lunedì, Agosto 10

Riforme, un percorso minato image

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Gianni Cuperlo ha rassegnato le dimissioni da presidente del Pd. Lo ha fatto con una lettera spedita al segretario e pubblicata anche sulla sua pagina facebook. «Mi dimetto perché sono colpito da una concezione del partito e del confronto al suo interno che non può piegare verso l’omologazione, di linguaggio e pensiero» e «perché voglio avere la libertà di dire sempre quello che penso. Voglio poter applaudire, criticare, dissentire, senza che ciò appaia a nessuno come un abuso della carica che per qualche settimana ho cercato di ricoprire al meglio delle mie capacità», scrive l’esponente della sinistra del partito. Cuperlo ritiene di aver subito da Matteo Renzi un «attacco sul piano personale» per aver mosso «delle obiezioni politiche e di merito».

La presidenza del partito per tradizione, e non solo nel Pd, rappresenta un’istituzione di garanzia il cui principale obiettivo è cercare la sintesi e preservare l’unità del partito. Cuperlo si è reso subito conto che tale compito è inconciliabile con il ruolo di leader della minoranza interna. Non per altro, sin dall’inizio era restio ad accettare l’incarico e lo ha fatto solo per le pressioni interne. L’attacco di Renzi potrebbe essere solo un pretesto per riprendersi la leadership della minoranza fortemente insidiata da Stefano Fassina.

Il segretario ha comunque altri problemi a cui pensare e pertanto si è limitato a rispondere con una breve lettera in cui afferma di «rispettare la scelta» invitandolo però ad «accettare le critiche». Il segretario elenca tutti i benefici che verranno dall’accordo con gli altri partiti sulla riforma elettorale («se l’accordo reggerà avremo superato il bicameralismo perfetto, modificato l’errore del Titolo V, ridotte le indennità e i rimborsi dei consiglieri regionali, garantito il bipolarismo e il premio di maggioranza, introdotto il ballottaggio, eliminato il potere di veto dei piccoli partiti») invitandolo implicitamente a guardare oltre l’ego offeso e a dare, invece, il suo contributo per queste battaglie.

La domanda chiave è se questa frattura nel partito, già esistente e di cui le dimissioni di Cuperlo sono solo un ulteriore scossa, possa pregiudicare il cammino delle riforme. La minoranza del partito, infatti, rappresenta invece la maggioranza dei deputati e senatori democratici e potrebbe fare gioco di sponda insieme a Sel, Ncd, Scelta Civica e soprattutto al M5S per presentare emendamenti che stravolgano l’impianto originario dell’accordo

A nutrire dubbi non solo sull’efficacia ma anche sulla costituzionalità dell'”Italicum”, sono sia esperti di sistemi elettorali (come Giovanni Sartori e Michele Ainis) che presidenti emeriti della Corte Costituzionale (come Cesare Mirabelli, Ugo de Siervo e Antonio Baldassarre). Sartori in un’intervista parla di «una serie di toppe tutte sbagliate» mentre Ainis e altri costituzionalisti sono concordi nell’affermare che la presenza di un premio di maggioranza con una soglia così bassa (35%), insieme al perdurare delle liste bloccate (seppur pochi nomi in ciascun collegio) determinino ancora profili di incostituzionalità. 

Con l’introduzione del doppio turno, che rende i partitini determinanti per la vittoria finale, è svanita la minaccia di crisi di governo fatta nei giorni scorsi da Ncd, Scelta Civica e Popolari per l’Italia. L’attività parlamentare è ripresa quindi senza fibrillazioni e il Senato ha approvato il disegno di legge che limita il reato di clandestinità ai casi di recidiva. Il reato di clandestinità, in sostanza, cessa di essere reato e torna ad essere un illecito amministrativo  salvo mantenere valenza penale ogni violazione di provvedimenti amministrativi emessi in materia di immigrazione (come il fatto di rientrare in Italia una volta espulsi).  

L’unica scossa alla giornata politica l’ha regalata il senatore Carlo Giovanardi presentando un emendamento al ddl Omofobia che equipara la pedofilia agli altri orientamenti sessuali tutelati dalle discriminazioni. Ancora una volta sono stati i grillini ad accorgersi del stupefacente emendamento firmato anche dai senatori Laura Bianconi (Ncd), Nico D’Ascola (Ncd), Salvatore Torrisi (Ncd) e Federica Chiavaroli (Ncd). Nel testo si chiede di sostituire l’articolo 1 con l’espressione «o fondate sull’odio ovvero disprezzo o comunque palese ostilità tesa concretamente a ledere l’incolumità, la dignità e il decoro delle persone che manifestino anche solo apparentemente, ancorché non apertamente, orientamenti omosessuali, bisessuali, eterosessuali, pedofili, se tali condotte discriminatorie siano poste in essere a motivo del loro orientamento sessuale e siano espressione di violenza o ostilità verso la persona e non di pensiero verso l’orientamento sessuale e lo stile di vita in sé».

Il sen. Giovanardi, dei tanti modi per lasciare un segno in questa (speriamo ultima) legislatura, ha scelto il peggiore. Ma c’erano pochi dubbi.

 

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