mercoledì, Settembre 30

Riconoscere la Palestina?

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Tre notizie si accavallano nel medesimo giorno in un ambito geografico ben definito: Israele e Palestina.
Con la prima, si dà conferma di un attacco aereo (non smentito dal governo israeliano) sulla Siria; con la seconda si conferma l’adozione, da parte del Governo israeliano, di un progetto di legge fondamentale (avente quindi il valore di una norma costituzionale) che definisce Israele Stato della nazione ebraica; con la terza, viene diffusa un lettera, breve e secca per quanto comprendo (riportata sul quotidiano ‘La Repubblica’, dell’ 8.12.2014 a pagina 25) da parte di scrittori e uomini di cultura israeliani ai Parlamenti degli Stati europei, affinché si adoperino per ottenere dai rispettivi Governi il riconoscimento dello Stato di Palestina.
Sono tre notizie che, lette insieme, danno un quadro tanto vivido quanto realisticamente preoccupante della reale situazione di quella parte di mondo, dove tutto ciò che accade determina conseguenze di grande rilievo per la stabilità dell’intera regione, e non solo.

Valutare le varie notizie da un punto di vista politico, non è mio compito, ma, credo, è utile che tutti si rendano ben conto di quale sia il contenuto reale e quali le conseguenze possibili di questi avvenimenti, spesso ridotti a poche righe di notizia sui giornali, non collegate tra di loro.

Israele, come è noto, nel giugno del 1967 condusse una guerra contro i Paesi arabi confinanti, occupando militarmente i territori arabidestinatia diventare, secondo una risoluzione del 1947 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il territorio dello Stato di Palestina, mai costituito. La guerra, la cui legittimità fu rivendicata da Israele come atto di ‘legittima difesa preventiva’ (assolutamente contraria al diritto internazionale, che richiede per riconoscere legittimità ad un’azione di guerra, che sia in risposta ad un attacco iniziato) contro i presunti possibili attacchi da parte di Egitto, Siria ecc.
Da quel momento, Israele detiene una parte del territorio della Siria (le alture del Golan) ed esercita forme di controllo continuo con frequenti attacchi e bombardamenti sul territorio del Libano, dove risiedono arabi ostili ad Israele, che quest’ultima afferma che sarebbero finanziati ed armati dalla Siria.

Com’è noto, in quella zona di confine tra Libano e Israele, dopo il ripetersi di conflitti armati che portarono le truppe israeliane fino a Beirut (con i massacri dei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila), ora si trova una Forza Armata di interposizione delle Nazioni Unite, di cui fanno parte anche unità dell’Esercito italiano.

Con la Siria, Israele, diversamente che con l’Egitto e la Giordania, non ha mai stipulato un trattato di pace. Ma sta in fatto che attacchi armati sul territorio di uno Stato sono atti di aggressione, condannati dal diritto internazionale come atti gravemente illeciti.

Nel caso di specie, essi non trovano alcuna giustificazione, ad esempio in atti ostili da parte della Siria (che in questo periodo ha ben altri problemi), salvo quella molto debole per cui sarebbero stati colpiti depositi di armi destinate ad essere date ai libanesi ostili ad Israele.
Sta di fatto che la situazione di tensione in quella zone è altissima e che Israele vi svolge una attività militare continua, mentre, finora, non ha minimamente pensato di restituire i territori siriani occupati illecitamente né quelli destinati alla Palestina, dove, anzi, insedia continuamente ‘colonie’, destinate a ridurre ancora di più il già minimo territorio della Palestina.

Il progetto di legge su Israele Nazione ebraica merita di essere spiegato. È appena il caso di ricordare che non sono certamente molti gli Stati che si identificano come sede (esclusiva?) di persone appartenenti ad una medesima etnia o nazionalità. Premesso che, in passato, queste idee hanno provocato danni immensi all’intera umanità, vi sono due questioni da sottolineare, sempre dal punto di vista giuridico. Il diritto internazionale dell’autodeterminazione dei popoli, ha, fin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, affermato ildirittodei popoli a costituirsi in Stato su un territorio dato, ma ha sempre e sistematicamente rifiutato di riconoscere la legittimità di aspirazioni del genere su base etnica o nazionale: Israele stessa partecipa attivamente alla ‘critica’ dell’ISIS, intenzionato a costituire uno stato etnico-religioso in Iraq e Siria!

