sabato, Luglio 20

Renzi contro se stesso Intervista al professor Raffaele De Mucci, ordinario di Sociologia politica e Politica comparata alla Luiss di Roma

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Parlare di partito nazionale solleva non poche perplessità all’interno del Pd, tra i cittadini e nel mondo accademico. “Quelle due parole evocano fantasmi, meglio parlare partito a vocazione maggioritaria”. Così il professor Raffaele De Mucci, ordinario di Sociologia politica e Politica comparata alla Luiss di Roma dove è anche Direttore del Laboratorio di Analisi politica e sociale (Luiss-Laps). Con lui abbiamo cercato di capire che forma vuol dare al Pd, il segretario e presidente del Consiglio, Matteo Renzi.  

 

Cosa è il partito della nazione di cui tanto si parla dopo la direzione generale del Partito democratico?

L’idea di Matteo Renzi probabilmente è quella di dar vita ad un partito catch all, piglia tutto che guadagni consensi sia a destra che a sinistra. Quelle due parole però evocano fantasmi, definiamolo piuttosto partito a vocazione maggioritaria.

Parliamo meglio di partito del bene comune, per richiamare lo slogan delle ultime elezioni?

Sì, questa formula funziona. E in parte resuscita anche l’idea di partito a vocazione maggioritaria, oltre le ideologie che Walter Veltroni lanciò nel 2007 con il discorso al Lingotto di Torino con il quale lanciava la sua candidatura alla segreteria del Pd.

Nel 2008 quel partito non ha vinto, però…

No. Per la seconda volta nella storia della sinistra italiana riuscì ad ottenere il 34%, ma fu sconfitto dal Popolo della libertà di Silvio Berlusconi. Il rischio è che succeda la stessa cosa a Renzi e al suo partito della “Leopolda”.

Una nuova formazione o semplicemente la nuova forma del Pd?

Probabilmente quel partito a vocazione maggioritaria a immagine e somiglianza di Renzi. Ma ancora non è chiaro se la convention del premier sia un partito parallelo, una corrente o un tentativo di scissione.

Ma si tratta pur sempre di un partito di sinistra?

Non è né un partito di sinistra, né di destra. E’ un partito che incarna lo scoutismo di Matteo Renzi, la sua faccia di bronzo e in parte anche il suo inglese. Ma meglio parlare di Pd ancora.

La riporta indietro nel tempo questo “abbraccio universale” di Renzi?

In un primo momento si è portati a ripensare alla Democrazia cristiana, per tanti motivi. Il Premier ha un passato da democristiano e nello spettro politico italiano si colloca perfettamente al centro. Ma la Dc non ha mai avuto un solo capo carismatico, c’era un apparato forte dietro ad Aldo Moro ad esempio e via dicendo.

Nessuna assonanza dunque tra il fare del rottamatore e il passato politico italiano…

In verità più che al passato, penso al presente e avvicinerei Papa Bergoglio a Matteo Renzi. Entrambi sono persone indecifrabili per me. Non è ancora chiaro se il Pontefice sia davvero progressista o meno parlando di temi etici ad esempi. Lo stesso vale per il presidente del Consiglio: non ha mai dato modo di capire se è di destra o di sinistra. Di certo sia Renzi che Bergoglio saranno ricordati come due grandi personaggi del secolo.

Per via anche di quel 40,8% di preferenze alle elezioni europee, per quanto riguarda Renzi?

Su quel dato bisogna fare chiarezza. In primo luogo perché si tratta votazioni diverse rispetto alle politiche; in secondo luogo perché solitamente alle europee l’elettorato si sente libero di esprimersi fuori dagli schemi; infine non dobbiamo dimenticare la bassa affluenza che si è registrata nella tornata di maggio (65,05%, il minimo storico per il nostro Paese, ndr).

Se le premesse sono queste, insomma…

Nessuno vorrebbe votare nel brevissimo periodo. Sarebbe rischiosissimo.

E poi non vi è ancora una legge elettorale: l’Italicum è congelato, ma si parla di modificarlo ancora.

Sì, il premier ha lanciato l’ipotesi assegnare il premio di maggioranza alla lista e non alla coalizione in modo che “sia chiaro chi vince”, ha detto durante la direzione Pd. E ancora sono in discussione anche le soglie di sbarramento, fissate a livelli troppo bassi al momento, secondo me.

Bene, il futuro del Pd è più o meno chiaro. Il resto dei partiti invece che fine faranno?

In verità che fine hanno “già” fatto. A sinistra i partiti più piccoli come Sinistra ecologia e libertà si sono liquefatti, lo stesso è successo a destra con Forza Italia, Nuovo centrodestra e tutti quegli schieramenti minori. Il M5S è al di sopra dello spettro politico tradizionale, possiamo dire per loro il problema è di altro tipo.

Cioè..

Il Movimento dovrà cercare di sopravvivere a se stesso e al suo leader. Non posso non ricordare Weber quando diceva: “un partito senza leadership è condannato all’estinzione”.

Intorno a Renzi c’è il deserto?

Al momento sì. Sembriamo esser tornati agli anni Ottanta, senza nemmeno più il Partito comunista a sinistra.

Quanto durerà questa situazione?

Di sicuro fino alle prossime elezioni, molto probabilmente finché non si affermerà un partito conservatore e liberale forte che possa competere con Renzi.

Opposizione liquefatta, monocolore renziano, che futuro hanno i partiti italiani?

Il nostro sistema partitico purtroppo si sta corrompendo, nessuno fa più il partito. Per questo si parla di schieramenti 2.0. Nessuno è più un rappresentante di interessi.

Il presidente Napolitano potrebbe fare ancora qualcosa?

A lui di certo sono state affidate alcune prerogative. Se decidesse di intervenire potrebbe indire nuove elezioni qualora venisse meno la maggioranza che supporta Matteo Renzi e così si andrebbe a votare con il sistema uscito dalla sentenza della Consulta. Di certo ci troviamo davanti a un percorso a ostacoli. Il governo dovrà sciogliere nodi delicati come la riforma del Senato, la legge elettorale e per far questo serve una maggioranza compatta.

Però…

Però i mal di pancia all’interno del Pd aumentano e non si può far affidamento solo sul cosiddetto “patto del Nazareno”.

Quando usciremo allora la tessera elettorale, 2018?

Forse nel 2017. Vedremo…

 

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