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Repubblica Centrafricana: il misterioso accordo di Khartoum Un accordo non reso pubblico e voluto dalla Francia e dal regime del Sudan

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Il 10 ottobre 2018, presso l’Ambasciata del Sudan a Parigi, si tenne una cena diplomatica assai imbarazzante per il Governo francese. Il Vice Presidente dell’Assemblea Nazionale, Carole Bureau-Bonnard, e il deputato Jean-Baptiste Djebbari, entrambi membri del Groupe d’Amitié France-Soudan, impegnata in un lavoro di lobby presso il Governo francese a favore del regime islamico sudanese del Presidente generale Omar Al Bashir, si sono seduti al tavolo di un invitato speciale: il Generale Maggiore Salah Adballah Gosh capo della Polizia segreta  NISS National Intelligence and Security Service– la principale arma di repressione del brutale regime islamico, e tra i principali attori del genocidio in Darfur, e per questo indagato presso la Corte Penale Internazionale.

Il Generale Gosh era in visita non ufficiale in Francia. Oltre agli ‘amici del Sudan’, incontrò alti funzionari della Direzione Generale della Sicurezza Estera (DGSE) e della Direzione Generale per la Sicurezza Interna (DGSI). Il Ministro francese degli affari esteri si rifiutò di incontrare il boia di Khartoum, come viene soprannominato Gosh, in quanto lo giudicò ‘infrequentabile’.

Sulla cena e sugli incontri con la DGSE e la DGSI calò il segreto di Stato, come reazione all’indiganzione della stampa francese. Rachid Said, giornalista sudanese a Parigi, si spinse a ipotizzare che il Generale Gosh fosse stato contattato dalla Francia per chiedere un aiuto del regime islamico di Bashir per risolvere la crisi nella Repubblica Centrafricana, in cambio di un sostegno francese per cancellare il Sudan dalla lista degli Stati terroristi, redatta dagli Stati Uniti.
Nella Repubblica Centrafricana, ex colonia francese strategica per le sue riserve di diamanti e uranio, Parigi, dopo aver provocato il caos per abbattere il Governo del Generale François Bozizé  con una mal riuscita applicazione della strategia di guerra rivoluzionaria ideata dalla Cellula Africana dell’Eliseo, si trova in estrema difficoltà e sta perdendo terreno a favore della Russia.

A distanza di quattro mesi, il 6 febbraio scorso, viene firmato a Khartoum un accordo di pace tra il Presidente centrafricano Faustin-Archange Touadéra e i rappresentanti di  11 gruppi armati.
Le promesse del Generale Gosh sono state evidentemente mantenute.
La pace, immediatamente sbandierata dal regime di Khartoum, è stata raggiunta troppo in fretta (solo dieci giorni) e vi sarebbero molti lati oscuri che costringono i mediatori sudanesi a ritardare la pubblicazione degli accordi siglati.

L’accordo di pace dovrebbe «soddisfare le risposte dei nostri compatrioti che aveva fatto la scelta di prendere le armi contro il Governo», spiega Firmin Ngrebada, direttore del gabinetto presidenziale.
Quali sono queste risposte?  La prima che salta agli occhi è la totale amnistia di crimini contro l’umanità commessi da entrambe le parti in conflitto, in netta contraddizione con la richiesta della popolazione centrafricana di impunità zero. Al suo posto, un nebuloso meccanismo di riconciliazione affidato ad una commissione verità e giustizia. Questa commissione entrerà in azione durante il primo trimestre di quest’anno.

L’amnistia, che automaticamente si trasforma in impunità, è fondamentale per i leader dei vari gruppi ribelli, tra questi, le milizie mussulmane Sèlèka e le milizie cristiane Anti-balaka, entrambe supportate da Parigi a fasi alterne e in precise fasi della guerra civile.
Molti dei loro militanti hanno commesso pulizie etniche e tentati genocidi, ma gli accordi firmati a Khartoum prevedono il reintegro nell’alto comando di Esercito e Polizia e, addirittura, ingresso in Parlamento e in vari Ministeri chiave. Il Presidente centrafricano Faustin – Archange Touadéra parla di «modernizzazione della vita politica centrafricana» per giustificare tutto ciò.

La pace di Khartoum riprende la logica della soluzione adottata per risolvere le guerre civili degli anni Novanta, quando, caduta l’Unione Sovietica, Stati Uniti e Gran Bretagna iniziarono una guerra per procura al fine di sloggiare la Francia dall’Africa, per accaparrarsi delle materie prime in vari e strategici Paesi  -dalla Liberia al Congo. Questa tattica imperiale ha scatenato conflitti tribali di una violenza inaudita, ricordiamo il genocidio ruandese, la disumana guerra civile in Liberia, il tentato sterminio delle popolazione congolesi durante la seconda guerra panafricana (1998 – 2004). I vari conflitti scoppiati tra la fine degli anni Novanta e la metà del primo decennio Duemila hanno provocato quasi 12 milioni di morti.

