domenica, Dicembre 15

Rifugiati, migranti, fascisti e cardinali: dura lex sed lex La sentenza della Corte UE sui rifugiati rimanda alle inadempienze dello Stato dai migranti ai poveri che hanno diritto a una vita decente fino al diritto di ‘pensare’ fascista

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In primo luogo voglio esprimere la riconoscenza nei confronti della Corte di Giustizia dell’Unione Europea per la sentenza (sulle cause riunite C-391/16, C-77/17 e C-78/17) pubblicata ieri, 14 maggio, in riferimento ai rifugiati.
In estrema sintesi la Corte UE afferma «
fintanto che il cittadino di un Paese extra-UE o un apolide abbia un fondato timore di essere perseguitato nel suo Paese di origine o di residenza, questa persona dev’essere qualificata come rifugiato ai sensi della direttiva e della Convenzione di Ginevra e ciò indipendentemente dal fatto che lo status di rifugiato ai sensi della direttiva le sia stato formalmente riconosciuto».
Avremo modo di ragionare su questa sentenza, ovvero sulle sue implicazioni e applicazioni, nei prossimi giorni, anche alla luce di come verrà ‘digerita’ da coloro che dovrebbero governare questo Paese e che sul tema rifugiati e migranti hanno fatto e continuano fare campagne elettorali permanenti.

Ognuno ha le sue opinioni, e quindi perfino io. Le mie opinioni, almeno quelle destinate a questo giornale, però, sono fondate su un assunto: ogni opinione è legittima, ma ogni opinione ‘operativa’ va fondata sulla legge, o meglio sulle norme.

Nei giorni scorsi si è molto discusso della casa editrice para-fascista, dove è stato pubblicato un libro ‘di’ Matteo Salvini. Più precisamente una intervista a Salvini, la cui autrice alla fine non è stata invitata a presentare il libro alla Fiera del Libro di Torino. Dico ‘para’ perché molti autorevoli intellettuali vietano di parlare di fascismo: il fascismo è un fenomeno superato e irripetibile, dicono. E io chino il capo, perplesso, ma ubbidiente.

Ebbene, sono disgustato alla sola idea che esista una casa editrice fascista; il mio disgusto diventa irrefrenabile se chi la dirige si dichiara fascista e, per di più, vanta il fascismo come cosa buona e giusta. La reazione a questa situazione è stata, a mio giudizio, sbagliata che più sbagliata non si può e mi dispiace moltissimo che persone di alto livello culturale e umano abbiano condiviso la decisione degli organizzatori della mostra del libro di Torino, di ‘cacciare’ la casa editrice, regolarmente iscritta e pagante, dalla sala della mostra.
Ciò perché, premesso il disgusto che ribadisco per il fascismo (ma non solo, anche per il razzismo, l’antisemitismo, l’anti-mussulmanismo, l’anti-palestinismo, ecc.), la nostra Costituzione vieta esplicitamente la ricostituzione del Partito fascista ma non -e non potrebbe mai farlo- la convinzione che il fascismo sia una buona cosa e perfino che il periodo fascista sia stato un bene. Perché la nostra Costituzione garantisce a tutti, proprio a tutti, la possibilità di esprimere il proprio pensiero, qualunque il pensiero sia, e finché resti pensiero e non divengaazione’.
Ciò vuol dire che una casa editrice fascista e i suoi autori, mi disgustano per ciò che pensano (anzi, io ritengo che nemmeno di ‘pensiero’ in senso pieno si possa al proposito parlare, per me sono ‘rutti’) ma hanno il sacrosanto diritto di pensarlo e di dirlo: sì, anche di dirlo.

Con tutto il rispetto, la cosiddetta legge sul negazionismo è una pessima legge, una legge orribile e sbagliata e molto probabilmente incostituzionale: una legge frutto di … incultura. Poco importa che sia stata voluta da chi ha voluto difendere un popolo che ha subito ogni sorta di massacri e di nefandezze, ma la libertà di pensiero è lo strumento, anzi, l’unico strumento, per impedire che certeideeselvagge e incivili facciano strada e, peggio ancora, vengano applicate e magari, mutatis mutandis, replicate.
Se si tratta, come certamente si tratta, di ‘idee’ sbagliate e dementi, bene: vanno contestate con altre idee ottime e buone, ma contestate, non nascoste.
Perché
impedire a quella pessima casa editrice di mostrare le sue brutture, non ha cancellato quelle brutture, ma specialmente non ne ha dimostrato e documentato la bruttezza, se addirittura non ha suscitato il sospetto che siano belle idee. Con il bel risultato che i portatori di quelle idee abiette, potranno andare in giro a dire di essere stati discriminati, cioè di avere subito un danno che la nostra Costituzione (per loro, strame, ma che ora possono brandire contro chi la ama e la rispetta) definisce tale e che vieta.
La legge, per restare alla mia premessa, è chiara: puoi dire civilmente ciò che credi, ma non puoi fare ciò che credi:
dura lex sed lex, ma che è tale se viene letta e interpretata nella sua interezza, anzi, nella sua complessità!

