domenica, Ottobre 25

Il ricordo di Germana Stefanini, vittima delle Brigate Rosse Carcere, basta discariche sociali. L'ONU condanna l'Italia: quelle celle sono una tortura

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Lodevole, e carico di ottime intenzioni l’intervento del ministro della Giustizia Andrea Orlando durante la cerimonia di intitolazione della Casa circondariale femminile di Roma-Rebibbia, alla memoria di Germana Stefanini, uccisa dalle Brigate Rosse il 28 gennaio 1983; Germana era vigilatrice penitenziaria del carcere di Rebibbia; Una cellula romana delle BR (si firmava ‘Nuclei per il proletariato armato’), rapisce la donna, la sottopone a quello che definisce «un processo da parte del tribunale rivoluzionario» nel suo appartamento al quartiere del Prenestino per estorcerle informazioni sull’organizzazione carceraria. Alla fine la uccidono con un colpo di pistola alla nuca, ‘colpevole’ per quella che definiscono la «sua funzione repressiva…a spese dei prigionieri proletari comunisti». Il suo corpo viene rinvenuto la sera stessa, nel bagagliaio di una Fiat 131 parcheggiata in una strada del quartiere romano Tiburtino.

Per Orlando è l’occasione di ricordare che «il tempo di intendere le carceri come luogo di espiazione della pena è alle nostre spalle. C’è chi pensa che più sicurezza significhi più carcere, ma è l’esatto contrario. Oggi la maggiore sicurezza passa per l’inclusione sociale». Per questo «lo Stato deve essere all’altezza delle sfide della sicurezza e della coesione sociale, nel paradigma culturale con cui ci accostiamo al carcere, e in particolare alla situazione femminile nelle carceri».

Parole, propositi, intenzioni. Lodevoli, si ripete; poi i fatti concreti, che stridono con la realtà delle cose. Per esempio una settimana fa è giunta la censura mossa all’Italia da parte del comitato delle Nazioni Unite contro la tortura. I rilievi mossi, per esempio, riguardano la nuova legge sulla tortura di recente approvata dal Parlamento italiano, considerata insufficiente e non adeguata ai parametri della Convenzione ONU contro i trattamenti inumani e degradanti: «Basati sull’assenza di una serie elementi che rendono il reato di tortura difficile da dimostrare, in primis la crudeltà e il trauma psichico. Inoltre, la genericità della previsione ne rendono difficile l’accertamento. Si evidenzia anche la mancanza di un fondo per risarcire le vittime».

Ancora: in ambito penitenziario, il Comitato dell’ONU solleva perplessità sul fatto che un detenuto possa essere sottoposto al regime di carcere duro del 41 bis anche per più di vent’anni, ritenendo eccessivamente lungo il periodo di isolamento a cui sono sottoposti. L’Italia inoltre viene invitata a limitare l’uso della custodia cautelare, anche al fine di ridurre il sovraffollamento nelle carceri.

Infine si censurano le cosiddette ‘celle zero’. Per i non addetti ai lavori sono le celle dove i detenuti dormono per terra. Quasi tutti i reparti di isolamento dei penitenziari italiani contengono almeno una ‘cella zero’. Le si chiama così perché sono completamente vuote, prive di mobili, letti, di qualsiasi oggetto. Qui il detenuto è costretto a dormire sul pavimento, e, nello stesso spazio, anche ad esercitare i bisogni primari e fisiologici: «Lì dentro si può essere rinchiusi per qualche ora, al massimo per qualche giorno», dicono le circolari in materia emanate in passato dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.

Dati inquietanti quelli diffusi dall’Osservatorio sulle carceri del centro studi ‘Ristretti Orizzonti’. Secondo il suo rapporto dal 2000 a oggi (dati aggiornati al 9 novembre) sono morte in carcere 2.717 persone; tra questi decessi, ben 980 sono classificabili come suicidi. Solo nell’anno in corso, 47 persone si sono tolte la vita in cella, su 106 persone che sono decedute quest’anno mentre erano recluse.

C’è poi l’eterna questione degli spazi. I detenuti sono costretti in ‘luoghi’ individuali inferiori ai 3 metri quadrati (1,75 per 1,75): il minimo consentito; uno spazio di per sé palesemente insufficiente che lo Stato non riesce a garantire. L’Italia ha già collezionato numerose sanzioni da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Dopo gli effetti positivi del provvedimento cosiddetto ‘svuota carceri’, con l’attuale costante aumento stiamo ritornando alla situazione pregressa al decreto. Attualmente la popolazione carceraria è di 56.187 mila, oltre 6.000 in più di quanti ne sono previsti dalla legge. Un terzo della popolazione che occupa i penitenziari è in carcerazione preventiva. Un dato che dovrebbe far riflettere. Al contrario: risulta assente dai programmi e dalle agende politiche di ogni partito, ad eccezione del Partito Radicale che da sempre considera quella della ‘Giustizia Giusta’ la madre di tutte le emergenze e di tutte le riforme necessarie e urgenti.

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