sabato, Agosto 8

Renzi: nessun passo indietro

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E’ evidente: Matteo Renzi non ha alcuna intenzione di fare passi indietro. Nessun ripensamento, nessuna concessione. Il referendum sulle riforme costituzionali è un banco di prova, e lì si gioca molta della sua credibilità. Quanto alla riforma elettorale, il cosiddetto ‘Italicum‘, sempre che vi siano, le concessioni saranno marginali, l’impianto non si tocca. Il doppio incarico, infine, Presidente del Consiglio e Segretario del Partito Democratico: nessun problema, e comunque Renzi esclude che la questione sia all’ordine del giorno. Intervistato da ‘Sky tg24‘ alla vigilia della direzione del partito, è categorico: «È un dibattito lunare. Specie in un momento in cui mi piacerebbe discutere su cosa facciamo in questa nuova Europa. Facciamo l’esempio europeo. Nella destra inglese Cameron lascerà, perché ha perso il referendum. Fanno il congresso, sceglieranno il nuovo leader e quello diventerà Primo Ministro. Nel resto d’Europa il capo del primo partito è il Presidente del Consiglio, Primo Ministro. Soltanto in Italia non è andata così a lungo, dove il sistema dei partiti era quello che contava. Se facessimo una polemica in meno e una discussione reale sui contenuti in più sarebbe meglio per tutti».

Renzi, per portare acqua al suo mulino, utilizza quello che gli offre la cronaca. Così, buona parte della sua relazione in Direzione sarà dedicata al voto britannico, con il quale Londra esce dall’Unione Europea, e alla strage terroristica a Dacca. Il tutto all’insegna di ottimismo e determinazione, come al solito ostentati a 360 gradi.

Tuttavia per il Presidente del Consiglio il percorso è in salita. Giorno dopo giorno, la battaglia per il referendum si fa più dura; è vero: i sondaggi demoscopici, che quotidianamente gli vengono recapitati, certificano che è ancora molto alta è la percentuale di indecisi e di ‘non so’; è su questi elettori, dunque, che la partita verrà giocata, e per ora è apertissima; ma è un fatto che la percentuale degli elettori intenzionati a votare NO è elevata, e in crescita. Per questo le opposizioni interne si sentono ringalluzzite. Miguel Gotor, bersaniano di stretta osservanza, si incarica di fare da testa d’ariete: «Tra la cosmetica e una legge che garantisca davvero maggiore rappresentanza preferiamo la seconda strada».
Inoltre,  Renzi deve tener d’occhio i maldipancia crescenti all’interno del suo stesso partito. La minoranza, dopo la débâcle elettorale, chiede un deciso cambio di passo. L’ostilità dei bersaniani, dei seguaci di Massimo D’Alema, di chi vede in Gianni Cuperlo un punto di riferimento, è messa in conto, non impensierisce più di tanto. Più insidioso il lavorio che vede impegnato da settimane Dario Franceschini e molti esponenti dell’ala popolare del partito. Non è la prima volta che da lui arriva la stoccata letale; Renzi lo sa bene, e in queste ore è impegnato a parare le ‘serene’ mosse che da quella parte si annunciano.
Problemi, inoltre, vengono anche dagli alleati della coalizione. I seguaci di Denis Verdini hanno mandato un inequivocabile segnale, facendo mancare la maggioranza al Senato; ora ad agitarsi sono i  centristi di Angelino Alfano. Il Presidente dei deputati di Area Popolare, Maurizio Lupi, è gelido: «l’Italicum va assolutamente cambiato».

Il Presidente del Consiglio avverte che non scorge «in Parlamento una maggioranza per una legge alternativa». Traduzione: attenti a tirare troppo la corda, che in caso di scioglimento delle Camere, metà di voi si scorda la rielezione. Ma in questo caso è Enrico Zanetti, vice-Ministro all’Economia (e Segretario politico della piccola, ma necessaria Scelta Civica) a replicare: «La maggioranza necessaria c’è eccome. Tutte le forze di centro che sostengono il Governo e pure forze di opposizione come Forza Italia». Un ‘cartello’ che per forza di cosa dovrebbe avere anche il consenso del PD. Zanetti lo riconosce, e questo suo ragionare gli serve per dire che una maggioranza parlamentare per modificare l’Italicum senza l’apporto del Movimento 5 Stelle è possibile. A tre condizioni: Renzi accetta di fare un passo indietro; il PD raggiunge un’intesa con Forza Italia; Silvio Berlusconi decide di intavolare una trattativa. Fantascienza? In politica nulla è prevedibile in senso assoluto perché tutto è possibile. Comunque, non va dimenticato che giorni fa, intervistato da ‘La Stampa‘, Fedele Confalonieri, da sempre amico di Berlusconi e suo ascoltatissimo consigliere, nei giorni in cui il leader di Forza Italia faceva i conti con il suo cuore ballerino, auspicava un’intesa con Renzi, un ramoscello d’ulivo teso in modo esplicito; e in parallelo, sono giorni che il fidatissimo Gianni Letta è impegnato in un lavorio di paziente ricucitura e ricerca di possibile intesa.
E’ l’ennesimo (ma non sorprendente) paradosso della politica italiana. Pensate: il centro-sinistra per una ventina d’anni si impegna in una lotta senza esclusione di colpi contro Berlusconi (e vice-versa: il leader di Forza Italia ha evocato in ogni modo i fantasmi di un comunismo incombente); poi entrambi danno vita a due governi di ‘grande coalizione’ (Mario Monti prima; Enrico Letta poi); infine, quando Renzi ‘serenamente’ si insedia a palazzo Chigi, ecco un Governo a due maggioranze: a palazzo Chigi, senza Berlusconi; ma anche ‘istituzionale’, per rivedere la Costituzione e il sistema elettorale per le politiche; e qui il ‘nemico’ Berlusconi cessa di essere tale. Il fatto, poi, che l’accordo Renzi-Berlusconi (il cosiddetto ‘Patto del Nazareno’, non abbia retto), conta poco; e la contraddizione in questo caso è tutta di Berlusconi: prima vota le riforme, ora dice di vederle come fumo negli occhi, anticamera di abominevoli totalitarismi.

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