giovedì, Novembre 14

Renzi e Di Maio scherzano con il fuoco In Emilia Romagna si gioca il futuro del Governo: se passa la plastic-tax, si perde; e se la Regione dovesse passare alla destra, il PD ne riceverebbe un colpo tale da pregiudicarne la sua stessa esistenza; il Governo e verrebbe travolto, e inevitabili le elezioni politiche anticipate

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Quello che è in corso, e in cui si esercitano con scrupolo sia il leader di Italia viva Matteo Renzi, che il capo politico del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio, è una specie di gioco al massacro. Uno scherzare con il fuoco che prima o poi, se si andrà di questo passo, incenerirà soprattutto il tetto e l’abitazione in cui alloggiano.

Renzi si balocca con interventi e interviste dove si avventura in scenari politici prossimi venturi che ipotizzano un nuovo Presidente del Consiglio al posto di Giuseppe Conte. Mostra di non comprendere il messaggio che con la sua tradizionale discrezione, ma con altrettanta fermezza, il capo dello Stato ha già trovato il modo di far filtrare dal Quirinale: se il Governo cade, questa volta il ricorso alle urne diventa inevitabile.

Ora anche Renzi e Di Maio dovrebbero rendersi conto che in questa situazione l’uno può al massimo racimolare un 4-5 per cento; l’altro, dovrebbe meditare di più su quello che è accaduto al suo partito in Umbria. L’aria che tira gonfia come non mai Lega e Fratelli d’Italia, e la stessa forza politica più moderata e meno estremista, quella di Silvio Berlusconi, appare appannata come non mai e arranca, stanco e logoro orpello di una coalizione che riesce ormai a vivere benissimo senza Forza Italia. La prova visiva è costituita dalla mozione di Liliana Segre contro il razzismo: salvo rarissime eccezioni (Andrea Cangini, Mara Carfagna), Forza Italia si è dovuta accodare e i parlamentari si sono astenuti e restati col sedere ben incollato alla loro cadrega, negando perfino il rispettoso alzarsi in piedi di fronte a una delle poche reduci dal campo di sterminio di Dachau. Non solo: Berlusconi in prima persona ha sentito il bisogno di scendere in campo per difendere quella discutibilissima scelta.

Renzi e Di Maio dovrebbero sapere benissimo che in caso di elezioni politiche anticipate le loro formazioni politiche verrebbero condannate alla sostanziale irrilevanza, e il centro-destra dilagherebbe, complice anche una legge elettorale per ironia della sorte voluta proprio da Renzi. Chi è cagione del suo mal, pianga se stesso, recita un adagio antico. Solo che qui, a piangere sarebbero non solo i ‘cagionatori’, Renzi e Di Maio.
Matteo Salvini e Giorgia Meloni, con i ‘premi’ assicurati dalla legge elettorale, si assicurerebbero il controllo pieno di: palazzo Chigi; Camera dei Deputati, Senato della Repubblica; con le nomine da fare a breve, di: Corte Costituzionale, Consiglio Superiore della Magistratura, circa 500 enti i cui vertici sono di competenza statale, a cominciare da ENI e Leonardo (ex Finmeccanica); per finire con l’elezione del capo dello Stato.

Ecco: l’alto tasso di litigiosità in cui si producono Renzi e Di Maio, a questo, conduce. Basta esserne consapevoli. Questo è lo sbocco finale del loro quotidiano lavorio.

Sono in molti a rimproverare al segretario del Partito Democratico uno scarso appeal; una ridotta capacità di visione; una sostanziale miopia che impedisce di mettere in campo una tattica e una strategia capaci di cogliere il comunesentiredi un potenziale elettorato che appare sempre più stanco, sfiduciato, disincantato.

Indubbiamente Nicola Zingaretti è chiamato a qualcosa di improbo, ingrato, proibitivo: quel poco di buonoche fa, non gli viene riconosciuto; e quel tanto che lascia scontento l’elettorato e quel che resta della base del suo partito, grava sulle sue spalle.

Difficile, ora, un recupero: Zingaretti ammette che «la destra ha saputo cogliere lo smarrimento degli italiani, lo sradicamento di legami antichi, la paura della frammentazione e della dispersione». Salvini viene descritto come «il migliore a raccontare e rappresentare i problemi ma è il peggiore a risolverli. È un tifone di bugie raccontate con un sorriso». Ma fin qui siamo alla rappresentazione di un qualcosa che vedono perfino i sassi. La domanda che attende risposta (e Zingaretti non può limitarsi a fare il Diogene che cerca con la lanterna in mano) è perché, come mai, chi si oppone al centro-destra non è in grado di fare altrettanto sulla base di un suo rinnovamento ideale, programmatico e identitario.

