giovedì, Agosto 6

Reporter senza Frontiere: adesso Grillo si meraviglia

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Per anni, ha puntato sul rapporto di Reporter senza Frontiere per dimostrare che in Italia non c’è libertà di stampa. Lo ha citato in ogni comizio, vantandosi di essere l’unica voce libera. Poi Beppe Grillo ha scoperto che il problema è proprio lui che ha individuato nei giornalisti i ‘nemici’ da abbattere. Le liste di proscrizione dei cattivi, gli insulti, le intimidazioni, gli sberleffi, le minacce: la campagna contro i media è stata incessante e molto pesante. Adesso si meraviglia, dice che il sistema è marcio, che non ci sono più editori veri, che tutti i cronisti sono schiavi dei politici, senza rendersi conto che il suo stesso progetto è quello di asservirli.

Fatto sta che in una situazione sicuramente di crisi mondiale, l’Italia ha addirittura guadagnato ben venticinque posizioni, risalendo dal 77.esimo al 55.esimo posto. Merito dell’assoluzione dei giornalisti processati per il caso Vatileaks, ma anche perché quest’anno coincide con l’introduzione del Foia (Freedom of Information Act). L’accesso agli atti è, infatti, un’arma straordinaria in mano ai giornalisti per condurre battaglie di informazione libera. Restano certamente problemi antichi come «intimidazioni verbali o fisiche, provocazioni e minacce», e «pressioni di gruppi mafiosi e organizzazioni criminali», ma anche, appunto, l’effetto di «responsabili politici come i leader dei 5stelle che non esitano a comunicare pubblicamente l’identità dei reporter che danno loro fastidio». Oltretutto non sono diminuite le querele temerarie né il numero dei cronisti sotto scorta che è, anzi, aumentato.

Su scala internazionale, situazione pesantissima: «mai così a rischio». Sotto accusa fake news, repressione e uomini ‘forti’ come Recep Tayyip Erdogan, Donald Trump, Vladimir Putin. Il momento viene definito ‘difficile‘ o ‘molto gravein 72 Paesi, fra cui Cina, Russia, India, quasi tutto il Medio Oriente, l’Asia centrale e l’America centrale, oltre che in due terzi dell’Africa. 21 i Paesi classificati comeneri‘, in cui la situazione della libertà di stampa è ‘gravissima’: fra questi Burundi (160), Egitto (161) e Bahrein (164). La Polonia di Jarosław Aleksander Kaczynski che ha cercato di zittire numerosi organi di stampa indipendenti critici sulle sue riforme, ha perso sette posizioni nella classifica 2017, ora è al 54° posto. L’Ungheria di Viktor Orbán peggiora ancora, è slittata al 71° posto.

Ultima assoluta, come negli ultimi anni, al 180° posto, la Corea del Nord, preceduta da Turkmenistan ed Eritrea. Male anche Messico (147), dove continua la  strage dei giornalisti che si oppongono ai narcos  e Turchia (155), dove in virtù del pugno di ferro di Erdogan «si vive in una spirale repressiva senza precedenti in nome della lotta contro il terrorismo. Di fatto, lo stato di emergenza consente alle autorità di liquidare decine di mezzi di comunicazione, riducendo il pluralismo a pochissime testate con diffusioni minime. Decine di giornalisti sono arrestati senza processo, rendendo la Turchia la più grande prigione al mondo per i professionisti dei media».

In testa alla classifica restano sempre i Paesi del Nord Europa, ma la Finlandia cede il primo posto che deteneva da sei anni alla Norvegia, a causa di «pressioni politiche e conflitti d’interesse».

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