lunedì, Ottobre 26

Riformare la Costituzione? Si, ma l’obiettivo? Gli obiettivi perseguiti devono essere chiari prima, perché si tratta del documento che garantisce e assicura la nostra sopravvivenza: debbono sapere tutti a cosa si mira e perchè

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Circolano da alcuni giorni, alcuni punti, alcune idee, non si sa bene, insomma delle proposte un po’ approssimative di possibili riforme della Costituzione.
Ne ha annunciato il PD, e negli ultimi giorni anche il così detto premier Giuseppe Conte – pochette, affermando: «Per la biodiversità occorre una riforma costituzionale, ci siamo impegnati a portarla avanti. Vorrei inserire in Costituzione anche il riferimento allo sviluppo sostenibile».
A mio parere, come ho già detto in tempi non sospetti, le proposte, le persone serie, le pensano e poi le propongono, tutte, subito e chiare. Fare girare bozze, idee, suggerimenti, salvo dichiarare di non averli mai fatti, non è una cosa né giusta, né opportuna, perché si tratta della Costituzione italiana, e il compito di chi vuole metterci le mani è quello di mostrare democraticamente (ma davvero democraticamente, non attraverso trucchi o referendum poco chiari) cosa si vuole fare e, specialmente, perché.

Tutto questo gioco che va avanti da mesi, di proposte lanciate, ritirate, suggerite a ammiccate, sono cose da politicanti e da pessimi politicanti. Perché, lo ripeto, il tema non è mai la riforma presentata da questo o quel sedicente autorevole personaggio o supremo costituzionalista, ma gli obiettivi perseguiti, perché si tratta del documento che garantisce e assicura la nostra sopravvivenza: debbono sapere tutti a cosa si mira e perchè.
Anzi, aggiungo un’altra cosa: sarebbe utile e opportuno (so benissimo di parlare al vento, ma uno ci prova sempre, non si sa mai) finirla di accreditare le varie proposte al sommo costituzionalista, o al sommo politologo ecc.: siamo tutti, ma proprio tutti in grado di valutare e di dire la nostra. Anzi, proprio per questo, sarebbe doveroso che anche i sommi, abbiano la compiacenza di scendere al livello dei piccoli e piccolissimi, sia per spiegare bene, sia, specialmente, per ascoltare benissimo!

Orbene, che la nostra Costituzione abbia mostrato col tempo che ci sono delle cose che meritano di essere riconsiderate, non necessariamente riviste, solo riconsiderate, è certo. Accade in tutte le Costituzioni, anzi, in tutte le leggi. Non essendo la parola di Dio, la Costituzione è rivedibile come tutto, ma solo se e quando le modifiche che vi si apportano, corrispondano realmente nonché agli interessi, alla volontà reale del popolo. Ed è quindi un compito delicatissimo di chi la propone quello di assicurarsi che le modifiche proposte siano in linea realmente sia con gli interessi che con la volontà del popolo, perché altrimenti il popolo potrebbe ribellarsi all’uso improprio del potere da parte di chi lo gestisce, il potere.
Il tema, dunque, non è la più o meno corretta applicazione, nel caso, dell’art. 138 della Costituzione o magari di un referendum che non spiega niente e dice anche di meno: il referendum è cosa che può piacere ad un comico, non ad un giurista e meno che mai ad un politologo.

La prova più evidente di come la superficialità di pochi possa portare a danni enormi e difficilmente riparabili, è l’insulsa e mal fatta modifica del Titolo V della Costituzione, quella che dà poteri confusi e non chiari e disarticolati alle Regioni, e che determina i pasticci e gli scontri ai quali abbiamo assistito e assistiamo, ed ai pericoli che le cosesfuggano di manoper diventare delle vere e proprie sedizioni.
Come vedete, parlo molto chiaro, come è mia abitudine, e tutti avete perfettamente capito di che parlo.