Un Cardinale ha personalmente riattaccato la corrente elettrica ad un edificio occupato abusivamente da certe persone molto povere (almeno così dicono), tanto povere (almeno così dicono) da non potere pagare i consumi di corrente elettrica, così come pagarsi una casa. Ebbene, è indubbio che la legge vieti di occupare un alloggio, ed è vero che la legge vieti di usare un bene senza averlo pagato. Di tal che è indubbio come non mai che riattaccare proditoriamente la corrente staccata perché non pagata è un reato. Attenti, sembra un reato.

Spiego. La Costituzione italiana è chiarissima sull’obbligo dello Stato di assicurare a tutti una vita decente e comunque una vita. Ciò non solo è previsto nella nostra Costituzione, ma anche, attraverso l’articolo 2, l’articolo 10, e l’articolo 117.1, dalle norme italiane derivate dalle norme internazionali che dicono le stesse cose: dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, ai Patti sui diritti dell’uomo, alla Convezione europea sui diritti dell’uomo, ecc.
E quindi, quel Cardinale, non ha violato banalmente la legge che obbliga a pagare i consumi e ad abitare in casa legittimamente propria, ma ha preteso, concretamente e in maniera volutamente plateale, che degli esseri umani, ai quali il nostro Stato, e per esso il nostro Governo, ‘deve’, ripeto ‘deve’, assicurare una vita decente, ma non lo fa. Questa assicurazione lo Stato non la dà o non la ha data (magari perfino per ottimi e indiscutibili motivi), ma quelle persone hanno diritto ad una vita minimamente decente, che non può essere resa impossibile privandole anche della possibilità di riscaldarsi o di cucinare.

È solo una volgarità rispondere alla situazione dicendo ‘allora pagala tu la corrente elettrica!’, troppo comodo.
Non si può permettere, in uno Stato che è un organismo complesso che in quanto tale deve funzionare tutto e in maniera coordinata, che la mano sinistra non sappia ciò che fa la destra. Voglio dire che, se è verissimo che quelle persone illecitamente non hanno pagato la corrente e nemmeno l’affitto, è purtroppo altrettanto vero che lo Stato è venuto meno al suo compito primario e minimale: di assistere quelle persone perché possano vivere da esseri civili e da lavoratori.
Questo giustifica l’abuso? Assolutamente no: questo significa che altri, sia pure il Ministro competente, è venuto meno al suo compito, anzi al suo dovere primario. Si obietterà che non aveva i mezzi, le case non ci sono ecc. Vero, verissimo, ma impedire a delle persone di vivere da esseri umani è inammissibile. Di nuovo dura lex sed lex, ma che è tale se viene letta e interpretata nella sua interezza, anzi, nella sua complessità!

E vengo ad un ultimo tema delicatissimo, tanto delicato che mi attirerà la critiche di quelli che restano dai moltissimi già scandalizzati per quello che ho detto fin qui, e che si ricollega in qualche modo alla sentenza di ieri della Corte UE.

Qualche sera fa Roberto Saviano ha presentato un libro sui migranti in mare, con foto di persone sofferenti, di qualcuno morto, eccetera. Il tutto illustrato con parole caldissime e di grande forza etica. Ma con l’etica, la morale, l’affetto, eccetera, i problemi non si risolvono. O, peggio, si risolvono in termini assistenziali e condiscendenti, quando addirittura non di tolleranza -una parola quest’ultima, che io ho cancellato dal mio vocabolario, è roba da aristocratici pre-rivoluzione francese.
Il punto non è l’assistenza per bontà, ma il dovere di gestire una situazione gravissima, per la quale esistono norme estremamente precise, che deliberatamente non vengono applicate. La scusa corrente è che non possiamo prendere noi tutti. Cosa non giusta, giustissima, ma se non li sappiamo distribuire, cosa che è anche colpa nostra, della nostra inefficienza e della nostra inesistenza, se non riusciamo a distribuirli e ad ‘aiutarli a casa loro’, la risposta non può essere in nessun caso: ‘lasciamoli morire, magari affogati o tra mille torture, magari finanziate da noi’! Non vi pare?

Un governante che si rispetti deve, ripeto deve, risolvere il problema o fare il massimo per risolverlo, non creare odio e rancore e predisporre i mezzi per impedire di raccogliere persone che affogano, perché molte ne affogano, o che vengono torturate, perché moltissime vengono torturate.
Uccidere le persone, e, nel caso di specie, ucciderne in massa (o, se preferite, contribuire di fatto a farlo, magari chiudendo gli occhi perché non li vediamo affogare) è quello che nello Statuto della Corte Penale internazionale si chiama «crimine contro l’umanità»: questa figura di reato è contenuta nel nostro ordinamento giuridico penale, grazie, tra l’altro, alla ratifica del relativo Trattato.
E quindi ancora una volta: dura lex sed lex, ma che è tale se viene letta e interpretata nella sua interezza, anzi, nella sua complessità!
Ma occorre qualche Magistrato che si ponga il problema: non bastano, per meritevoli che siano, né Fabio Fazio, né Saviano, che comunque guadagnano troppo, ma per loro merito non per loro colpa.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.