I conflitti in Ciad, Congo Brazzaville, Costa d’Avorio, Liberia e Sierra Leone, sono terminati con l’intervento diretto delle potenze occidentali, Stati Unti, Gran Bretagna e Francia, che hanno messo al potere dittatori ben peggiori dei precedenti, facendoli passare come Presidenti democratici.
Il caso più esemplare è Ellen Johnson Sirleaf, la prima donna Presidente nel continente, e Premio Nobel della Pace, autrice delle due orribili guerre civili, la prima contro il Presidente democraticamente eletto Samuel Doe, e la seconda contro il Presidente Charles Taylor, alleato della Sirleaf durante la prima guerra civile. La Sirleaf è ben lontana dall’essere un Presidente democratico. Durante il suoi mandati ha commesso indescrivibili crimini contro l’umanità e distrutto il Paese, saccheggiando le risorse naturali. Tutt’ora ha una grossa influenza sulla vita politica della Liberia, nonostante la vittoria dell’ ex calciatore George Weah. La Commissione Verità e Giustizia liberiana aveva appurato nei minimi dettagli le responsabilità della Sirleaf, decretando il divieto per questa donna di ricoprire anche la più umile carica politica in Liberia. Le conclusioni della Commissione furono ignorate dalla Comunità Internazionale e dalle Nazioni Unite.

Gli altri conflitti dalla Repubblica Democratica del Congo al Burundi si sono impantanati in guerre di posizione, risolte con compromessi e amnistie varie per giungere ad accordi di pace fittizi, che sono all’origine delle attuali tensioni che rischiano di far riesplodere le guerre con maggior devastazione. In Burundi vi è anche il rischio di genocidio. Le uniche guerre vinte militarmente e, quindi capaci di creare regimi stabili, sono quelle del Reanda e dell’Angola.

Applicando il concetto di amnistia, gli occidentali hanno fatto passare un pericoloso messaggio: creare milizie, ribellarsi ai governi, massacrare le popolazioni rende molto bene, sia in termini economici che politici. Questa è la ragione per la quale, per esempio, nella Repubblica Democratica del Congo vi sono tutt’ora 140 gruppi armati. Tutte le Commissioni di Verità e Giustizia sono state svuotate di poteri e trasformate in sterili specchietti per allodole.

Lo snaturamento dei compiti di queste Commissioni è stato ideato dal Sudafrica, quando Nelson Mandela ha accettato il compromesso con il regime razial-nazista boero. La pace del Premio Nobel si basa su un disgustoso compromesso: il ANC acquisisce il potere politico, mentre i nazisti boeri mantengono il potere economico. Questo compromesso ha trasformato ANC da movimento progressista ad una congregazione di politici corrotti e non ha risolto l’Apartheid, tutt’ora in vigore in Sudafrica a livello economico, creando le basi per futuri conflitti.

In Burundi la pace di Arusha del 2000 ha permesso ad un criminale di guerra e psicopatico di accedere al potere con la benedizione di Nelson Mandela, Stati Uniti, Nazioni Unite, Europa e della Comunità di Sant’Egidio. Un psicopatico, Pierre Nkurunziza, che dal 2015 regna illegalmente, sogna di diventare il Re degli Hutu e di sterminare la minoranza tutsi o costringerla all’esilio eterno.

Tutti questi conflitti ruotano attorno al controllo delle risorse naturali, sono stati trasformati in guerre etniche che hanno provocato milioni di vittime, e sono stati risolti con accordi di pace fittizi, basati sull’impunità dei crimini contro l’umanità, imposti e decantati dagli stessi attori occidentali che avevano in precedenza scatenato i conflitti. Le guerre civili in Mali e Repubblica Centrafricana rientrano in questa logica e l’Occidente sta seguendo lo stesso percorso per risolverle.

Infatti, la pace di Khartoum, i cui contenuti dettagliati vengono al momento tenuti segreti e che rafforza il principio di impunità, promossa da un brutale regime islamico ora in pericolo a causa di una rivoluzione popolare che reclama democrazia, viene difesa a spada tratta dall’Occidente. Secondo l’Ambasciatore Europeo Samuela Isopi, la questione della giustizia sui crimini contro l’umanità passa in secondo piano rispetto all’esigenza di far terminare la guerra civile nella Repubblica Centrafricana. Isopi promette che l’Unione Europea lavorerà per far giustizia, in un secondo tempo…

Il Rappresentante del Segretariato Generale ONU nel Paese, Parfait Onanga-Anyanga, si scaglia furibondo contro tutti i centrafricani e analisti africani che pongono seri dubbi sulla pace di Khartoum e che sottolineano che non vi può essere pace senza giustizia. «Invito a ignorare le accuse di questi signori, fatte fuori contesto e promosse in rete attraverso i social network. Accuse che travisano i fatti e tentano di manipolare la realtà», afferma il  Rappresentante del Segretariato Generale ONU.

Secondo molti osservatori africani, la pace di Khartoum non risolverà i problemi del Paese e potrebbe anche non durare. È stata fatta rispondendo all’esigenza del regime sudanese in difficoltà: attirare le simpatie e rafforzare il supporto di Francia e Russia, affinché queste potenze straniere aiutino il regime a soffocare la rivoluzione democratica in atto in Sudan.

La prima e la seconda guerra civile nella Repubblica Centrafricana hanno fatto quasi 300.000 vittime, e costretto circa 1 milioni di cittadini a diventare profughi, oltre a distruggere il tessuto socio economico del Paese. Se la pace di Khartoum riuscirà ad imporsi, nessun responsabile di questi crimini contro l’umanità sarà punito.

 

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