mercoledì, Aprile 24

Rielezione del Napolitano di lotta, Governo, armistizio

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Chi lo conosce e gli è più vicino, in quei giorni assicurava: «No, questa cosa non esiste, non accetterà»; a conferma di questa affermazione, venivano indicati gli scatoloni già imballati con dentro le carte private e gli amati Irene Némirovsky, Raffaele La Capria ed Erri De Luca, i romanzi che Giorgio Napolitano ama risfogliare nei pochi momenti di riposo. Del resto, il Consigliere per la comunicazione Pasquale Cascella aveva già preso il largo, dopo aver ricevuto la ‘benedizione’ del Presidente, e annunciato la sua candidatura a Sindaco della sua città natale, Barletta; un periodo di vacanza e riposo era già stato organizzato a Capri, e la moglie Clio già ne pregustava il clima rilassante. Tutto, insomma, faceva presagire che l’anziano Presidente si sarebbe congedato dal Quirinale con discrezione ed eleganza, e il suo studio di senatore a vita a Palazzo Madama era già sistemato per accoglierlo, quando sarebbe tornato.

Questo lo scenario fino al pomeriggio di venerdì 19 aprile 2013.

 

La notte tra quel venerdì e il successivo sabato 20 accade l’impensabile, che pure era stato annunciato da una quantità di sinistri scricchiolii: quella notte Pier Luigi Bersani, in seguito a una lunga serie di errori tattici, getta la spugna, e si dimette da Segretario del Partito Democratico.

E’ la notte in cui lo stato maggiore di quello strano partito nato PCI, figlio di una serie di ibridazioni battezzate di volta in volta PDS, DS, una fusione a freddo con la Margherita e spezzoni di DC, per diventare appunto PD, viene travolto dal rovinoso tonfo nell’aula di Montecitorio della candidatura di Romano Prodi: ben 101 ‘franchi tiratori’, tutti del PD, impiombano il ‘professore’ bolognese, come nelle precedenti votazioni era stato ‘cecchinato’ l’ex leader della CISL, Franco Marini.

Tra i famosi 101 ‘cecchini’ è logico pensare vi siano gli aderenti al gruppo dalemiano, oltre che parte dei renziani e i popolari, irritati per la caduta di Marini. E dire che ufficialmente Prodi aveva ricevuto il via libera da tutti i parlamentari del PD. «Evidentemente», commenta Bersani, «è l’unanimità che carica la molla del tradimento».

«Una strage di Capaci del centrosinistra», commentano amari nell’entourage bersaniano.

Ben altro il clima in Forza Italia dove di fatto si brinda per lo scongiurato pericolo. Perché il suo leader Silvio Berlusconi ‘il mortadella’ non lo digerisce proprio, lo considera una specie di virus della politica, un’antipatia a pelle (ricambiata, del resto); Berlusconi non lo dimentica che due volte è stato sconfitto dal centro-sinistra, ed entrambe le volte è Prodi ad avergli fatto mangiare la polvere. A margine ci sono le richieste di accordi segreti come quello di Angelino Alfano: «A noi il Quirinale, e per voi Bersani Premier», dice senza troppi giri di parole.

Bersani alza il sopracciglio, come quando vuole mandare qualcuno a farsi benedire; e poi la girandola di incontri ‘segreti’ (e falliti), come quelli tra Bersani e Beppe Grillo con l’intermediazione del dentista dell’ex comico; o i tentati accordi sottobanco con obiettivo un Governo di ‘larghe intese’.

 

E’ in questo clima che prende quota, ora dopo ora, la conferma per un secondo mandato di Napolitano; che è dubbioso, perplesso, si interroga e si confida con amici e fidati collaboratori.

La grave situazione in cui si dibatte il Paese gli è ben chiara: lui stesso per mesi ha giocato un ruolo fondamentale per garantire un minimo di stabilità e ‘tenuta’ con un Paese bloccato in un Mare dei Sargassi paralizzante, l’economia che segna inesorabile una quantità di segni meno, e l’Europa che guarda con sospetto e ostilità a un’Italia che appare sempre più inaffidabile.

Sono in tanti che bussano all’uscio di Napolitano per chiedergli di restare; tra i primi, inaspettato, Berlusconi, che pure vede Napolitano come fumo negli occhi. Le sue parole sono spalmate di miele: «Napolitano è un riferimento per tutti, il Pdl è stato responsabile, la sinistra no».