È un fatto certo che il cosiddetto bicameralismo perfetto rallenta enormemente il processo legislativo, cosa aumentata ed aggravata a causa della sempre crescente impreparazione e incapacità dei parlamentari e alla stupida idea di limitare i costi del Parlamento, che porta ad una riduzione della capacità propositiva dei parlamentari -gli uffici legislativi del Parlamento, sono stati a lungo un fiore all’occhiello della nostra Repubblica, sono stati. Ma anche -cominciamo a mettere qualche puntino sugli ‘i’- dalla plateale violazione della Costituzione, che permette al Governo di fare decreti legge solo in caso di urgenza, mentre il Governo ormai ne produce in continuazione, ne produce di enormi e pasticciati (è di oggi il decreto sulle emergenze Covid con l’aggiunta della nomina dei servizi segreti), che impegnano il Parlamento in lunghissime discussioni, per lo più impedite dal fatto che se scadono i 60 giorni, scade il decreto, e quindi il Governo (per lo più colpevolmente) pone la fiducia, con il risultato che il Parlamento ha discusso due mesi per nulla e non ha potuto discutere di altro.
Se il Presidente della Repubblica esercitasse con più fermezza il suo potere di impedire la presentazione di decreti legge e di pretenderne la coerenza e la stringatezza e se solo si modificasse il termine dei sessanta giorni per la conversione in legge molto sarebbe semplificato. Se poi si impedisse (e qui credo che sia una questione solo di regolamenti parlamentari) di porre la questione di fiducia sui decreti legge, si eviterebbero molti problemi, il Governo sarebbe indotto a presentare decreti più snelli e quando veramente ci sia urgenza, e magari potrebbe usare di più la legge di delega. Ma dico ciò solo per fare un esempio. Anche perché, se la si finisse di fare leggi che poi richiedono (per insipienza di chi le fa, sia chiaro) decine di decreti attuativi, molti problemi di lentezza attribuiti al Parlamento sarebbero superati: anche fare le leggi è una cosa per la quale ci vuole competenza.

Perché un altro tema è importante. La nostra Costituzione è stata scritta in maniera mirabile: stringata, in ottimo italiano, semplice e chiarissima. Tutte le modifiche apportate, a cominciare da quella al titolo V, ma anche quella all’art. 111, o all’art. 81, sono verbose, spesso poco chiare e astruse. Se si vuole modificare la Costituzione è bene mantenerne lo stile, che, tra l’altro ha dimostrato di evitare tutti i conflitti che invece generano le modifiche fin qui fatte.

Le proposte che circolano, innanzitutto, immaginano una complicatissima serie di ipotesi nelle quali le due camere, mantenute intatte sia pure con meno parlamentari, si potrebbero riunire in seduta congiunta per deliberare su varie questioni. Forse accettabile proposta, purché, e solo purché, siano chiarissime le ipotesi in questione e pochissime, altrimenti ne verrebbe fuori il solito pasticcio di discussioni infinite sul se si possa fare la seduta comune e poi le rituali impugnazioni e così via.
Quanto alla divisione di competenze tra le due camere, si tratterebbe di una cosa ovvia e anche facile da applicare, invece circolano proposte complicatissime, con un Senato allargato a rappresentanti delle Regioni che sono senatori ma non senatori: insomma un pastrocchio maleodorante, che potrebbe solo creare difficoltà interpretative ed una sorta di mobilità permanente del Senato in corrispondenza del cambiamento di maggioranze regionali derivanti o meno dalle elezioni delle varie assemblee regionali.
Entrambe le proposte, insomma, specie la seconda, rischiano di essere espedienti farraginosi e incerti.
Specie perché tutto ciò non corrisponde ad esigenze di snellimento del lavoro delle camere, ma, per dirla chiara, ad esigenze di soddisfare questa o quella forza politica, di accarezzare certi interessi, ecc.
È presto per pronunciarsi su simili proposte fumose, ma a prima vista se ci si limitasse ad una ‘specializzazione’ delle Camere ben fatta, magari con diritto di richiamo (cioè la possibilità che l’altra Camera chieda di valutare la legge proposta, in un tempo brevissimo e con decisione definitiva della Camera ‘di partenza’) gran parte dei temi discussi sarebbero risolti, con modifiche minime della Carta, poche parole, magari nemmeno bisognose di troppi congiuntivi.

Ma il dubbio profondo che mi turba, è che tutto ciò sembra finalizzato ad introdurre nel nostro sistema la cosiddetta sfiducia costruttiva. Una decisione che avrebbe per effetto di ridurre al minimo la libertà dei parlamentari e cioè di impedire al parlamentare di esercitare il suo dovere di rappresentante del popolo, perché ciò gli impedirebbe di votare liberamente contro un Governo che giudichi da allontanare.
Sarà naturalmente un caso (?) ma è questo il cuore delle proposte che circolano e era il cuore delle disdicevoli proposte di modifica della Costituzione proposte prima da Silvio Berlusconi e poi da Matteo Renzi, universalmente, ormai, riconosciute come attentati alla democrazia parlamentare. Sarà certo un caso che gli ormai scomparsi italovissuti hanno manifestato entusiasmo.
E di nuovo dunque. Discutiamo prima chiaramente di ciò che si vuole. Poi vedremo se affidare a qualche santone della politica o del diritto di formulare una proposta operativa.

Al momento, se posso esprimere un giudizio, una proposta qualsiasi dopo la bruttura della riduzione dei parlamentari, mi sembra dubbia e sospetta. Sì, sospetta, anche perché non mi sento del tutto al sicuro dalle pericolosissime ‘idee’ del comico, che continuo a giudicare, oggi come oggi, il personaggio più pericoloso per la nostra attuale democrazia, anche perché assistito da persone molto al di sotto del minimo sindacale in termini di valori culturali e ideali.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.