domenica, Settembre 27

Riforma della giustizia: avvocati penalisti sul piede di guerra Gli avvocati penalisti protestano contro l’imminente entrata in vigore della 'riforma' voluta dal Ministro Alfonso Bonafede

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Non si darà molta pubblicità all’iniziativa assunta dall’Unione delle camere penali italiane (Ucpi): cinque giorni di sciopero, dal 21 al 25 ottobre; e se ne parleranno sarà per criticarli. Gli avvocati penalisti, invece, hanno le loro buone ragioni per protestare contro l’imminente entrata in vigore della ‘riforma’ fortissimamente voluta dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. Una ‘riforma’ che nel concreto elimina la prescrizione, dopo che ci sia stata una sentenza di primo grado. Non hanno per nulla torto a definirla «una delle pagine più sciagurate della deriva populista e giustizialista del nostro Paese, giacché afferma il principio, manifestamente incostituzionale, secondo il quale il cittadino, sia esso imputato che parte offesa del reato, possa e debba restare in balla della giustizia penale per un tempo indefinito, cioè fino a quando lo stato non sarà in grado di celebrare definitivamente il processo che lo riguarda».

Il ministro della Giustizia, scandisce il presidente dell’UCPI Gian Domenico Caiazza «ha pubblicamente dichiarato che nessun intervento è previsto su quella norma, mentre il Partito Democratico ha formulato, sul punto, riserve assai blande, indeterminate nei contenuti e non di rado contraddittorie»“.

Non occorre essere degli scienziati del diritto (e perfino alcuni esponenti della magistratura associata lo ammettono), per comprendere che «l’entrata a regime di un simile, aberrante principio determinerebbe un disastroso allungamento dei tempi dei processi, giacché verrebbe a mancare la sola ragione che oggi ne sollecita la celebrazione».

La decisione di scioperare contro la ‘bomba atomica’ sul processo penale (definizione dell’allora ministro Giulia Bongiorno) nasce da qui. Non è con questi trucchi che si risolve la questione della durata abnorme dei processi. Abnorme già ora; figuriamoci quando si bloccherà la prescrizione dopo il primo grado di giudizio. E’ l’enorme numero di processi, che blocca il sistema giudiziario; e la prima responsabilità di questa situazione è l’obbligatorietà dell’azione penale.

C’è poi un aspetto poco dibattuto: il principio del libero convincimento del giudice; nasce con la Rivoluzione Francese e sopravvive nel codice napoleonico. Nasce come elemento di garanzia. Il risultato pratico che con lo scudo del ‘libero convincimento’ ogni giudice opera là dove lo conduce il cuore (si fa per dire: di cuore nelle aule di giustizia se ne incontra poco; e ancor meno cervello e anima). Ad ogni modo accade tutti i giorni che quello per il giudice A sia reato, per il giudice B sia fatto penalmente rilevante. In nome, appunto, del ‘libero convincimento’. Tutto diventa aleatorio, discutibile, incerto. A metter ordine la Corte di Cassazione, che ha appunto anche il compito di assicurare certezza del diritto attraverso l’uniformità della interpretazione della legge. Solo che bisogna arrivarci, alla Cassazione; e comunque una sezione può emettere una sentenza, e giorni dopo l’altra sezione un verdetto opposto. E’ accaduto: per una ragazza con indosso i jeans non ci poteva essere violenza sessuale, essendo i pantaloni troppo aderenti, li si poteva sfilare solo con il consenso della proprietaria; giorni dopo, un’altra sezione ha stabilito che una seconda ragazza, anche lei in jeans, era stata invece stuprata. In quel caso i jeans erano sfilabili anche senza il consenso dell’interessata…

Intanto, all’interno delle carceri italiani, storie quotidiane che meriterebbero attenzione, e sono invece relegate tra le ‘brevi’. A Torino, per esempio, un detenuto non mangia da quasi due mesi, è ricoverato in terapia intensiva. Ritiene di essere vittima di una condanna ingiusta, Engyell M.; albanese, 51 anni, sposato e una figlia inizia lo sciopero della fame. Chiede la revisione dei suoi processi perché «quando è stato condannato ad oltre dieci anni di carcere, con scadenza della pena nel 2023, si trovava in Albania per via di un decreto di espulsione e non ha potuto partecipare al dibattimento». Inutilmente gli si è spiegato che una condanna definitiva può essere riesaminata solo con l’emergere di nuove prove. Da questo orecchio Engyell non ci sente. Ha già perso quasi metà del suo peso e ora è ricoverato in terapia intensiva alle Molinette. La Garante dei detenuti di Torino Monica Cristina Gallo che ha scritto anche ai garanti nazionali e regionali, e all’Ordine dei racconta: «Quando lo abbiamo incontrato per la prima volta non era già più in grado di alzarsi dal letto. Al di là della vicenda giuridica, solleviamo il tema umano. Questa persona ha pochi strumenti per far sentire la propria voce ma la sua protesta è determinata e pericolosa. Sappiamo che la Regione sta lavorando a un protocollo per la prevenzione dei suicidi in carcere e speriamo ci sia attenzione anche su un caso come questo che non è contemplato ma si tratta di un lento suicidio».

Prima di concludere questa ‘puntata’. Sapete qual è la prima causa di morte violenta tra le forze di polizia? Il suicidio. Dall’inizio dell’anno sono 44 gli appartenenti alle forze dell’ordine che si sono tolti la vita. Per lo più con l’arma di ordinanza. Un morto a settimana. È un dato impressionate che dovrebbe indurre i vertici delle varie amministrazioni a riflettere. L’86 per cento di chi si toglie la vita, tra carabinieri, polizia, finanza, penitenziaria e polizie locali, lo fa utilizzando la pistola d’ordinanza. La maggiore concentrazione di casi si registra nel Nord: 42 per cento, contro il 31,4 per cento di eventi avvenuti nel Sud e nelle isole. La fascia di età a rischio va dai 45 e ai 64 anni: il 58,13 per cento di suicidi.

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