Ripeto, la Comunità internazionale ha rifiutato, non semplicemente ignorato, ma esplicitamente ignorato e scoraggiato quelle pretese. Per di più, le norme (ormai certe e chiarissime, a far data dalla famosa ‘Dichiarazione universale‘) in materia di diritti dell’uomo, condannano ogni forma di discriminazione su base etnica e nazionale; attenzione, c’è di più: buona parte della popolazione di Israele è araba e musulmana o cristiana e non ebrea.

Del resto, simili rivendicazioni sono esplicitamente condannate e combattute nei Trattati internazionali in materia di razzismo e nella giurisprudenza della Corte internazionale di giustizia, con riferimento al Sud Africa, ma anche alla stessa Israele, riguardo alla costruzione del muro di separazione tra il territorio israeliano (o presunto tale, ma largamente contestato, a cominciare dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, secondo cui Israele deve comunque rientrare nei confini precedenti alla guerra del 1967) e quello palestinese.

Infine, la lettera degli ‘intellettuali’. Ha un fondamento nel tentativo, ormai in atto da vari anni, da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese, attraverso la Organizzazione per la Liberazione della Palestina, di ottenere le definizione della Palestina (che è il ‘nome’ con cui alle Nazioni Unite è chiamata la Organizzazione per la Liberazione della Palestina, a partire dal 1988) come ‘Stato’.

Gli intellettuali, sottolineano due punti: la pericolosità degli insediamenti israeliani in territorio palestinese, mentre affermano: «è chiaro che la sicurezza e l’indipendenza israeliana», si noti: israeliana, «dipendono dall’esistenza di uno Stato palestinese accanto a quello israeliano».., è chiaro: solo così cesseranno gli attentati e sarà possibile da parte palestinese, disponendo di autonomia, prevenirli. Israele, al contrario, pretende la garanzia (impossibile) che non vi siano più attentati (che poi, vista la situazione, sono atti di guerra e non atti terroristici, il più delle volte) prima di iniziare le trattativee intanto acquisisce nuovi territori.

La lettera, dunque, chiede di riconoscere lo Stato di Palestina: questo punto merita di essere brevemente chiarito. Nel diritto internazionale, infatti, i soggetti principali, gli attori, sono gli Stati; non solo, però, perché da molto tempo la disciplina riconosce la natura di soggetti anche ad altre entità, come a molte organizzazioni internazionali e ad alcuni movimenti di librazione nazionale, quando siano o mostrino di essere in grado di agire e di decidere da sé delle proprie azioni e pretese.
Non è il caso di addentrarsi in una disquisizione giuridica complessa, ma è certo che, ad esempio, la stessa Israele ha riconosciuto (di fatto) questa caratteristica dell’OLP-Palestina, quando ha redatto con essa un vero e proprio trattato (e non è il solo!).

Sta di fatto, però, che così come Israele rifiuta di considerare quelli che ha liberamente sottoscritto come veri e propri trattati internazionali in quanto stipulati tra uno Stato (Israele) e un non-Stato (l’OLP, che certamente uno Stato non è, ma un soggetto sì) anche altri Stati (tra cui, temo, l’Italia) e alcune organizzazioni internazionali, attribuiscono a quella parola, a quel nome, un significato dirimente, tanto da motivare così il rifiuto di trattare o di ammettere al proprio interno, ecc.

Alcuni Stati (praticamente, tutti gli Stati europei) e alcune organizzazioni internazionali. Questa ultime, in particolare, a causa del fatto che nei rispettivi statuti, si parla sempre di Stati e non – o non solo – di soggetti. Specificamente ciò accade con riferimento alle Nazioni Unite e alla Corte Penale internazionale, ma non, per esempio all’UNESCO, tanto per citare un caso in cui la Palestina è stato accolto pienamente come membro.
Da ciò il tentativo, in atto da tempo, per via diplomatica ma anche utilizzando consulenti giuridici vari, di ottenere l’ammissione alle Nazioni Unite e alla Corte Penale internazionale.