Dopo Berlusconi, Bersani. Quella notte di venerdì 19, prima di dimettersi, telefona al Capo dello Stato: «Presidente, è necessario che Lei resti», è in queste sei parole, il succo della conversazione; sabato Bersani sale al Colle, il capo cosparso di cenere.

Deve riconoscere la sconfitta, il suo voler inseguire Beppe Grillo e i pentastellati è stata una mossa fallimentare e ormai non ci sono più i margini per seguire il consiglio che l’esperto Napolitano gli aveva suggerito fin dal primo momento: lavorare per creare le condizioni di larghe intese con il partito di Berlusconi, con l’obiettivo ‘minimo’ di un Governo di scopo per le riforme più urgenti.

E’ uno dei rari momenti, quel colloquio, in cui Napolitano perde il suo proverbiale aplomb, a tratti i toni si fanno tesi; ma ormai aver ragione conta poco, la frittata è fatta.

Poche ore prima un’altra telefonata importante e significativa è arrivata al Quirinale: quella del Presidente della BCE, Mario Draghi. Il tono è preoccupato e accorato: «Presidente, è importante, necessario che Lei resti»; e poi una telefonata significativa, quella del Segretario della Lega, neo Presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni: anche lui chiede a Napolitano di restare.

Dopo di lui, Walter Veltroni.

Bersani lascia il Quirinale, e poco dopo arriva Berlusconi, che ufficializza la sua richiesta di secondo mandato: «Non sappiamo più con chi parlare nel PD. Le chiedo di fare per quanto possibile da mediatore con tutti questi interlocutori».

Infine Mario Monti, l’uomo che Napolitano ha nominato senatore a vita per poi potergli conferire, in qualità di ‘tecnico’ l’incarico di formare un Governo, e che maldestramente in una conferenza stampa aveva voluto giocare la carta dell’originalità candidando una donna, Annamaria Cancellieri.

Altrettanto maldestramente, dopo l’incontro con il Presidente, Monti diffonde un comunicato di ‘rettifica’ e annunciare che anche per lui il candidato è Napolitano.

Il timbro ufficiale alla riconferma di Napolitano arriva nel corso della riunione lampo dei parlamentari del PD, nella mattinata del 20 aprile. «Chiudete ‘sti telefonini e ‘sto Facebook», sospira un Bersani con una parlata emiliana più che mai accentuata, segno dell’emozione che prova in quel momento. «Il nome è Napolitano. Il resto non c’è». Allude poi a quel governissimo che Berlusconi fortissimamente vuole, e sul quale lui non è comunque disponibile a mettere la firma. Del resto lui e tutta la Segreteria sono dimissionari.

Il PD appare sempre più dilaniato. Stefano Fassina, esponente di quelli che sono stati battezzati ‘giovani turchi’, sibila: «Abbiamo il Presidente. Ora iniziamo a ricostruire il partito. Il Governo? Ora non se ne parla». E Andrea Orlando: «In aula molti di noi hanno applaudito sia Napolitano che Stefano Rodotà».

Dichiarazioni che fanno chiaramente capire che una che una fetta importante del PD vive Napolitano come una soluzione inevitabile, non come una scelta convinta.
Napolitano non accetta subito la candidatura al secondo mandato. Prende una breve pausa di riflessione, solo poco prima del sesto voto, cominciato alle 15.00, dice SI. Lo fa solo dopo aver ottenuto la solenne promessa da parte di PD, PdL e Scelta Civica di impegnarsi concretamente per dare un Governo all’Italia, superando i propri malumori e mettendo da parte le inimicizie in nome del bene comune. Agli intimi confida di non potersi tirare indietro in un momento di estrema necessità.

Nel pomeriggio del 20 aprile, al sesto scrutinio, Napolitano viene votato dai grandi elettori di PD, PdL, Scelta civica e Lega nord. MoVimento 5 stelle e SEL votano Rodotà.

Mentre si rieleggeva Napolitano, il Segretario dimissionario del PD Bersani piange per la tensione accumulata, ammette che «l’elezione è un risultato davvero eccellente che però non oscura il problema politico emerso in questi giorni e le difficoltà che si sono incontrate».

