzione si muovono le conclusioni di un recente studio commissionato dal LIBE Committee, il Comitato per Libertà civili, Giustizia e Affari interni del Parlamento europeo, intitolato ‘Enhancing the common European asylum system and alternatives to Dublin‘ (Migliorare il sistema d’asilo europeo comune e alternative a Dublino), in cui la necessità di riforma dell’attuale paradigma è chiaramente affermata. Secondo questo studio, infatti, l’attuale sistema d’asilo europeo non offre soluzioni efficaci né dal punto di vista degli Stati membri né da quello dei richiedenti asilo. Servono corridoi umanitari e serve un sistema di mutuo riconoscimento dell’accoglienza per favorire una più equa distribuzione tra gli Stati membri. I migranti devono avere il diritto di scegliere il Paese di destinazione.
L’auspicio è promuovere lo sviluppo di un nuovo sistema che assicuri una migliore protezione dei rifugiati su tutto il territorio dell’Unione.

Secondo lo studio, il Sistema di Dublino, così com’è congegnato, non offre soluzioni efficaci né dal punto di vista degli Stati membri né da quello dei richiedenti asilo; stigmatizza l’uso della coercizione nei confronti di questi ultimi; mette in luce gli squilibri esistenti nella ripartizione delle responsabilità tra gli stessi Stati membri. L’Unione europea, perciò, si trova ad affrontare sostanzialmente due sfide: in primo luogo, prevenire i viaggi pericolosi che troppo spesso i migranti affrontano nel tentativo di raggiungere il perimetro dell’UE; in secondo luogo, organizzare un’equa redistribuzione delle responsabilità e dei relativi costi tra gli Stati membri. Per queste ragioni il documento affronta le diverse criticità emergenti dall’esperienza pratica dei regolamenti di Dublino provando ad offrire raccomandazioni in merito agli aspetti pratici, giuridici e politici della questione.
Il documento prende le mosse da un dato di fatto: Dublino rappresenta una la ‘pietra angolare’ del Sistema europeo comune d’asilo (CEAS). Quest’ultimo si fonda su tre principi: 1) il richiedente asilo ha una sola possibilità di chiedere il riconoscimento del proprio status nel territorio dell’Unione europea; in caso di mancato accoglimento della sua domanda, il provvedimento di diniego è riconosciuto da tutti gli Stati membri; 2) lo Stato membro responsabile della valutazione della domanda di asilo è solo quello di primo arrivo dei richiedenti; 3) sono previste misure coercitive per garantire l’effettività dell’espulsione dei soggetti non aventi diritto d’asilo. Questo modello, afferma lo studio sulla base di evidenze documentate (compresi alcuni rapporti a firma della Commissione europea), denota un funzionamento tutt’altro che ottimale: l’attuale regolamentazione non si è rivelata idonea allo scopo per cui era stata concepita – vale a dire come misura di solidarietà– e varie pronunce giudiziali hanno evidenziato le violazioni di diritti fondamentali che essa comporta attraverso l’eccessivo ricorso alle misure di coercizione; ciononostante, la coercizione continua a trovare sempre maggiore applicazione.

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