Le Nazioni Unite non si sono ancora pronunciate per l’ammissione della Palestina come membro, ma l’Assemblea Generale, nell’esprimere l’auspicio che il Consiglio di Sicurezza ammetta la Palestina come membro, conferisce alla Palestina  -negli stessi termini dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina- lo statuto di Stato non membroosservatore.
Un ‘cavillo’, diciamolo pure, per offrire al Consiglio di Sicurezza (cui compete, in ultima analisi, di ammettere i membri) la possibilità di ammettere la Palestina in quanto ormai Stato, senza doversi pronunciare sulla natura di Stato della Palestina!

Inoltre, la definizione della Palestina come Stato permetterebbe di superare l’ostacolo principale frapposto dalla Corte penale internazionale all’ammissione della Palestina (più precisamente: per consentire alla Palestina di sottomettere quel territorio alla giurisdizione della Corte stessa).
Come si vede, una complicata manovra un po’ avvocatesca (tipica della avvocatura anglosassone) per permettere di superare un ostacolo formale (addirittura solo semantico) che, per un giurista e in particolare per un giurista europeo, non dovrebbe trovare cittadinanza.

L’Europa, infatti, si era già espressa, addirittura attraverso la Corte di Giustizia, in questo senso, riconoscendo (con la sentenza ‘Brita GmbH’ del 2010) la provenienza di certi prodotti dalla Palestina e non da Israele!
Come dire: sono due cose diverse, con due territori diversi e identificabili.

Ora la Palestina chiede ai Governi, specie europei, di riconoscerla. Nel diritto internazionale moderno, il ‘riconoscimento’ non serve a decidere se l’altro è effettivamente uno Stato, ma solo a decidere, bilateralmente, di avere rapporti diplomatici ecc.

Bilateralmente, appunto: cioè l’uno Stato riconosce l’altro come suo pari, cioè Stato. Questo atto rafforzerebbe moltissimo la posizione della Palestina sul piano internazionale, certamente dal punto di vista politico, anche se meno, secondo me, da quello giuridico.

L’Italia ha avuto, almeno fino ad una ventina di anni fa, ottimi rapporti con il mondo arabo e palestinese (si suol dire che grazie a ciò in Italia non abbiamo quasi avuto attentati terroristici di provenienza araba) tanto che, una delle rarissimi volte (forse l’ultima) in cui il nostro Governo (non certo dei migliori, anzi … ma tant’è) in cui ‘mostrò i denti’ fu proprio quando, a Sigonella, i militari USA cercarono di arrestare dei palestinesi, arrestati dall’Italia e in viaggio verso Roma (da dove poi furono lasciati allontanarsi a bordo di un aereo di un Paese arabo compiacente). Ciò sottraendoli con la forza e i Carabinieri italiani risposero spianando i mitra contro i soldati USA.

Ora questi rapporti, specialmente su pressioni statunitensi ed israeliane, sono molto indeboliti.

In questa chiave credo che vada letta la dichiarazione timidissima ed evasiva del nostro Ministro circa la possibilità di offrire quel riconoscimento: ‘lo faremo a tempo debito’, pare abbia detto!

Ma il fatto certo è che, al di là delle formule, la Palestina (o meglio l’OLP … la solita fissazione da ‘leguleio’ per la precisione) è un soggetto di diritto internazionale, non diversamente e non meno di Israele.

Data la situazione complessiva, se non altro per senso di responsabilità, sarebbe opportuno mettere fine a questo balletto (peraltro micidiale … i morti da quelle parti non si contano) verbale per passare a trattare sul serio.
Sull’unica base possibile: rimettere, per dir così, le bocce a posto e da lì ripartire per negoziare da pari a pari e, magari, anche lealmente.

 

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.