Zingaretti riconosce che «ci abbiamo messo anche qualcosa di nostro: una storia di conflitti, separazioni, di chiusure e a volte di egoismi: il rintanarsi nel proprio io, quando era essenziale far sentire al popolo la forza del noi e la voglia di sentirsi parte di una comunità. Solo nel campo democratico è stata così forte la spinta a difendere le proprie posizioni in modo assertivo e solitario. Ho avvertito a volte una resistenza politica, ma persino psicologica, ad aprirsi davvero a una ricerca libera per costruire un destino comune. Per usare insieme la forza della critica e ritrovare un’identità comune». Si arriva poi a una conclusione che a volerla accettare, diventa disperante: «Il Pd in questo quadro ‘resiste’. È allo stato attuale il solo partito ‘argine’ all’avanzata impetuosa della destra. Ma si può andare avanti così?».

Il Segretario piddino riconosce per primo che «queste difficoltà non si risolvono con un partito monoculturale o del leader». Al tempo stesso ammonisce dalla tentazione di creare «un arcipelago di confuse parzialità che ci portano a praticare una politica lontana dalla vita». Cerca di rassicurare: «La giustizia sociale, la rivoluzione verde per lo sviluppo, che sono l’anima del nostro progetto alternativo alla destra, richiedono pensiero e cultura». Per questo il proposito è quello di assicurare «forme di rappresentanza più coinvolgenti e libere per i singoli iscritti. Per questo a Bologna a novembre apriremo un grande confronto politico e culturale su come pensiamo gli anni 20 del nuovo secolo…dopo 12 anni di parole e auspici, ora con coraggio stiamo rimettendo mano in modo radicale allo statuto e alla forma partito. Non si tratta di cambiare qualche regola ma di una scelta politica di fondo».

L’obiettivo è quello di «cambiare davvero tutto per dare alla democrazia italiana un soggetto plurale ricco e partecipato della politica. Per offrire in primo luogo ad una nuova generazione una opportunità di partecipazione e battaglia collettiva. Rifondare il PD per me significa in primo luogo questo: ricostruire una comunità aperta».

Una fortunata serie di trasmissioni televisive a cui molti italiani devono qualcosa, era quella del maestro Alberto Manzi, ‘Non è mai troppo tardi’: analfabeti di sessanta e più anni apprendevano la felicità di poter scrivere e leggere il proprio nome senza aiuto. Imparerà anche il PD il nuovo alfabeto, il nuovo vocabolario che i tempi richiedono? E’ la scommessa che volente o nolente Zingaretti deve giocare.
Ardua, difficile, tutta in salita; con tanti, insidiosi avversari palesi; con una quantità di avversari travisati da amici, ancora più temibili.

Il tutto ‘condito’ dalle quotidiane fibrillazioni che percorrono e agitano la maggioranza; ultima grana in ordine di tempo, la cosiddettaplastic tax’, la tassa sugli imballaggi di plastica inserita nella manovra. Renzi non ci pensa due volte a farsi paladino di chi si oppone a questo ennesimo balzello. Ma dubbi e perplessità affiorano anche all’interno del PD; il più allarmato è il Presidente dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, preoccupato dalla nuova imposta dal momento che la sua regione è leader nel comparto del packaging. A gennaio il suo già scarso appeal, anche a causa di questa tassa potrebbe subire il colpo decisivo: se la regione Emilia Romagna dovesse passare di mano ed avere per la prima volta nella sua storia un presidente di destra, il PD ne riceverebbe un colpo tale da pregiudicarne la sua stessa esistenza. E anche in questo caso, il governo e verrebbe travolto, e inevitabili sarebbero le elezioni politiche anticipate. Ha un bell’esortare Zingaretti al «gioco di squadra, impegno per lo sviluppo e il lavoro, lotta alle disuguaglianze sociali, rivoluzione verde, scuola e formazione. L’Italia dalla maggioranza e dal governo si aspetta questo. Solo così si sconfigge la destra, dando risposte e speranza alle persone. Stop furbizie, ipocrisie, sgambetti, litigi, piccolezze. Ora è tempo di credibilità per ricostruire fiducia e speranza».

Nel PD emiliano lo si dice senza girarci troppo intorno: Se passa la plastic-tax, si perde. In Emilia-Romagna centinaia di aziende (oltre un terzo delle imprese italiane del settore) lavorano di e per la plastica: in cifre sono circa 17mila addetti, un fatturato di 4,4 miliardi di euro, il 61,9 per cento del totale nazionale. Insomma: la regione è la ‘regina’ del comparto packaging.

Una situazione che Matteo Salvini sfrutta abilmente e spregiudicatamente: «Questa settimana comincia la discussione sulla manovra, daremo battaglia per cancellare più tasse, micro tasse, mega tasse e più cazzate possibili, se necessario li terremo giorno e notte chiusi in Parlamento, perché l’Italia di tutto ha bisogno tranne che di nuove tasse».
Questa la situazione; questi i fatti.

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