domenica, Agosto 25

Renzi, dalla Russia con un fiore

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Dopo lo smacco subito dall’Italia con l’esclusione dai vertici sulla crisi russo-ucraina, Matteo Renzi vola a Kiev e Mosca (fortunatamente senza Renzicottero) per cercare di rifare il make-up alla carente immagine internazionale del suo governo. La cerimonia mediatica prevede, domani, persino la posa di un fiore nel luogo dove è avvenuto l’omicidio dell’oppositore al putinismo Boris Nemtsov. Il premier molla così sul tavolo di Palazzo Chigi, anzi, di Montecitorio, il testo di riforma della Scuola, mutato nel corso di una notte da decreto legge a ddl e, infine, sfumato in impalpabili linee guida. Assente Renzi, ci pensa Beppe Grillo a cannibalizzare la scena mediatica: apertura al dialogo col Pd su reddito di cittadinanza e riforma della Rai. Un cambio di strategia a 360° che trova subito sponda in Pippo Civati, parte del Pd e Nichi Vendola, ansiosi di spostare a sinistra l’asse della maggioranza (che intanto litiga sulla riforma della prescrizione). Maurizio Sacconi (Ncd) minaccia la crisi di governo. Ennesimo naufragio nel Canale di Sicilia: Matteo Salvini, sempre alle prese col ‘caso Tosi’, se la prende con Renzi e Alfano per distrarre l’opinione pubblica. Vincenzo De Luca contro la legge Severino. Chi la spunterà? Pd in confusione.

Ad inquadrare il vero significato della trasferta a Est di Matteo Renzi, in programma tra oggi e domani prima in Ucraina e poi in Russia, ci pensa il viceministro degli Esteri, Lapo Pistelli, secondo il quale la visita del premier a Vladimir Putin in Russia si pone due ‘modesti’ obiettivi: «responsabilizzare Mosca sia sull’Ucraina che sul Medio Oriente». Come se lo zar stesse aspettando proprio Renzi per farsi convincere sul da farsi. Ridicolo. Ma l’importante è che i giornalisti italiani facciano credere che sia proprio così.

Si sa che quando il gatto (Renzi) non c’è, i topi ballano. A fare la parte della ‘pantegana’ ci pensa Beppe Grillo che prova a cambiare strategia per disarticolare il potere monolitico del renzismo al governo. «Su Rai e reddito di cittadinanza dialoghiamo con tutti, anche con il Pd. Ma ci deve essere onestà intellettuale», afferma questa mattina il guru del M5S intervistato dal ‘Corriere della Sera‘, foglio ufficiale dei Poteri Forti. Grillo usa parole al miele per Sergio Mattarella («mi è sembrato una persona gentile, sensibile ai temi del Movimento, dalla lotta alla corruzione, alla mafia, al reddito di cittadinanza»), nella speranza che il presidente della Repubblica non diventi un nuovo Giorgio Napolitano, ma si riveli invece un prezioso alleato per le istanze del Movimento. Inedito anche il doppio mea culpa sull’assenza del M5S dalla tv e sulle «piazze che non funzionano più». Ma il tema più caro ai grillini è quello del reddito di cittadinanza. «Un diritto civile. Ed è anche uno dei nostri due punti cruciali in economia insieme al referendum sull’euro», si scalda Grillo che poi spiega il senso della proposta a 5Stelle: «È destinato a chi perde il lavoro, a chi non lo raggiunge. Sono 780 euro al mese, ma varia a secondo del numero dei componenti familiari, chi ne usufruisce segue un percorso con lo Stato. Gli si offrono due-tre lavori, se non li accetta, perde il reddito».

Il guru del Movimento, costretto anche dai suoi a bere la cicuta del dialogo con quei ‘morti’ degli altri partiti, sembra risoluto a spaccare l’asse Renzi-Alfano spostandolo a sinistra, perciò spiega che con il reddito di cittadinanza «cambierà anche il rapporto con lo Stato, i sindacati, le imprese: un conto è che puoi licenziare con il Jobs Act che si abbatte come una scure con alle spalle il reddito di cittadinanza, un altro conto senza». Argomentazioni evidentemente convincenti proprio per i destinatari del messaggio grillino. Il primo a cadere nella trappola è il deputato Dem e segretario della commissione di Vigilanza Rai, Michele Anzaldi che, su twitter, si lascia andare: «Il sogno dei partiti fuori dalla Rai sempre più a portata di mano. Apertura di Beppe Grillo sul Corriere spiana strada a dialogo Pd-M5S».