«Auspico fortemente che tutti sapranno nelle prossime settimane, a partire dai prossimi giorni, onorare i loro doveri concorrendo al rafforzamento delle istituzioni repubblicane.Dobbiamo guardare tutti, come io ho cercato di fare in queste ore, alla situazione difficile del Paese, ai problemi dell’Italia e degli italiani, all’immagine e al ruolo internazionale del nostro Paese», afferma Napolitano nella dichiarazione ufficiale rilasciata quando gli è stato comunicato l’esito del voto, accettando la rielezione.

 

Lunedì 22 aprile Napolitano giura come dodicesimo Presidente della Repubblica Italiana.

Si tratta della prima volta nella storia che il Presidente uscente viene riconfermato.

Nel suo primo discorso del secondo mandato richiama tutti a fare il proprio dovere. «Come voi tutti sapete, non prevedevo di tornare in quest’aula per pronunciare un nuovo giuramento e messaggio da Presidente della Repubblica», dice il Presidente nel suo discorso di giuramento. «Avevo già nello scorso dicembre pubblicamente dichiarato di condividere l’autorevole convinzione che la non rielezione, al termine del settennato, è ‘l’alternativa che meglio si conforma al nostro modello costituzionale di Presidente della Repubblica’. Avevo egualmente messo l’accento sull’esigenza di dare un segno di normalità e continuità istituzionale con una naturale successione nell’incarico di Capo dello Stato. […]

A queste ragioni e a quelle più strettamente personali, legate all’ovvio dato dell’età, se ne sono infine sovrapposte altre, rappresentatemi – dopo l’esito nullo di cinque votazioni in quest’aula di Montecitorio, in un clima sempre più teso – dagli esponenti di un ampio arco di forze parlamentari e dalla quasi totalità dei Presidenti delle Regioni. Ed è vero che questi mi sono apparsi particolarmente sensibili alle incognite che possono percepirsi al livello delle istituzioni locali, maggiormente vicine ai cittadini, benché ora alle prese con pesanti ombre di corruzione e di lassismo. Istituzioni che ascolto e rispetto, Signori delegati delle Regioni, in quanto portatrici di una visione non accentratrice dello Stato, già presente nel Risorgimento e da perseguire finalmente con serietà e coerenza.

E’ emerso da tali incontri, nella mattinata di sabato, un drammatico allarme per il rischio ormai incombente di un avvitarsi del Parlamento in seduta comune nell’inconcludenza, nella impotenza ad adempiere al supremo compito costituzionale dell’elezione del Capo dello Stato. Di qui l’appello che ho ritenuto di non poter declinare – per quanto potesse costarmi l’accoglierlo – mosso da un senso antico e radicato di identificazione con le sorti del Paese. […]

Bisognava dunque offrire, al Paese e al mondo, una testimonianza di consapevolezza e di coesione nazionale, di vitalità istituzionale, di volontà di dare risposte ai nostri problemi: passando di qui una ritrovata fiducia in noi stessi e una rinnovata apertura di fiducia internazionale verso l’Italia.
E’ a questa prova che non mi sono sottratto. Ma sapendo che quanto è accaduto qui nei giorni scorsi ha rappresentato il punto di arrivo di una lunga serie di omissioni e di guasti, di chiusure e di irresponsabilità.
[…]

Ho il dovere di essere franco: se mi troverò di nuovo dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato, non esiterò a trarne le conseguenze dinanzi al Paese».

L’allusione non è solo ai tanti grillini che protestano fuori Montecitorio contro la sua elezione gridando: «Rodotà, Rodotà, Rodotà»; al momento del voto i numeri comunque parlano chiaro: i SI a Napolitano sono 738; quelli per Rodotà 217; con significative defezioni: Corradino Mineo dice chiaro e tondo che lui Napolitano non lo vota; il mite Ministro del Governo Monti, Fabrizio Barca fa sapere che lui preferisce Rodotà e definisce ‘inconcepibile’ la scelta di non votarlo; Giuseppe Civati vota scheda bianca.

 

E’ un Presidente diarmistizio’, Napolitano, e non solo di lotta e di Governo, come ironizzano i parlamentari del PdL; è l’unico sbocco possibile di un corto circuito politico-istituzionale che sbaraglia il PD, brucia Marini e Prodi e tiene il Paese sospeso in una drammatica paralisi.

 

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