martedì, Settembre 29

Riforme per l'Algeria Nuove riforme costituzionali. Pochi credono però in un vero cambiamento

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Algeria bouteflika

Reduce dalle elezioni presidenziali dello scorso aprile che hanno dato il via al quarto mandato del Presidente Abdelaziz Bouteflika, al potere dal 1999, l’Algeria si interroga sul proprio futuro. Passata pressoché indenne attraverso la stagione delle rivoluzioni che hanno stravolto il panorama politico del Nordafrica, la classe politica algerina è conscia della precarietà degli equilibri su cui si regge le tenuta sociale del Paese: nei giorni delle proteste delle Primavere Arabe, per contenere le crescenti tensioni provenienti dalla piazza le autorità governative algerine non ricorsero esclusivamente alla repressione nei confronti dei manifestanti, ma anche a un ampliamento della spesa sociale.

L’aumento delle concessioni economiche alle fasce più disagiate della popolazione è nei fatti riuscito nel 2011 a contenere le pressioni per la democratizzazione della società, facendo leva sul desiderio della maggioranza degli algerini di non esasperare le tensioni sociali in un Paese reduce dalla violenza della Guerra civile degli anni Novanta. Un aumento del budget per la spesa pubblica pari al 25%, un incremento dei sussidi su carburanti e beni di prima necessità e concessioni alle varie categorie lavorative furono quindi le principali armi utilizzate dal Pouvoir (così gli algerini chiamano l’opaco conglomerato di poteri economici, politici e militari che guida di fatto il Paese) per rispondere alle richieste della popolazione algerina.

Nonostante l’ampliamento della spesa pubblica abbia smorzato nel breve termine le tensioni provenienti dal cuore dell’Algeria, i veri problemi che affliggono il cuore del Paese sembrano oggi lontani dall’essere stati risolti. Da anni, cresce in Algeria il tasso di disoccupazione (ben superiore al 9,3% dichiarato dalle autorità) e di sottoccupazione, mentre si riduce progressivamente la capacità del governo di creare nuovi posti di lavoro per i giovani neolaureati. Le difficoltà del Paese nel dar vita a un’industria interna in grado di produrre ricchezza in maniera autonoma lo rendono schiavo dell’importazione di beni di prima necessità e fanno sì che il denaro che riempie le casse statali sia generato quasi esclusivamente dall’estrazione ed esportazione di idrocarburi.

Alle preoccupazioni legate all’eccessiva dipendenza dell’economia algerina dagli introiti prodotti dalle proprie risorse energetiche, si è aggiunto nel corso degli ultimi anni un altro timore: l’insostenibilità dell’attuale ritmo di sfruttamento delle risorse energetiche sul medio termine. Recenti rilevazioni hanno indicato che entro l’anno 2030 l’Algeria registrerà un aumento dei consumi tale da impedire alle attuali riserve di gas di sopperire al proprio fabbisogno e all’attuale quota di esportazioni. Il graduale abbassamento della disponibilità di idrocarburi sta già contribuendo a innalzare il loro prezzo e a rendere meno conveniente l’investimento in Algeria.

Nelle sue rade comparsate pubbliche nei mesi precedenti alle elezioni, il Presidente Bouteflika aveva garantito l’avvio di un percorso di riforme costituzionali, pensate per aumentare i poteri del Primo Ministro e aprire spazio di azione ai partiti dell’opposizione. La riduzione dell’importanza del ruolo del Presidente potrebbe essere legata al cattivo stato di salute di Abdelaziz Bouteflika e al desiderio di mettere al sicuro la stabilità del Paese nel caso di un’incapacità del Presidente a governare. «Questo servirà a rafforzare la separazione dei poteri, rafforzare l’indipendenza della giustizia e del parlamento e ad affermare il ruolo e i diritti dell’opposizione» ha affermato Ahmed Ouyahia, ex Premier e figura di spicco della vita politica algerina.

Nonostante numerosi analisti politici e osservatori fossero concordi fino a pochi mesi fa, di fronte al susseguirsi delle notizie sul suo cattivo stato di salute, riguardo la possibilità di un abbandono della scena politica da parte di Abdelaziz Bouteflika, a inizio 2014 è apparso chiaro a tutti come l’élite politico-militare del Paese avesse posto al centro della propria agenda la necessità di mantenere la continuità ed evitare l’avvio di una fase di transizione in un periodo di particolare complessità. A tale scopo, si è cercato di mantenere al comando del Paese il 77enne Bouteflika, nonostante l’aumento delle speculazioni sul pessimo stato di salute del Presidente.

Attorno alla metà del luglio 2013, il Presidente Bouteflika è tornato in Algeria dopo oltre due mesi di assenza dovuti a un lungo percorso di recupero dai postumi di un malore non meglio identificato – probabilmente un ictus – che lo aveva colto il 27 aprile. Nei giorni in cui Bouteflika era ricoverato in un ospedale militare in Francia, l’Algeria è stata travolta da un turbinio di voci, talora discrete talora meno, su quali fossero le possibilità di un suo recupero per presentarsi alle elezioni del 2014 e quali prospettive si aprissero per una sua successione.

Da anni in Algeria le notizie sulla cattiva salute di Bouteflika sono fonte di dubbi e speculazioni. Prontamente smentite o occultate dai vertici del Paese in maniera tale da non creare voci su un suo possibile abbandono del potere, le voci continuano a fuoriuscire dai vertici del cosiddetto Pouvoir, le alte gerarchie politico-militari che gestiscono di fatto il regime. In un tale clima, la semplice conferma delle autorità riguardante il malessere del Presidente è stata sufficiente a far ipotizzare a molti che la sua debilitazione fisica lo avesse ormai posto nell’incapacità di governare il Paese e che le elite politiche dell’Algeria e i vertici del FLN stessero cercando di porre le basi per una successione.

 

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