Anche il capogruppo alla Camera Roberto Speranza si dice convinto che «il Pd debba essere pronto a confrontarsi nel merito delle questioni». Per la senatrice piddina Laura Cantini, in commissione di Vigilanza Rai insieme al grillino Roberto Fico, «il dialogo con il M5S potrebbe produrre significativi miglioramenti nella vita parlamentare». Alle sirene grillesche non ha potuto resistere nemmeno Pippo Civati che dal suo blog fa saper che a lui «l’intervista di Grillo è piaciuta molto. Ha ragione soprattutto sulla povertà, quando auspica ‘tutte le convergenze del mondo’ e parla di povertà come di una ‘malattia’ e non di un reato». E possibilista si mostra persino Giuliano Poletti, ministro del Lavoro di Renzi che, strappando alla regola aurea dell’ottimismo renziano, si è detto sensibile alla «lotta alla povertà». Introduzione del reddito di cittadinanza che vede favorevoli anche Nichi Vendola di Sel, l’associazione ‘Libera‘ di don Luigi Ciotti e il neo presidente dell’Inps Tito Boeri.

Non c’è pace nemmeno dopo la morte per i corpi delle migliaia di migranti sepolti in fondo al Mediterraneo. Stamattina è arrivata la tragica notizia (anche se sconvolge gli italiani meno della morte di un cane) dell’ennesimo naufragio: 10 ‘clandestini’ morti e 121 (s)fortunatamente salvi. «A Roma e a Bruxelles», ha avuto la bella idea di commentare Matteo Salvini, «ci sono tasche piene e mani sporche di sangue. Stop alle partenze, stop alle morti, stop invasione! Renzi e Alfano, siete pericolosi per gli italiani e per gli immigrati». Data per scontata la provinciale incapacità degli ‘statisti’ chiamati in causa dal leader della Lega, suscita quasi ribrezzo il suo becero tentativo di spostare i riflettori mediatici dalle tensioni interne con il sindaco ribelle di Verona, Flavio Tosi, puntandoli sulla ‘carne da macello migrante’ usata dai leghisti (ma anche dal governo) come merce di scambio politica. E l’odore del clandestino non poteva che stuzzicare i più abominevoli appetiti retorici di Maurizio Gasparri convinto che quello degli sbarchi sia un «disastro in serie che questo governo di incapaci non ferma», alimentando l’afflusso nelle nostre città di «clandestini, criminali e terroristi». Un vero «disastro sociale», secondo ‘l’intellettuale’ di destra.

Sulla candidatura di Vincenzo De Luca a governatore della Campania, a rischio di immediata decadenza in caso di elezione a causa della legge Severino, il Pd decide come sempre di non decidere. Ieri il ministro per i Rapporti con il parlamento, Maria Elena Boschi (di solito pronta ad imporre questioni di fiducia agli onorevoli), con evidente imbarazzo ha passato la patata bollente all’emiciclo: «Sulla Severino deciderà il Parlamento», ha ordinato uno dei petali del Giglio Magico. Ma oggi ci pensa Renato Brunetta a definire «ridicolo» il partitone renziano perché, fa ironicamente notare il pitbull forzista, in parlamento è proprio il Pd ad avere la maggioranza. Ma sulla Severino tra i Dem l’anarchia è totale. «Mai potrei votare una sua revisione ad personam, al modo dei berlusconiani», ha tuonato questa mattina Franco Monaco, «per venire a capo di una situazione indifendibile e imbarazzante che chi di dovere, l’interessato e il PD, avrebbero dovuto risparmiare ai campani e al partito». Giudizio sacrosanto sull’inopportunità di aver consentito la candidatura dello ‘sceriffo’ salernitano, condannato in primo grado per abuso d’ufficio. Anche il deputato Dario Ginefra pensa che «cambiare oggi la Severino sarebbe un grave errore e una distorsione democratica». La vede in maniera diametralmente opposta (e senza vergognarsi) il ‘governativo’ del Gruppo Misto Pino Pisicchio che sottolinea la «necessità di una revisione della legge Severino». Certo, legge ad personam per De Luca e contra personam per Silvio Berlusconi. Se è questo il concetto di democrazia del renzismo c’è da preoccuparsi.

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